La scuola delle immagini? Un cambiamento non esente da rischi

Il ricorso alla multimedialità nella didattica non è certo un male in sé, ma presenta, nella sua immediatezza e facilità, veri rischi di regressione cognitiva che quasi nessuno ha messo a fuoco in modo chiaro. Lucio Russo lo ha fatto.


Nell’attualissimo Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola? il compianto storico della scienza Lucio Russo (1944-2025) riesce a dare un inquadramento illuminante a molti problemi connessi ai cambiamenti introdotti nella scuola italiana in modo semplicistico o addirittura acritico. Leggiamo a seguire che cosa scrive sull’utilizzo delle immagini come surrogato dei concetti, i quali esigono sempre una verbalizzazione a cui invece si presta via via meno attenzione. Quale soluzione per una scuola che accolga l’universo delle immagini senza rinunciare al proprio compito critico? Un continuo potenziamento dello strumentario concettuale ed astrattivo.

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“L’attuale rivoluzione delle tecnologie della comunicazione non può non modificare profondamente l’insegnamento. La crescente sostituzione delle immagini ai testi scritti, che può essere fatta risalire almeno all’invenzione della fotografia e ha portato all’attuale “cultura delle immagini”, può essere considerata la prima fase di tale rivoluzione e continua a rappresentarne un aspetto importante. Anche il computer è infatti, in misura crescente, uno strumento usato per vedere immagini, e una parte essenziale della “multimedialità” consiste nella sostituzione del testo scritto con immagini. Tale sostituzione è in atto da tempo nell’insegnamento a ogni livello, non solo attraverso l’uso di “ipertesti” o la ricezione di immagini dalla “rete”, dalla televisione o da videocassette, ma anche grazie alla trasformazione dei manuali, costituiti in misura crescente da illustrazioni con brevi didascalie.

Mentre un tempo il “guardare le figure” era considerata per lo più un’attività di livello inferiore rispetto alla lettura, oggi l’uso crescente di immagini è ritenuto un progresso essenziale. La superiorità delle immagini sulla parola scritta viene sostenuta con vari argomenti, dei quali il principale è forse quello del maggior contenuto informativo. Si fa notare che alla lettura di una pagina di testo scritto viene per lo più dedicato più tempo che alla visione di un’illustrazione delle stesse dimensioni, mentre il suo contenuto di informazione è costituito da un numero molto mino-re di bit. A maggior ragione chi osserva un film riceve una quantità di “informazione” (nel senso tecnico della parola) di gran lunga maggiore di chi usa lo stesso tempo per leggere un libro.

È opportuno smontare con cura ancora una volta questo argomento, a costo di una digressione (quasi) matematica, proprio perché esso viene spesso presentato come un’indiscutibile verità scientifica.

Ricordiamo innanzitutto che l’informazione contenuta in un messaggio di qualsiasi genere si misura con il numero di cifre binarie (zero o uno), dette bit, che occorrono per memorizzare o trasmettere il messaggio. Qualcuno potrebbe quindi pensare che un’immagine costituita da un milione di puntini, ciascuno dei quali può essere bianco o nero, dovrebbe contenere l’informazione di un milione di bit. È facile capire che non è così. Supponiamo infatti che l’immagine sia costituita da un milione di puntini tutti neri. Si può allora comunicare il contenuto dell’immagine semplicemente trasmettendo il messaggio “tutti neri”, che evidentemente richiede un numero molto minore di bit. È chiaro che potrei “sintetizzare” il mio messaggio anche se l’immagine fosse costituita, ad esempio, da un grande quadrato bianco su fondo nero; in questo caso basterebbe comunicare che si tratta di un tale quadrato e darne le coordinate di due vertici opposti. Si capisce quindi perché l”informazione” di un’immagine non sia definita come il numero dei puntini che la costituiscono (continuiamo a supporre, per semplicità, che si tratti di un’immagine in bianco e nero; il caso di immagini colorate creerebbe solo complicazioni irrilevanti), ma come la lunghezza (misurata in bit) di un messaggio che la descriva nel modo più sintetico possibile. Non tutte le immagini formate dallo stesso numero di puntini contengono quindi la stessa informazione. Il numero dei puntini costituisce solo il massimo teorico dell’informazione possibile, che viene raggiunto solo dalle immagini che non sono in alcun modo “sintetizzabili”. Tali immagini sono quelle completamente prive di qualsiasi struttura, nelle quali non si ha alcun indizio utile per prevedere il colore di alcun puntino, neppure conoscendo quello di tutti gli altri. Si tratta delle immagini nelle quali ogni puntino può essere, indipendentemente dagli altri, bianco o nero con probabilità 1/2. Naturalmente immagini del genere, che contengono il massimo di “informazione” in senso tecnico, appaiono uniformemente grigie e contengono quindi un”informazione” nulla nel senso usuale della parola.

