La bellezza del precariato
Oggi, 30 giugno, con il Collegio finale, si chiude come di consueto, il mio contratto annuale…
«Il futuro sarà come sono le scuole di oggi»
Oggi, 30 giugno, con il Collegio finale, si chiude come di consueto, il mio contratto annuale…
Il culto del nuovo è un male insidioso perché nasconde i rischi del cambiamento acritico dietro la parvenza della disponibilità al cambiamento.
L’esame di maturità ha molti difetti. Ma quello che si prospetta qui, è una parodia cattiva e sciocca.
La lotta più o meno esplicita alla scuola che si fonda sull’impegno è traccia di qualcosa di più vasto e profondo di quanto possa essere una particolare filosofia dell’istruzione: è piuttosto una lotta contro l’educazione come promessa, ed una vera lotta alla trascendenza.
La diffusione della settimana breve viene spesso presentata come una scelta di buon senso, capace di migliorare l’organizzazione della vita familiare e il benessere degli studenti. Ma c’è una domanda che sembra scomparsa dal dibattito: questa organizzazione favorisce davvero l’apprendimento? E se non fosse più questa la prima domanda che la scuola si pone, cosa ci direbbe della sua idea di istruzione?
Ogni anno, durante gli esami di Stato, riaffiora una domanda tanto delicata quanto scomoda: qual è il vero ruolo del commissario interno? Deve essere il garante dell’equità o il difensore dei propri studenti? Tra senso di appartenenza, pressioni implicite e dovere di imparzialità, il confine può diventare sorprendentemente sottile. Questo articolo prova ad affrontare una questione di cui si parla poco, ma che incide profondamente sulla credibilità della valutazione e, in ultima analisi, sulla funzione educativa della scuola stessa.
Il malessere giovanile e lo psicologo pedagogista.
Studi convergenti e criticità della formazione docente centrata sulle teorie educative.
Ci sono tesi pedagogiche che non solo non aiutano a sviluppare una visione della scuola che sia lucida, ma la confondono e la minano.
Oggi, 10 giugno 2026, è l’ultimo giorno di lezione nella storia del liceo classico Michelangiolo di Firenze, istituito nel 1898. Perché? Nella totale assenza di una riflessione critica, sia all’interno della scuola sia nella città, l’analisi di chi ha avuto negli ultimi anni tre figli studenti del liceo offre spunti interessanti.
La nostra scuola è vittima di idee più grandi di lei, che nella scuola palesano in modo clamoroso i loro tremendi effetti reali.
La profetica sagacia di Swift sembra anticipare il nostro presente scolastico, ammorbato dalle strampalate convinzioni di chi vorrebbe sostituire lo studio con l’applicazione di rigidi protocolli insensati.
Lessico, ideologia e deriva nella scuola italiana contemporanea.
Ah, se bastasse l’esperienza di un fatto per comprenderlo! Invece la comprensione dell’esperienza passa necessariamente attraverso il sapere.
L’inclusione è diventata la parola più usata, e forse più abusata, della scuola italiana. Ma cosa succede quando un principio giusto viene trasformato in alibi? Questo articolo prova a smascherare una delle forme più diffuse di ipocrisia educativa.
Siamo sicuri che quello che la scuola – almeno secondo alcuni – intende preparare sia un futuro sostenibile?
C’è solo un modo davvero onesto e funzionale di aiutare i giovani ad orientarsi nella complessità delle proprie scelte di vita: dare loro una solida cultura di base.
E se il voto di latino lo decidesse il professore di ginnastica, e il voto di matematica la professoressa di religione? Impossibile, vero?
Contro ogni insofferenza pedagogica relativa alla “vecchia scuola” ci sono milioni di ricordi di tante persone adulte che hanno incontrato bravi insegnanti per i quali il rigore e la chiara distinzione dei ruoli (accompagnati da un sentimento di rispetto da parte degli allievi) non significavano affatto freddezza, distacco, assenza di relazione umana. Ma a molti – purtroppo – questo sciocco stereotipo fa un gran comodo.
Alla resa dei conti, che cosa rimane degli intenti e della volontà di riportare un po’ di serietà nella scuola italiana? Nel caso dell’esame di maturità, un topolino piccino piccino.
Puerocentrismo e rimozione del tempo negli epigoni odierni di Rousseau.
I bravi docenti non rifiutano affatto l’idea di assumersi importanti responsabilità; ma chiedono che quelle responsabilità siano quelle che spettano a loro, e non altre.
Insegno in un liceo da anni. E sono stanca.
Sono stanca di un sistema in cui la bocciatura non è più considerata una possibilità educativa, ma un problema da evitare. Tutto spinge verso la promozione generalizzata. Non importa se le competenze non ci sono. Non importa se le lacune sono evidenti. L’importante è evitare conflitti.
Per una critica epistemologica della deriva pedagogica nuovista.
La scuola ha bisogno di un linguaggio più onesto, chiaro, condiviso, in modo che la realtà che esso deve rappresentare risulti compatibile con la funzione educativa.
Non di rado provvedimenti ministeriali che vengono esibiti nella forma come ispirati a principi di rigore e di serietà, nella sostanza (cioè nella loro applicazione pratica) risultano spesso concepiti apposta per essere aggirati o addirittura rovesciati nel loro opposto.
Nel panorama educativo contemporaneo, la figura dell’insegnante sembra essere stata risucchiata in un vortice di psicologismo e affettività di maniera. Questa deriva non è solo pedagogica, ma affonda le sue radici in un sistema normativo e culturale che, in Italia, ha deciso di svalutare l’esperienza e la maturità intellettuale in favore di un giovanilismo ideologico e populista.