Ipocrisia o rimozione?

Gerry Scotti è l’ennesima vittima del moralismo diffuso quando si parla di temi sensibili sui quali certi ‘guardiani’ inibiscono di fatto ogni discussione che sarebbe invece molto salutare.

Gerry Scotti si è infine scusato: per una colpa inesistente.

Durante la propria presentazione, una giovane concorrente alla trasmissione televisiva “La ruota della fortuna” ha precisato che, pur essendo docente di lettere, storia e geografia, quest’anno lavora su posto di sostegno. Scotti – empaticamente – ha risposto all’insegnante:

Beh, so che chi vuole fare il vostro lavoro deve accettare quello che passa il convento … Aiutiamo questi ragazzi che vogliono fare gli insegnanti!

Per questa frase il conduttore è stato denigrato, lapidato e crocifisso. Il video con le parole incriminate è stato rimosso dalla rete: ha fatto poi seguito una pubblica ammenda.

L’accusa è nota: saremmo di fronte ad un’offesa alla professionalità ed alla dignità del docente di sostegno, connotate da Scotti come da meno rispetto a quelle del docente che insegni la propria disciplina. Questa accusa, almeno a mio giudizio, si basa su una significativa forzatura logica che tradisce la cattiva coscienza degli accusatori, di cui dirò qualcosa sul finire.

Intanto è necessario ricordare un’evidenza che chiunque lavori nella scuola e non infili la testa sotto la sabbia rileva immediatamente, senza bisogno di particolari indagini. La gran parte dei docenti italiani – piaccia o meno – sono prestati al sostegno didattico in via temporanea nella prospettiva di passare all’insegnamento della propria disciplina: i dati relativi alla mobilità per l’anno scolastico 2025/26 sono impietosi e confermano il trend storico, nel quale le uscite dal posto di sostegno superano costantemente le entrate (per l’esattezza la media delle uscite dal posto di sostegno – tra tutti gli ordini e gradi dell’istruzione – è rappresentata dal 68,5% dei movimenti); nella scuola dell’infanzia la dinamica è esasperata (a fronte di 999 uscite, si registrano 363 ingressi su posto di sostegno).

Non riporto certo questi dati per sostenere un’insostenibile tesi sull’indegnità della docenza di sostegno (sono docente di sostegno specializzato e a tempo indeterminato da più di vent’anni) e nemmeno per normalizzare un problema reale ed annoso della scuola italiana; riporto questi dati perché trovo insopportabile la sacralizzazione di alcune categorie e di alcune parole, che finisce ineluttabilmente col annientare la discussione ed impedire un’autentica comprensione dei problemi che ad esse sono associati.

Chiunque studi lettere, matematica o storia dell’arte e decida di insegnare lo fa quasi sempre nella prospettiva di insegnare lettere, matematica o storia dell’arte; non lo fa nella prospettiva di diventare docente di sostegno. È un dato accertato, non è un’opinione. Se dunque egli accetta il comprensibile ripiego sul posto di sostegno (ruolo che non lo dispensa dal dovere di fare il proprio meglio) ciò non significa affatto ch’egli sia mosso da un’idea svalutante di quella professione, a prescindere dalle particolari condizioni di contesto, che molto spesso fanno cascare le braccia. Semplicemente, nella maggioranza dei casi, chi studia lettere e intraprende l’insegnamento desidera insegnare le lettere; non desidera fare altro, se non scendendo a un compromesso temporaneo.

La carriera dell’insegnante di sostegno espone a un tipo di logorio specifico; esige una sensibilità particolare che si può scoprire di non possedere anche strada facendo. Sarebbe davvero stolido negare a chi attraversa la scuola italiana il diritto di scegliere che cosa insegnare proprio dopo l’esperienza relativa al sostegno alla disabilità…

Riflettiamo. A nessuno verrebbe in mente di accusare di razzismo chi ricorresse alla frase di Gerry Scotti (bisogna “prendere quello che passa il convento“) per commentare il racconto di un insegnante che si trasferisca da Napoli a Verona allo scopo di intraprendere la carriera di insegnante: tutti infatti sappiamo che nella gran parte dei casi il trasferimento geografico ha un costo personale che molti decidono di pagare solamente in vista del posto di lavoro per il quale hanno studiato; ed anche se Verona è una bellissima città abitata da gente ospitale, è altamente probabile che prima o poi essi vogliano tornare a Napoli, proprio come molti insegnanti prestati al sostegno vogliono insegnare la propria disciplina.

Perché dunque tanto accanimento verso l’uscita di Gerry Scotti? Formulo una ipotesi. La discussione su tutto ciò che riguarda l’inclusione in Italia è avvolta da una pesante cappa moralistica che scoraggia ogni analisi razionale volta al miglioramento. Fustigare tutti coloro che – ancora ignari della censura che incombe – si concedono di dire le cose come stanno serve a non affrontare mai la realtà, nel timore di perdere ciò che è stato conquistato. Ma il progresso reale non corrisponde né alle novità in quanto tali, né alle cieche difese delle conquiste passate: il progresso sortisce semmai dalla discussione continua delle pratiche umane, tanto allo scopo di conservarne la parte buona, quanto allo scopo di emendarne i difetti che il tempo rivela.

Fare l’insegnante di sostegno è difficile: per ragioni psicologiche, relazionali, sistemiche ed ideali. Molte di queste difficoltà però non sono del tipo che si risolve con la formazione, con la preparazione e la conoscenza. Hanno piuttosto a che vedere con un grande progetto che nessuno osa mettere in discussione, anche solo per correggerlo là dove non funziona.

Si può dire?

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