“Amare gli allievi, amare l’umanità”. Sì, ma che cosa significa?

Non è così infrequente che adulti e insegnanti si aggrappino a un’idea confusa di amore per sostenere la necessità di rendere la vita scolastica più facile del dovuto

Credo che potremmo dirci tutti d’accordo (se escludiamo qualche sparuto satanista) sull’importanza di amare il prossimo, di amare l’umanità; e dunque sull’importanza di amare i bambini, i giovani e gli allievi – non solo se siamo insegnanti, ma soprattutto se siamo insegnanti.

Ciò su cui potremmo dividerci è, invece, il senso da attribuire a questo amore tanto decantato, che taluni smaniano di profondere sempre e ovunque, in ogni gesto. È un problema filosofico di difficile soluzione, soprattutto se percorriamo la via dell’astrazione dalle situazioni particolari.

Restiamo al caso concreto della scuola, quella che si fa giorno per giorno. Ho spesso constatato che tra molti insegnanti è diffusa la convinzione che l’amore per gli allievi si misuri sulla disponibilità a render loro la vita più facile, ad aiutarli a superare gli ostacoli. Bene. Forse fin qui potrei persino essere d’accordo: ma si tratta ancora di capire di che cosa consista l’aiuto di cui dobbiamo esser prodighi, e anche di quali sono gli ostacoli di cui stiamo parlando.

Io ho pochi dubbi, almeno su questo. L’aiuto che dà un insegnante deve consistere soprattutto di strumenti culturali, con tutto l’armamentario che essi si portano dietro: metodi, autodisciplina ed intelligenza della realtà (da intus legere, cioè “leggere, osservare in profondità”). È la graduale e costosa acquisizione di certi strumenti culturali a produrre l’accrescimento di quelle capacità critiche e psicologiche, che possono fare la differenza nella comprensione del mondo esterno e delle sue difficoltà; ma anche del proprio vissuto interiore.

Stop.

Mi piacerebbe sapere, una buona volta, quali sono gli argomenti dicibili di coloro che, invece, intendono l’aiuto come una riduzione delle dimensioni degli ostacoli scolastici, quasi che queste dimensioni potessero essere adattate al comodo individuale senza pagarne le conseguenze. Voglio immaginare che siano argomenti logici, e non affettivi.

Non ci vuole molto a capire che queste idee d’amore e d’aiuto, del tutto irragionevoli, non sono esportabili al di fuori della scuola: a meno che non si parli di barriere fisiche, architettoniche. Al di fuori della scuola la quasi totalità degli ostacoli non può essere programmata da qualche adulto amorevole, perché è decisa dalla vita stessa. Non c’è un solo aspetto della vita reale per il quale non risulti prima o poi evidente che un aiuto malinteso nelle aule prepara una dolorosa diminuzione dell’autonomia, dell’autosufficienza, della tenuta psicologica e della capacità di autodeterminazione delle giovani generazioni.

Le generazioni male amate sono generazioni meno libere.