Venghino, signori, venghino alla scuola senza voti!
La pubblicità ci ha abituati a pensare che “senza” sia sempre una qualità positiva. Ma siamo sicuri che, come una confezione di biscotti, anche una scuola senza voti, senza spiegazioni, senza rigore, in definitiva senza docenti, sia una scuola migliore?
Come evidenziato da ricchi battages pubblicitari, nasce a Piacenza, in seno a un istituto paritario, la prima scuola media basata sul metodo del pedagogista Daniele Novara: «la prima scuola media senza voti».
Si parla continuamente di una presunta urgenza di rinnovare la formazione nel nostro Paese: ma la scuola italiana è veramente un’istituzione cristallizzata in una forma che risale a un remoto passato? A chi, sottolineando l’inadeguatezza degli istituti educativi, auspica un ulteriore ennesimo intervento normativo, ricordiamo che le riforme scolastiche in Italia (non a Gerasa, Luca 8, 3) hanno nome «legione»: Berlinguer, Moratti, Gelmini, Renzi, Fedeli… e dopo ciascuna di esse tutto è stato peggiore di prima. Quale la necessità di intervenire ancora una volta sulla scuola italiana, corpus vile alla mercé di ogni sperimentazione da iperattività riformatrice?
Il fatto che la sperimentazione di Piacenza sia basata sul metodo che trae il nome dall’ipsissimus, onnipresente e onniveggente Daniele Novara è suggestivo (nell’androne della scuola ci sarà anche una sua statua?), e sollecita chi scrive a raccogliere alcuni veloci spunti di riflessione critica, nel senso etimologico del termine. Del resto non è proprio lo “spirito critico” una delle qualità che i pedagogisti raccomandano di suscitare negli alunni? Vediamoli alla prova dello stesso fuoco che essi dicono di voler accendere.
In primo luogo, quali sono i terribili difetti della scuola tradizionale ai quali il novello metodo Novara si propone di ovviare? Prendiamo tre esempi.
Primo. Un recente articolo su Orizzontescuola attribuisce al professore una messa in guardia contro la «scuola caserma». Già con questo viene da chiedersi con quale realtà egli sia in contatto: si ricordi che gli alunni che, a Rovigo, hanno sparato con una pistola ad aria compressa contro una docente sono stati promossi col 9 in condotta (e, come da miglior copione italiano, i genitori minacciano azioni legali contro la vittima). E così via per mille altri casi.
Secondo, la critica di un presunto principio di “sofferenza educativa” che animerebbe le scuole non-Novara: «l’idea che stare bene a scuola, avere amici, vivere le relazioni con i compagni come un elemento basilare dell’esperienza scolastica, sia in qualche modo una minaccia per la scuola dello studio». Si ha qui l’impressione che nel calderone del trito topos letterario contro la scuola tradizionale siano finite fantasime alimentate dal ricordo della signorina Rottenmeier: quale metodo didattico ha mai osteggiato il benessere psico-fisico dello studente? quale docente, a parte qualche isolata deriva, ha mai ignorato l’importanza della serenità fra i banchi?
Il terzo e ultimo esempio concerne un grande classico del ciclo annuale della liturgia scolastica, il rigore anche vendicativo dei docenti: «nelle fasi finali dell’anno scolastico, nella zona scrutini […] rimane come un retrogusto nelle discussioni: si sente dire spesso frasi [sic] come “non dobbiamo dargliela vinta”, oppure “non possiamo concedere troppo”, o ancora “la gita si fa solo se si comportano bene”». Amenità sintattiche a parte, l’affermazione perplime, come direbbe Corrado Guzzanti: a conoscenza di chi scrive, il professor Novara in una scuola non ha mai insegnato e di conseguenza non ha alcuna contezza di scrutini; né dovrebbe averla acquisita indirettamente dalle parole di docenti, visto che le riunioni ufficiali sono protette dal segreto d’ufficio. Si ha la sensazione che la sua esperienza in fatto di scuola sia assai imprecisa e datata, quando non frutto di una fantasia desiderosa di creare un’immagine distorta che ha come scopo quello di giustificare ulteriori interventi sul poco che, della scuola, rimane.
