Quando il moralismo ideologico sostituisce il pensiero
Ancora due parole sui modi e sulle posture intellettuali adottate da alcuni avversari del Gessetto.
«Il futuro sarà come sono le scuole di oggi»
Ancora due parole sui modi e sulle posture intellettuali adottate da alcuni avversari del Gessetto.
Ritengo che politicizzare (ovvero ideologizzare) il confronto sulla scuola odierna nel banale dualismo sinistra-destra, innovatori-conservatori sia il peccato (o il delitto) d’origine che più avvelena i pozzi del dibattito, perché produce a priori un rovinoso depistaggio rispetto ai termini concreti della questione e alla loro corretta risoluzione.
È ancora possibile confrontarsi con un’idea senza usare come arma il giudizio morale, anche il più falso, sulla persona che l’ha espressa?
Del come, affermando che “ogni esperienza è conoscenza” si giunga ad assumere che “la scuola è di fatto superflua”.
Dare attenzione anche a cose apparentemente inutili può a volte produrre cambiamenti impossibili al criterio d’utilità.
È necessario sanare una situazione che sta diventando grottesca, e certo non giova nemmeno alla qualità finale della scuola come servizio pubblico.
Che cosa accadrebbe se Socrate insegnasse oggi in un liceo italiano? Verrebbe considerato un maestro straordinario o un docente incompatibile con la scuola contemporanea? Questo racconto immagina il suo approdo in un istituto dove inclusione, competenze, empatia, successo formativo e progettazione sembrano aver sostituito la ricerca della verità e la trasmissione del sapere. Ne nasce una satira amara e provocatoria che, attraverso il processo a un insegnante “colpevole” di far pensare, interroga il senso stesso dell’istruzione e della scuola di oggi.
Perché ci sono molti modi di palesare il proprio dissenso, e perché c’è un modo sicuramente sbagliato.
Come la cultura contemporanea ha trasformato la fallibilità del giudizio nella sua delegittimazione.
Ci sono idee talmente diffuse da diventare invisibili. Una di queste è la convinzione, sempre più radicata, che fare il bene significhi soprattutto far sentire bene gli altri. La sofferenza diventa un male da evitare, la frustrazione un’esperienza da eliminare e il conflitto un fallimento relazionale. Ma siamo davvero sicuri che il benessere emotivo coincida sempre con il bene? E soprattutto: che cosa accade all’educazione quando il disagio diventa il nuovo peccato?
Un interessante contributo al dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale a scuola da parte del famoso psicologo dell’educazione.
Come è potuto succedere che la scuola abbia smarrito la bussola? Anche attraverso una precisa opera di rimozione o reinterpretazione delle teorie pedagogiche alternative a quelle dominanti.
Recensione a: Emilio Conte, Un incontro controverso. Giuseppe Lombardo Radice e il Gruppo pedagogico di «Scuola Italiana Moderna» (1920-1950), Edizioni Studium, Roma 2025.
Come una teoria dell’apprendimento si è trasformata in un dogma dell’insegnamento.
Una scuola seria, giusta ed esigente pone i pilastri su cui fondare il nostro domani.
Un quattro descrive una preparazione insufficiente o umilia uno studente? E un sei regalato è davvero inclusione o, al contrario, una forma più sottile di rinuncia? In questo articolo metto in discussione una delle convinzioni più diffuse nella scuola contemporanea: l’idea che il voto debba proteggere gli studenti dalla realtà anziché descriverla. Forse la vera inclusione non consiste nel fingere che abbiano imparato, ma nel continuare a credere che possano ancora imparare.
Muoviamo lentamente verso una scuola dello spettacolo.
I comportamenti degli esseri umani affondano le proprie radici nelle loro idee, consce ed inconsce. Ogni idea di educazione deve fare i conti con questo rapporto sotterraneo, oggi trascurato, poco analizzato, forse a causa di un irrazionale timore di violare l’unicità e la spontaneità dell’educando, quasi egli si dovesse fare da sé. Gli effetti di questa omissione sono sotto gli occhi di tutti.
Non si tratta di negare l’importanza delle emozioni, che è riconosciuta; si tratta semplicemente di riportare la scuola al suo obiettivo di formazione attraverso il sapere.
La crisi della trasmissione nella pedagogia democratica contemporanea.
È uno dei troppi argomenti sui quali viene alzata la bandiera di una scientificità inflessibile, e sventolando la quale i docenti sono spesso invitati a tacere, o a studiare. Ma è la via “vera e giusta”, oppure esiste uno spazio di discussione che non esclude a priori ciò che insegna l’esperienza di molti docenti?
Il Gessetto è una comunità sempre più ampia di docenti, dirigenti e cittadini i quali credono che la scuola abbia bisogno di serietà, coraggio e di un dibattito finalmente liberato da slogan, nuovismi e mode (e insulsaggini!) pedagogiche.
Oggi, 30 giugno, con il Collegio finale, si chiude come di consueto, il mio contratto annuale…
Il culto del nuovo è un male insidioso perché nasconde i rischi del cambiamento acritico dietro la parvenza della disponibilità al cambiamento.
L’esame di maturità ha molti difetti. Ma quello che si prospetta qui, è una parodia cattiva e sciocca.
La lotta più o meno esplicita alla scuola che si fonda sull’impegno è traccia di qualcosa di più vasto e profondo di quanto possa essere una particolare filosofia dell’istruzione: è piuttosto una lotta contro l’educazione come promessa, ed una vera lotta alla trascendenza.
La diffusione della settimana breve viene spesso presentata come una scelta di buon senso, capace di migliorare l’organizzazione della vita familiare e il benessere degli studenti. Ma c’è una domanda che sembra scomparsa dal dibattito: questa organizzazione favorisce davvero l’apprendimento? E se non fosse più questa la prima domanda che la scuola si pone, cosa ci direbbe della sua idea di istruzione?