Il mito delle griglie di valutazione
È giusto che gli studenti conoscano le ragioni particolari che hanno portato il docente a dare un certo voto; ma ciò non può legittimare gli eccessi di una mentalità pseudo-scientifica.

In ambito scolastico, uno dei frutti avvelenati del positivismo ottuso dei nostri tempi è il mito delle griglie di valutazione, un tempo inesistenti e oggi considerate imprescindibili per garantire l'”oggettività” dei voti e perfino per fondarne la validità legale (in assenza della griglia la valutazione non è giuridicamente fondata, o almeno così mi disse la DS di un liceo in cui lavorai qualche anno fa). Ma in cosa consistono concretamente questi strumenti così fondamentali per garantire l’esattezza e incontestabilità del voto?
In buona sostanza, si tratta di una disarticolazione del giudizio complessivo sulla prova in una serie (spesso molto lunga) di microvalutazioni inerenti ad aspetti specifici della prova stessa, dalla cui somma deriva il voto finale. Ad esempio, per quanto riguarda il classico tema di italiano, se fino a 15-20 anni fa il professore si limitava a leggere il compito, segnare le correzioni e infine assegnare un voto sulla base di un giudizio d’insieme circa gli aspetti formali e contenutistici dell’elaborato, oggi è tenuto ad assegnare un voto a ciascuno degli aspetti formali e contenutistici decisi a maggioranza in sede di dipartimento e conseguentemente inseriti nella griglia ufficiale della scuola: un voto all’ortografia, uno al lessico, uno alla morfosintassi, uno all’aderenza del tema rispetto alla traccia, uno all’originalità del contenuto, uno alla qualità dell’argomentazione, uno ai riferimenti culturali messi in campo e così via (la lista in genere è molto lunga, e una griglia tipicamente può consistere in due-tre pagine di indicatori specifici a ciascuno dei quali corrisponde una lunga serie di livelli numerici con relative perifrasi descrittive, sovente scritte in modo fumoso e/o sgrammaticato).
Ma come vengono assegnate queste microvalutazioni puntuali? Ovviamente in modo arbitrario (come è normale e inevitabile che sia, specie per quanto riguarda le materie umanistiche), ma la religione del nostro tempo vuole che, per qualche insondabile ragione, la discrezionalità del feedback complessivo possa essere scongiurata attraverso la proliferazione di microfeedback parimenti discrezionali.
Due i risultati concreti di questa follia:
1) tra studenti e genitori (ma anche tra la maggioranza degli stessi insegnanti) passa l’idea che la valutazione di una prova, anche in una materia squisitamente umanistica come italiano o filosofia o scienze umane, sia qualcosa di “oggettivo” e non derivi da un giudizio complessivo ponderato sulla prova stessa, ma dal conto della serva dei voti assegnati a un lungo elenco di microindicatori arbitrari e spesso idioti;
2) per ogni verifica, i docenti perdono letteralmente più tempo per la compilazione di cartacce che per la correzione della verifica stessa.
Esplicito una cosa implicita nel testo. Cosa fanno concretamente i docenti di buon senso: decidono in scienza e coscienza il voto, POI si lambiccano la testa per compilare la griglia in modo che anche il risultato della griglia corrisponda al voto già dato. Risultato? Assurda perdita di tempo e di energia.
Addendum: Questo non vuol dire affatto che non si spieghino i voti agli alunni, e in modo particolare i voti insufficienti, ma bastano poche parole di buon senso e non occorre arrampicarsi sulle griglie e sul didattichese.
Potrei citare molti passi interessanti dal noto libro “Chi sono i nemici della Scienza” di Giorgio Israel. Ci sarebbe da rileggere l’intero libro, per non perdere nulla.
“Riteniamo che [nella valutazione] intervengano una quantità di fattori che non possono essere espressi in termini quantitativi e che la pretesa ridicola di voler annullare ogni “errore” di valutazione annullando l’intervento soggettivo del “valutatore” può condurre a errori ancor più gravi, a un approccio culturalmente mediocre e persino a situazioni tra il grottesco e il ridicolo. Il fatto è che il processo di valutazione dipende comunque dalla cultura del valutatore, la quale ha caratteristiche soggettive ineliminabili e che ogni tentativo di annullarle conduce a una sorta di appiattimento su formulari di idee banali e convenzionali. La cultura e le idee sono in primo luogo espressione di soggettività e volerle standardizzare è un controsenso. La questione fondamentale su cui occorre pronunciarsi in modo netto e senza reticenze riguarda il carattere “scientifico” della scienza della valutazione: questa disciplina non soltanto non ha nulla di scientifico, ma neppure nulla di rigoroso, ed è assai discutibile che meriti persino il nome di disciplina. L’insostenibile pretesa che sta dietro di essa è di considerare come un’ovvietà che sia possibile una scienza oggettiva di processi eminentemente soggettivi.”
“È assai più ragionevole ammettere che la valutazione è una pratica che presenta aspetti inevitabilmente soggettivi ed è meglio che essi si manifestino alla luce del sole anziché essere compressi entro griglie di criteri che si pretendono oggettivi e costretti a farsi largo surrettiziamente nei buchi (un autentico colabrodo) di queste griglie. La valutazione deve conservare le caratteristiche di un’operazione essenzialmente qualitativa e non formalizzata. Una valutazione alla luce del sole, pubblica, senza anonimato e praticata dalla comunità scientifica o dalla comunità degli insegnanti è il miglior sistema di controllo e di diffusione di atteggiamenti eticamente corretti e volti al perfezionamento professionale.”