In secondo luogo, che cosa bisognerebbe fare per superare questa mitologica sclerosi dei docenti, retaggio di un arcaico e oscuro passato che i lumi del pedagogismo novariano promettono di cancellare (quando in realtà la scuola attuale è frutto delle riforme degli ultimi trent’anni)? «Insomma», dice il Maestro, «ribaltiamo questa idea ottocentesca della scuola gentiliana che la spiegazione sia il metodo più efficace per insegnare!» (che poi i regi decreti dei quali consta la riforma Gentile risalgano al 1923, non all’Ottocento, è un dettaglio erudito cui la profondità storica del professore non sembra prestare troppa attenzione); «il punto di partenza diventa la situazione stimolo: se devo studiare il romanico vado in una chiesa romanica». Ora, a parte il fatto che la visita a una chiesa romanica non è sempre possibile, né è possibile una visita alla foresta amazzonica durante la lezione di geografia, il metodo qui non ha nulla di nuovo, poiché le uscite didattiche sono ampiamente previste dai tempi di Gentile e probabilmente anche dall’Ottocento. La grande novità si direbbe quindi l’abolizione della tanto temuta spiegazione, a partire dall’innominabile frontale, e una didattica che procede «attraverso l’elaborazione dei contenuti»: nulla però si dice su come avverrà l’insegnamento di argomenti astratti come l’analisi logica o il teorema di Pitagora – che infatti stanno rapidamente scomparendo dai radar degli studenti italiani.
Ma ciò che più sembra à la page di certa pedagogia è, indubbiamente, l’immancabile assenza di voti. Come dire: chi si applica e chi non si applica riceverà lo stesso trattamento. Giusto per preparare i giovani a un Paese in cui è sempre “il merito”, come no, ad essere premiato.
Ciliegina sulla torta, si scopre che la scuola novariana di Piacenza sarà una scuola senza telefonini – che in ciò non differisce dalla scuola pubblica, viste le recenti disposizioni del ministro Valditara.
Tirando le somme, il progetto del professore non sembra poi molto diverso da quello di altri pedagogisti: persone di nessuna esperienza didattica, che spesso s’indugiano sugli alti fastigi – direbbe il poeta – delle cattedre di scienze della formazione, ma mai o quasi mai hanno calcato le piastrelle di un’aula, con una conoscenza della realtà scolastica italiana molto superficiale e viziata da pregiudizi ideologici. Come ogni apprendista stregone che si rispetti, propongono ricette avventate pronti a negare l’evidenza, o a declinare ogni responsabilità nel momento in cui il disastro risulti evidente.
Curiosamente, però, il sacro assioma del benessere scompare sotto le penne dei pedagogisti nel momento in cui si parla degli insegnanti (categoria professionale già sufficientemente vessata e vilipesa su ogni fronte). Ma come, non hanno diritto anch’essi alla serenità sul luogo di lavoro? La presenza di insegnanti a proprio agio non incentiverebbe la produttività e migliorerebbe i risultati? Sembra di no. E infatti, perché la sperimentazione proprio in una scuola privata? «È anche una delle ragioni per cui riusciamo a fare questa sperimentazione in una scuola paritaria e non pubblica. Nelle scuole statali gli insegnanti sono comprensibilmente gelosi della propria libertà» (leggilo qui). Come a dire: cerchiamo docenti sotto padrone (e la libertà di insegnamento prevista dalla Costituzione?).
Si tocca qui con mano la natura vera, presuntuosa e autoritaria, di tanti esperimenti pedagogici. Essi nascono in genere, nell’opinione di chi scrive, da interessi economici (dietro teorie pedagogiche confuse e sgangherate si nascondono associazioni che erogano caterve di corsi a pagamento), di carriera (con la sapiente costruzione di intere carriere accademiche), e anche dalla megalomania di certuni (quella di Piacenza sarebbe, quasi, l’unica scuola che porta il nome di una persona vivente).
Se è piuttosto facile capire come nascono, meno semplice è prevedere la sorte futura di questi progetti di Eden educativi. Attenzione infatti a distinguere il successo commerciale dell’impresa (che comunque è tutto da vedere) da quello educativo e soprattutto formativo. Sul primo versante la fortuna potrebbe anche arridere, almeno in un primo momento: i partecipanti (genitori, alunni, insegnanti) sono appositamente selezionati e motivati e il rapporto alunni/ docenti sarà probabilmente più vantaggioso che nelle classi normali. Dal punto di vista della formazione, più di un dubbio persiste:
Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna, conosciuta nella carta geografica col seducente nome di “Paese de’ balocchi”.
Come certe storie possano andare a finire ce lo suggerisce un famoso libro per ragazzi, in cui un omino di burro si arricchisce vendendo la pelle dei somari…

Il livellamento sociale procede attraverso l’annullamento del sapere
Chi “conosce” è capace di ragionare, quindi è un pericolo per le l’obesità che hanno bisogno di individui, non di persone, che dicano sempre di si.
Oltretutto, le conquiste studentesche sono il frutto di persone che hanno studiato, una nuova rivoluzione civile nuocerebbe alla salute