Learning by doing: opportunità e insidie
Certe metodologie didattiche hanno trovato molti sostenitori ma, in proporzione, continuano ad avere pochi argomenti a sostegno; inoltre – così come accade con la maieutica o col learning by doing – si basano sulla confusione tra i possibili utilizzi in ambito scientifico, cioè tra persone già formate e istruite, e gli utilizzi in contesto scolastico, cioè tra persone che non hanno ancora le basi necessarie a promuovere la logica propria delle scienze.
Quando andavo a scuola io (ahimè troppi anni fa) la didattica scolastica era prevalentemente, se non esclusivamente, teorica. Dovevi imparare e capire quello che ti diceva il prof, il quale poi ti diceva come quelle nozioni (soprattutto nelle materie scientifiche) si applicavano alla vita reale. Non sempre era così. Non tutti i professori potevano, o volevano, applicare le nozioni che insegnavano alla realtà di tutti i giorni. Alcuni docenti spiegavano in modo apparentemente slegato dalla realtà e senza applicazioni pratiche. Non a caso alcuni dicevano, e non completamente a torto, che la scuola era troppo staccata dal mondo reale. Nonostante tutto, la scuola italiana riusciva a sfornare individui che grazie al loro talento e all’educazione ricevuta a scuola; riuscivano ad avere grandi risultati nella scienza, nell’ingegneria, nella medicina, nella letteratura. Gli studenti italiani ottenevano risultati eccellenti, migliori di quelli dei loro omologhi stranieri, anche se quest’ultimi beneficiavano spesso di didattiche con un maggior numero di esercitazioni pratiche.
Da alcuni anni le cose sembrano cambiate. L’Italia si è ammalata di esterofilia, e alcuni docenti italiani si sono fatti ammaliare dai modi dei loro colleghi stranieri. Sempre più spesso i gaglioffi della dottrina dell’inclusione a tutti i costi criticano ferocemente la lezione frontale. Certo, l’incoerenza di questi soloni appare subito evidente dal fatto che essi stessi criticano la lezione frontale utilizzando, guarda caso, proprio questa tecnica didattica. Alla faccia della coerenza.
Una delle didattiche alternative o integrate che si sta maggiormente diffondendo è il learning by doing. Questa didattica venne descritta inizialmente da John Dewey e Paulo Freire. Essi credevano che l’apprendimento efficace dovesse avvenire attraverso le interazioni, implementando la didattica attraverso l’applicazione pratica degli insegnamenti. Pensavano che l’apprendimento degli scolari passasse preventivamente dalle esperienze manuali, come se fosse una sorta di scoperta scientifica. Qui però va chiarito un punto. Certamente è vero che le scoperte scientifiche passano dalle esperienze manuali, le quali sono però eseguite da scienziati che hanno già approfonditi background teorici, e che hanno una capacità di interpretare, razionalizzare e modellizzare la realtà che gli scolari non possono avere. E anche lì va detto che il metodo sperimentale prevede una costruzione teorica e un’ipotesi fatte prima dell’esperimento, non dopo. Niente a che fare con il learning by doing di John Dewey e Paulo Freire.
Ad ogni modo, questo pensiero pedagogico ha riscosso un enorme successo, non sorprende quindi che sull’altare della cosiddetta inclusione, vengano creati racconti bucolici, come quello degli studenti con deficit cognitivi che studiano fisica quantistica con unicorni alati che galoppano sull’arcobaleno. Anche in Italia, molti sono i docenti che hanno abbracciato con entusiasmo questa didattica. A questo punto però bisogna capire se è oro tutto quello che luccica e, soprattutto, se questa didattica abbia il potenziale di sostituire la tanto vituperata lezione frontale.
Non c’è dubbio che il learning by doing possa grandemente aiutare l’apprendimento e supportare gli studenti a tenere alta l’attenzione. Può aiutare i discenti a capire che quello che studiano ha applicazioni nella vita di tutti i giorni, non di aride nozioni teoriche fini a sé stesse. Ad ogni modo, secondo me questa modalità didattica può essere di grande aiuto solo se è contestuale e simbiotica con la lezione frontale. Per questo vanno chiariti alcuni punti:
- Il learning by doing non può sostituire con successo la lezione frontale. Pensare il contrario è pura illusione foriera di cocenti delusioni. Costruire un Colosseo di carta pesta può essere piacevole ed entusiasmante. Può aiutare ad applicare le nozioni teoriche che il docente impartisce. Va però sottolineato che la mera costruzione del Colosseo non fa capire come si viveva nell’antica Roma. Senza il costrutto teorico, sarebbe un esercizio di manualità fine a sé stesso, quasi completamente slegato con la storia di questo monumento. Faccio un altro esempio. I saggi alla fiamma sono un’esercitazione di chimica facile, veloce e ad alto impatto ottico. Piacevole da osservare. Può aiutare a tenere alta la concentrazione degli studenti. A mio avviso però, è utile e ha senso solo per far capire il modello teorico dei livelli di energia degli orbitali elettronici. Se venisse eseguita senza un adeguato costrutto teorico sarebbe un inutile esercizio di luci e di colori, i ragazzi di oggi sono soggetti a fin troppe girandole colorate. Come diceva Leonardo da Vinci, non esiste buona pratica senza buona teoria.
