“Lo dice il cervello”: l’abuso delle neuroscienze nella pedagogia
Come il linguaggio neurobiologico è diventato una nuova forma di retorica educativa, tra semplificazioni, miti e marketing formativo.
«Il futuro sarà come sono le scuole di oggi»
Come il linguaggio neurobiologico è diventato una nuova forma di retorica educativa, tra semplificazioni, miti e marketing formativo.
Non c’è pregiudizio verso le novità, se esse sono migliorative. Ma il cuore d’ogni discorso sulla scuola dev’essere la difesa e la promozione dei suoi scopi primari
Da una recensione di “Riscoprire l’insegnamento”, di Gert J. J. Biesta, una riflessione sulla necessità che gli insegnanti riassumano il ruolo che compete loro, per una vera istruzione e una vera formazione
A quasi trent’anni dalla pubblicazione di due libri che hanno segnato il dibattito culturale sulla scuola italiana — La scuola sospesa, di Giulio Ferroni, e Segmenti e bastoncini, di Lucio Russo — questo convegno, che si terrà a Vicenza, nella sede di ContiamoCi! nei giorni 15 e 16 novembre, prende le mosse dal titolo del primo dei due per rilanciare quel dibattito, che vuole essere prima di tutto civile.
Presentiamo di seguito la traduzione di un famoso articolo del 2006 che ha rappresentato un punto di svolta nel dibattito internazionale sul ricorso a metodologie didattiche alternative all’istruzione guidata (o diretta, cioè la lezione condotta tradizionalmente dall’insegnante), così come sulla centralità della memoria nei processi cognitivi di ordine superiore. Per una adeguata comprensione dell’articolo precisiamo che (come chiariscono gli stessi autori della pubblicazione in una sua versione divulgativa) il termine ‘principiante’ è da riferirsi a tutti gli scolari (k-12, cioè dalla scuola dell’infanzia fino all’ultimo anno della scuola superiore) e persino agli studenti dei primi anni universitari; mentre il termine ‘esperto’ è da riferirsi a coloro che possiedano una padronanza avanzata delle discipline, nell’ultima fase del percorso universitario o durante il dottorato di ricerca.
Alla presenza di un numero crescente di scolari e studenti con diagnosi di dsa dovrebbe corrispondere non solo un’azione didattica efficace, ma anche un’analisi spassionata ed obiettiva di un fenomeno che mette a nudo l’irrazionalità di fondo di alcune dinamiche che attraversano la scuola italiana.
Quando Arte perde la propria autonomia e diventa l’ancella dei progetti scolastici
Si può insegnare una storia per argomenti anziché in ordine cronologico?
Vademecum normativo sul “bonus merito” istituito dalla legge 107 del 2015, ad uso delle RSU e di tutti i docenti.
Il ricorso alla multimedialità nella didattica non è certo un male in sé, ma presenta, nella sua immediatezza e facilità, veri rischi di regressione cognitiva che quasi nessuno ha messo a fuoco in modo chiaro. Lucio Russo lo ha fatto.
Riportiamo qui un’ampia e profonda riflessione sull’Italia contemporanea, che vale anche come autobiografia civile ed intellettuale, del caro professor Lucio Russo. Egli, attraverso la propria cultura, si spese a lungo per un paese migliore: incontrando spesso l’opposizione di individui refrattari all’idea del bene comune, dell’interesse nazionale, dell’efficienza e dell’uso razionale delle risorse pubbliche.
Intervista condotta da Edoardo Gagliardi, di Byoblu, a Elisabetta Frezza e Enrico Rebuffat. Un’analisi spietata dello stato in cui versa la scuola.
Pedagogia e docimologia aspirano a una scientificità impossibile perché i loro scopi non detti sono rivoluzionari, eversivi: e infatti descrivono il sistema scolastico che stanno distruggendo come marcio, reazionario, anti-democratico.
Se l’arte è originata dal Genio (cioè da fattori esterni) e non dell’Impegno (cioè dalla fatica e dall’esercizio quotidiani), a che scopo insegnarne la pratica?
Il parere del noto sociologo britannico sull’uso distorsivo di termini quali inclusione ed accessibilità è illuminante.
Finalmente un’intervista distesa ed accurata in cui è possibile esporre con agio il punto di vista di coloro che vedono nel pedagogismo montante un vero rischio per la democrazia e per il futuro.
Esistono metodi didattici passe-partout, che valgono per tutte le discipline e schiudono le Divine Porte del Successo Formativo? Partendo dall’esperienza nell’insegnamento dell’arte, provo a mostrare come materie diverse richiedano approcci diversi.
La mancanza di selezione mina il valore del merito, svuota di significato i titoli di studio e alimenta una società più fragile, meno competente e meno equa, penalizzando soprattutto gli studenti privi di supporto familiare o culturale.
In questa serie di articoli voglio raccontarvi miti e storture nell’insegnamento dell’arte (e qualche possibile antidoto ideologico), partendo dalla mia esperienza quasi ventennale
Il Consiglio superiore della pubblica istruzione sta ancora dalla parte della scuola pubblica, assolvendo il suo compito istituzionale di elaborazione di pareri per il bene della scuola in una legittima dialettica di opinioni, o adesso persegue finalità diverse che sono incompatibili con la presenza nella scuola di veri docenti?
Ci sono scuole costose, e di specializzazione metodologica avanzata, che dovrebbero mettere la museruola a tutti coloro che insorgono al sol pensiero di “percorsi speciali” per individui con profili di disabilità e neuro-divergenza. Ma in Italia siamo campioni nelle accuse, più che nelle distinzioni logiche.
Le idee di Don Milani, di rado affrontate con la lucidità necessaria, continuano ad attraversare le discussioni in tema di scuola. Egli ebbe grande cuore, ma probabilmente non condusse affatto la giusta battaglia.
È necessario uscire dalla vaghezza stereotipata di alcuni discorsi, perché la buona didattica nasce da una descrizione onesta delle difficoltà da affrontare insieme.
Progetti, progetti e ancora progetti. Insegnare a leggere e a scrivere non è più così importante. Fare lezione è ormai diventato un optional. Largo agli esperti che utilizzano un lessico incomprensibile. Gli insegnanti che non insegnano sono considerati i migliori mentre gli studenti sono sempre più ignoranti.
A partire dall’ovvio assunto che le esperienze dei bambini possono accompagnarsi utilmente alla concettualizzazione dei numeri, oggi sembra impazzare l’erronea convinzione che la matematica abbia lo statuto di una disciplina pratica, concreta: con danni enormi.
Sono trascorsi quarant’anni da quando, ingenuamente e giovanilmente entusiasta, varcai da docente la soglia di un’aula scolastica ed ora ne uscirò definitivamente con la sgradevole e dolorosa sensazione di camminare su delle macerie.
È possibile studiare il problema dell’inclusione evitando le pregiudiziali ideologiche? L’articolo prova a chiederselo partendo dall’analisi della presa di posizione di Ernesto Galli Della Loggia e dalla salva di reazioni critiche che ha suscitato.