Educazione affettiva ed istruzione

L’educazione affettiva o sentimentale nelle scuole non è una buona idea, per svariate ragioni.

Educare è un trarre fuori da ogni essere umano certe qualità o attitudini allo scopo di svilupparle; è portare dalla potenza all’atto certe disposizioni personali ad essere, ad agire, a sentire e a pensare, volgendole ad una qualche idea di bene. L’educazione si fa sia nella prassi (cioè alimentando una relazione ravvicinata e sana, che corregga i comportamenti sbagliati dell’educando), sia facendo appello all’intelletto, cioè promuovendo l’insieme dei principi e dei valori da preservare. L’educazione impartita per via pratica non è mai stata separata in modo netto da quella che passa attraverso la ragione; eppure oggi si tende a credere – pericolosamente – che l’educazione dei bambini e dei giovani vada affidata ai discorsi, alle spiegazioni, ai dibattiti, ai confronti.

Credo che la scuola di settanta anni fa già non si sottraesse al compito di educare tanto i comportamenti quanto l’intelletto. Educava i comportamenti con poche semplici regole di condotta cui era difficile contravvenire; ed educava l’intelletto impartendo l’istruzione.

Il sapere umano infatti è un intreccio indissolubile di conoscenze, principi e valori che la nostra civiltà ha selezionato e promosso, passando per rovinose cadute, dispute sanguinose, guerre e rivoluzioni scientifiche, artistiche e sociali. Era dato per inteso che lo studio delle scienze, della matematica o della logica fosse anche un’efficace educazione del pensiero ad un metodo; che lo studio delle arti e delle lettere fosse anche un’educazione sentimentale ed affettiva, esercizio d’immedesimazione ed empatia; che lo studio delle lingue antiche, della storia, delle religioni fosse anche educazione delle nostre facoltà razionali e simboliche, sviluppate nel tempo; che lo studio della filosofia fosse anche educazione del pensiero in quanto strumento capace di errore, di autoinganno; che lo studio del diritto fosse anche educazione del cittadino a vincere le spinte più egoistiche, istintive, belluine, antisociali; che lo studio delle lingue e civiltà straniere fosse educazione a superare l’ordine chiuso dei confini nazionali; che l’educazione fisica, musicale, il disegno, la calligrafia disciplinassero i rapporti tra il corpo e la mente, che educassero un’espressività altrimenti informe…

Oggi queste innumerevoli funzioni educative promosse dalle singole discipline di studio sembrano taciute, del tutto dimenticate. Siamo invitati a produrre mille “educazioni” esaltandone la centralità, sottraendo ore alle povere discipline; rincorriamo l’attualità, cerchiamo di risolvere i problemi sociali emergenti, seguiamo il dettato dei mass-media senza chiederci se, prima di impoverire in vari modi la vecchia odiata scuola, essa non facesse già molto di quello che è possibile fare per prevenire i troppi mali del mondo.

Sopra ho affermato che l’educazione passa anche per l’intelletto: ma non solo. Ci sono le famiglie; c’è la società. Ritengo che si debba contrastare l’idea che la vita e la società dipendano per intero da come funziona la scuola: prima di tutto perché mi spaventa che qualcuno possa decidere in un ministero quali sono le cose che fanno di una persona “una persona buona”; inoltre perché la scuola arriva nella vita dei bambini quando alcuni giochi sono già fatti.

Chiunque conosca un po’ di psicologia dell’infanzia sa che molti dei processi a cui è affidata la conversione delle pulsioni del bambino in emozioni e sentimenti come la frustrazione, la rabbia, l’aggressività, l’odio, il desiderio di possesso o di morte si svolgono nei primissimi anni di vita. Questi processi lasciano segni indelebili, poiché sono implicati nelle relazioni parentali. Il ruolo primario dei genitori, insieme alle dinamiche che intercorrono tra loro, svolgono una funzione determinante per la maturazione delle capacità affettive, emotive, relazionali del bambino, oltre che per la sua salute: tanto che i margini per un intervento operato all’esterno dell’ambiente domestico sono talvolta esigui: quandanche la cura sia precoce, prolungata, individuale e specialistica.

La scuola – posto che sia suo compito – non riuscirà a curare l’anoressia con l’educazione alimentare; non insegnerà ad amare con l’educazione affettiva, poiché chi non ne è capace non impara a farlo discutendo in cerchio. La scuola non renderà empatico colui al quale è stato gelato il cuore con un trauma; non pacificherà gli accessi violenti, non placherà le spinte ossessive, possessive o paranoidi con la discussione e il dialogo: perché certe affezioni non si risolvono sul piano cosciente, razionale, intellettivo, ma agiscono nell’abisso della psiche.

Dunque – su questo piano – gli insegnanti non possono fare nulla? Penso possano molto le relazioni umane tra i singoli, quando sono profonde ed autentiche. Così anche nella relazione educativa, quando essa è profonda, si possono lenire i dolori, offrire speranze, dare consigli e superare schemi di condotta disfunzionali: ma bisogna ricordare che pure la capacità di mettersi in risonanza non si insegna, come non si modellano a piacimento i caratteri, tantomeno con le circolari ministeriali o con i corsi di aggiornamento di dieci ore. E sul piano istituzionale, non c’è nulla da fare? Il meglio che la scuola possa fare è favorire la significatività e la profondità delle relazioni umane, soprattutto liberando gli insegnanti da adempimenti burocratici ed organizzativi sempre più gravosi ed ininfluenti al fine di una buona educazione; le singolarità richiedono tempo ed energia, e non assurde missioni terapeutiche collettive da delegarsi ad emeriti sconosciuti.

Certo, là fuori c’è anche il piano delle idee venefiche propalate dai mass-media ed assorbite dai ragazzi per immersione: una cultura povera, aggressiva, qualunquistica che non aiuta nessuno. Ma se vogliamo davvero porvi un argine dobbiamo restare fedeli all’antico compito della scuola: che è quello di offrire alle nuove generazioni, attraverso il sapere, spiegazioni vive e coinvolgenti, argomentate, storiche e perciò sempre attuali per tutti quei principi e quei valori in cui crediamo, e che la gran parte dei bambini e dei ragazzi avvertono come propri, ma ai quali non hanno ancora deciso se affidare la propria vita. La scuola non è onnipotente; non può inventarsi l’uomo nuovo, mondarlo da ogni male; ma può senza dubbio dare ordine ed indirizzo alle idee embrionali e vaghe dei tanti giovani che sanno e vogliono affidarsi agli insegnanti: poiché quei giovani hanno già vinto la battaglia con se stessi ed ora sono pronti ad aprirsi al mondo.

Sagredo