È chiaro, quindi, che, come sempre accade in casi analoghi, il non distinguere chiaramente tra l”informazione” della teoria dell’informazione e l’omonima parola del linguaggio ordinario non fa che generare confusione, alimentando l’idea insensata di poter quantificare con oggettivi metodi “scientifici” anche la conoscenza. Quella oggetto della teoria matematica può essere considerata un’ “informazione virtuale”, che può essere contenuta nel messaggio, ma non è in genere utilizzata. Ad esempio il grande quadrato formato da un milione di puntini di colore bianco o nero senza alcuna apparente regolarità appare come un semplice quadrato grigio, ma ha un grande contenuto in “informazione”, in quanto potrebbe nascondere un lungo messaggio cifrato. Anche in tal caso si tratterebbe però di informazione nel senso usuale del termine solo per chi possiede la chiave del codice.

La distinzione tra i due significati della parola “informazione” è essenziale poiché traduce l’ovvia constatazione che le immagini possono essere veicoli essenziali di conoscenza ma non debbono affatto esserlo necessariamente. Tutti possiamo notare che il più delle volte non lo sono. Inoltre anche quando il contenuto conoscitivo è elevato (un quadro, una radiografia, il progetto di una macchina…) esse restano prive di significato per chi non possiede adeguati strumenti concettuali. E non vi è alcun modo per trasmettere strumenti concettuali (a differenza, ad esempio, delle emozioni) senza usare la comunicazione verbale. Non a caso gli Stoici affermavano che l’unico possibile oggetto di insegnamento sono i “significati esprimibili” e non gli oggetti.

Un aspetto essenziale della sostituzione dei testi scritti con immagini è l’unidirezionalità della comunicazione che ne risulta. Chi legge sa in genere anche scrivere, ma chi guarda immagini non ne può produrre con la stessa facilità. Quella per immagini è quindi una comunicazione a senso unico, nella quale il ruolo passivo del ricevente non è invertibile. Un messaggio verbale, orale o scritto, essendo costituito da simboli linguistici elaborati dall’uomo, costituisce esplicitamente una comunicazione tra uomini, che per sua natura può essere analizzata e discussa con lo stesso strumento linguistico usato dall’autore. Un’immagine viene invece percepita come un oggetto non modificabile della realtà esterna e quindi le impressioni e le associazioni d’idee provocate dall’autore della comunicazione restano per il ricevente quasi sempre inespresse e non analizzabili. Naturalmente le stesse considerazioni valgono, a maggior ragione, per le immagini in movimento e, soprattutto, per i videogiochi e le varie forme di “realtà virtuale”, che costituiscono ambienti artificiali ai quali destinatari, soprattutto se molto giovani, adattano il proprio sviluppo psicologico.

Le immagini (e, più in generale, le tecniche multimediali) possono svolgere un ruolo essenziale nell’allargare il mondo dell’esperienza individuale e vanno quindi certamente utilizzate nell’insegnamento. Dobbiamo però scegliere se continuare a usare la razionalità per analizzare, criticare, scegliere e in alcuni casi costruire il mondo sempre più ricco e complesso delle realtà potenzialmente percepibili oppure limitarci a subirlo come consumatori passivi.

Nel primo caso occorre attrezzarsi con strumenti concettuali tanto potenti quanto è richiesto dalla complessità della nuova tecnologia. Solo nel secondo caso possiamo scegliere di sostituire le immagini (e le realtà virtuali) ai messaggi verbali, accettando la deconcettualizzazione e il crollo della capacità critica che necessariamente accompagna l’indebolimento degli strumenti linguistici. È questa la strada indicata da chi vede nelle nuove tecnologie l’agognato strumento di riscatto degli analfabeti, che grazie all’informatica dovrebbero finalmente riuscire ad abbattere l’aborrita cultura dei libri e dei cosiddetti saperi verbali.

[tratto da Lucio Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola? Feltrinelli, Milano, 1998, pp. 42-46]

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