Da Raimo una non-risposta deludente e ideologica
Christian Raimo ha voluto rispondere al mio articolo in difesa del merito e in moltissimi mi hanno sollecitato, attraverso la redazione de “Il Gessetto”, una risposta.
«Il futuro sarà come sono le scuole di oggi»
Christian Raimo ha voluto rispondere al mio articolo in difesa del merito e in moltissimi mi hanno sollecitato, attraverso la redazione de “Il Gessetto”, una risposta.
Italia, 2025. Decine di migliaia di studenti iscritti a medicina, appena usciti con voti buoni e spesso ottimi dalla scuola superiore più inclusiva ed esperienziale della Storia, fanno naufragio di massa contro non irresistibili quiz di fisica, chimica e biologia che ex studenti di un’epoca passata sono ancora in grado di risolvere…
La battaglia del Gessetto per una scuola migliore va avanti, anche grazie ai nostri sempre più numerosi sostenitori.
Alcune considerazioni sul commento che Christian Raimo ha voluto dare a un post de Il Gessetto sul tema dei disturbi specifici dell’apprendimento.
Uno dei temi caldi del dibattito sulla scuola è la presenza, da molti considerata invadenza, dei genitori. L’autore di questo articolo propone una visione equilibrata.
In questa replica critica a “La scuola del merito è ipocrita e iniqua” di Christian Raimo, pubblicato su Domani lo scorso 29 dicembre, si illustra come la pretesa di eliminare alcuni meccanismi imperfetti ma necessari al funzionamento della società non faccia altro che favorirne la sommersione e l’opacità, ripristinando i privilegi che quei meccanismi possono combattere.
E la scuola, che ruolo gioca? Una rilettura dei testi di Lucio Russo, alla ricerca di una risposta.
Come vede la scuola di oggi una docente entrata in ruolo trentadue anni fa? Ecco una lettera che abbiamo ricevuto.
Pedagogia dell’esperienza, crisi antropologica, scuola senza patrimonio e declino della società.
Ma perché un docente, che rimane nella stessa scuola e magari lavora lì da decenni, ogni anno deve aspettare settembre per conoscere le classi in cui insegnerà e le materie che insegnerà?
Questo testo non intende denunciare un generico difetto di stile, né limitarsi a una polemica linguistica. La questione del linguaggio pedagogico è una questione più profonda, che involge caratteri epistemologici e scientifici. Quando i concetti sono vaghi, le definizioni instabili e il lessico inflazionato, non è solo la comunicazione a risentirne: è la possibilità stessa di produrre conoscenza che viene compromessa. La responsabilità di questa situazione non è individuale, ma collettiva. Essa riguarda una comunità scientifica e una comunità scolastica che hanno progressivamente tollerato l’ambiguità, scambiandola per profondità, e la proliferazione terminologica per progresso. Mettere in discussione il pedagoghese significa dunque interrogare le condizioni di legittimità del discorso pedagogico dominante e il suo rapporto con la chiarezza, la verifica e la responsabilità scientifica.
Il confronto con la ricerca scientifica di tradizione medica.
Un confronto tra i processi di legittimazione della ricerca medica e della ricerca pedagogico-didattica: limiti e differenze. Proposta operativa.
Una ventina di anni fa si diffuse, riguardo i problemi dell’educazione delle giovani generazioni, l’espressione “emergenza educativa”.
Oggi possiamo affermare che essa può essere aggiornata con un’altra espressione ben più corposa e drammatica: quella di “catastrofe educativa”.
Quali siano le cause di questa situazione è problema complesso e articolato: vi hanno concorso negli ultimi decenni parecchi elementi che cerchiamo di evidenziare.
Non ripetere gli errori del passato: oggi è possibile grazie alle illuminanti conquiste di certa pedagogia, che finalmente libera gli allievi da ogni forma di schiavitù per liberarne la potenza creativa.
Prosegue il carteggio tra il prof. Fausto Di Biase e il prof. Giuseppe Bacceli su temi di scuola, pedagogia e didattica.
Prosegue il confronto sulle ragioni del fallimento di un certo tipo di scuola. Il presente commento è in risposta a Giuseppe Bacceli
Al termine del convegno vicentino sulla scuola si articolano alcune riflessioni tra i relatori.
L’essere umano è l’unico vivente che non coincide mai pienamente con il proprio presente: vive proiettato oltre il qui e ora, in un continuo bisogno di altrove, di senso e di trascendenza. Questo articolo riflette su tale carattere strutturale dell’umano e sul ruolo decisivo della scuola nel dargli forma. Contro una didattica frammentata e dispersiva, fatta di progetti occasionali e stimoli effimeri, si difende l’importanza di un’istruzione seria, fondata sulle discipline e sulle lezioni autentiche, capaci di orientare l’immaginazione, educare il pensiero e rendere possibile una libertà non smarrita ma consapevole.
Pubblichiamo qui l’interessante intervento dell’ex Ministro dell’Istruzione portoghese al convegno vicentino tenutosi nel mese di novembre, ed organizzato da ContiamoCi e da Il Gessetto.
Ne parla Julio Velasco in un’intervista, durante TALK a Napoli, di Francesco Costa per Wilson.
Secondo studi recenti, il cervello si modifica lungo tutto il corso della vita attraverso le attività mentali che intraprende e struttura la propria plasticità in particolare a partire da compiti difficili. La scuola, invece che essere il luogo dell’aiuto e dalla semplificazione, deve stimolare i giovani cervelli attraverso difficoltà e sfide per permetterne il pieno sviluppo.
Contenziosi, genitori e prospettive per il futuro di una scuola fondata su merito e dignità
La difficoltà di troppi insegnanti critici a trovare interlocutori realmente disponibili ad un confronto razionale nel merito delle molte questioni di natura pedagogica che interrogano la scuola, forse è già il segno del fatto che quelle questioni pedagogiche non hanno forza di ragione.
Quando i dati diventano retorica scientifica.
Il grande filosofo, quale rettore del ginnasio di Norimberga, si pronunciò sui modi vacui di un certo tipo di didattica e di pedagogia, già presente ai primi dell’Ottocento. Gli argomenti di Hegel meritano una lettura.
Per secoli è parso illuminante l’adagio di Bernardo di Chartres, che definisce i moderni come “nani sulle spalle dei giganti” del mondo passato; ma da qualche decennio c’è chi vuole scendere da quelle spalle, sentendosi gigante lui stesso.