- Non è detto che tutti gli studenti si interessino al learning by doing. Basta pensare che basti un’applicazione pratica a risvegliare l’attenzione di tutti i discenti! Bisogna prendere consapevolezza che in certi casi anche le esercitazioni più entusiasmanti non ottengono l’attenzione prevista.I ragazzi di oggi sono continuamente bombardati dai massmedia che danno messaggi veloci e frugali. Non c’è spazio per l’approfondimento. Questo significa che il livello di attenzione degli studenti di oggi è spesso molto basso. A volte non solo non si interessano alla lezione frontale, ma neanche alla più sfavillante e coinvolgente esercitazione pratica. Il docente non si deve scoraggiare se a volte non riesce a coinvolgere gli studenti, né deve credere che sia sempre possibile farlo.
- L’eccessiva modellizzazione può causare problemi di apprendimento. I modelli didattici possono avere semplificazioni utili all’apprendimento, che tuttavia possono generare confusione e false credenze. Ad esempio, per comodità didattica i modelli di cellula eucariotica tendono ad avere forma sferoide con il nucleo al centro. Questo può far credere erroneamente che le cellule siano tutte così. Il docente deve stare attento a segnalare la semplificazione didattica in atto. Deve dire chiaramente che le cellule possono avere un’infinità di forme diverse e il nucleo si può trovare anche in periferia, o può addirittura essere assente.
- Non si può usare il learning by doing per tutti gli argomenti. I soloni del Moloch dell’inclusione a tutti i costi vorrebbero usare questa metodologia per tutti gli argomenti. Questo è semplicemente impossibile. Ci sono fenomeni e modelli teorici che non possono essere studiati con esercitazioni pratiche e senza capacità di astrazione. Se lo studente non ha voglia o capacità, difficilmente studierà con successo. Neanche con le tecniche didattiche più seducenti. Checché ne dicano i sedicenti esperti dell’istruzione moderna, non si può studiare analisi matematica con il solo pongo.
- L’esecuzione pratica non implica la comprensione automatica di quello che si fa. La gente spesso crede che fare una certa azione faccia capire i principi teorici alla sua base. Non è così. Tutti usiamo cellulari o computer, però molto spesso non capiamo il loro funzionamento. Pensiamo ai tecnici di laboratorio che fanno esperimenti scientifici. Molto spesso sono più bravi degli scienziati nell’esecuzione sperimentale, tuttavia generalmente non capiscono cosa stanno facendo, non sono capaci di interpretare dati e progettare esperimenti. Questo serve a capire che con la sola pratica non si capisce il perché delle cose. Leonardo da Vinci aveva ragione.
- Il learning by doing richiede tempo. I docenti che hanno poche ore per classe possono avere difficoltà a trovare il tempo per utilizzare questa modalità didattica. Preparare i materiali richiesti per le esercitazioni richiede non poco tempo. Lo stesso dicasi per l’esecuzione di molte esperienze di learning by doing, durante le quali si verificano spesso intoppi tecnici che prolungano le tempistiche.
- Il learning by doing costa e rischia di creare esclusione sociale. Il learning by doing richiede spesso costi non indifferenti. I materiali richiesti possono non essere alla portata di alcune scuole. Le cose possono peggiorare nel caso in cui siano gli alunni a dover affrontare certi costi. La costruzione del Colosseo o di una cellula richiede spesso spese non affrontabili da certi alunni (i pezzi, le plastiche, le colle, i colori, gli attrezzi, i modellini etc.). Gli studenti con problemi di manualità si potrebbero sentire esclusi. In certi casi il learning by doing rischia di diventare strumento di esclusione sociale e non di inclusione.
- Anche il learning by doing è faticoso. I soloni dell’istruzione moderna detestano la fatica e l’impegno. Fanno credere che sia possibile imparare senza spendere energie. In questo contesto, a volte presentano questa didattica come un modo facile e veloce di imparare senza fatica. Niente di più falso!! Anche il learning by doing richiede tempo, costi e fatica. L’apprendimento senza impegno non esiste.
Fatti questi doverosi chiarimenti, appare evidente che il learning by doing possa essere di grande aiuto nell’insegnamento, a patto di fare le dovute integrazioni teoriche. Bisogna essere realisti e pragmatici. Di certo non è la panacea di tutti i mali della scuola. Non è sempre efficace, ha limiti e controindicazioni che devono essere adeguatamente tenuti in considerazione. In ogni caso, da solo non è lo strumento atto a far capire concetti complessi a studenti poco capaci o poco vogliosi di capire.

Sono d’accordo su tutto, aggiungo un aneddoto personale. Mio figlio, studente di ingegneria a Milano, si lamentava a volte della troppa teoria e del poco laboratorio (complice anche a dire il vero il periodo di pandemia). Una volta presa la laurea triennale è andato a fare il biennio in Olanda nel prestigioso politecnico di Delft, dopo pochi mesi era diventato un piccolo leader, i compagni di studi erano spesso bravissimi in settori e argomenti specifici ma si smarrivano regolarmente non appena si presentava qualcosa di imprevisto, la preparazione più teorica e “generalista” di mio figlio dopo qualche difficoltà iniziale lo ha portato abbastanza facilmente a primeggiare.