Il mito dell’insegnamento come “travaso” di conoscenze da una testa all’altra

Solo l’ignoranza su un dibattito millenario può generare una simile banalizzazione

Non è certamente il caso di effettuare una ricostruzione, anche solo parziale, del ricchissimo ed inesausto dibattito filosofico svoltosi fin dall’antichità attorno all’atto del conoscere umano. Può però dare qualche soddisfazione la lettura di tre passi tratti da due opere davvero profonde. Suppongo bastino, nella loro chiarezza esplicativa, a demolire l’idea secondo cui l’insegnamento tradizionale va superato perché, essendo finalizzato alla trasmissione di nozioni, implica l’uso della testa dell’allievo come se fosse un vaso da riempire. Posto che siano mai esistiti o esistano insegnanti che riducano il proprio complesso ruolo a questo principio idraulico, è chiaro che l’apprendimento delle nozioni è sempre stato concepito, in sede critica, come un atto tutt’altro che passivo, e produce l’esatto contrario di allievi-cloni, o copie stanche dei loro maestri. I nuovisti farebbero bene a prenderne atto prima di alimentare i propri attacchi, fondati su un pregiudizio bell’e buono.

Propongo tre frammenti. Uno tratto da Filosofia della pratica. Economica ed etica (1909) di Benedetto Croce; gli altri due tratti dal De Magistro di Tommaso d’Aquino (metà del XIII secolo).

Vero è che, poiché tutti si affannano a disputare e tanti sudano a scriver libri, dovrebbe vedersi in questo un forte argomento a prova che né dispute né libri sono inutili, non essendo concepibili tante fatiche intorno all’inutile. E piuttosto sarebbe da considerare se vano non sia il concetto, non so se meccanico o chimico, del pensiero che s’immetterebbe nel pensiero altrui per decomporlo, purificarlo, ricomporlo e variamente modificarlo: concetto che, non corrispondendo punto alla realtà, induce poi ad accusare di vanità le dispute e i libri.
Questa immaginata azione non accade nel rapporto dell’un disputante con l’altro, e non accade nemmeno nel più semplice rapporto di maestro e discente, o addirittura di maestro e scolaretto, per fanciullo che questo sia. Perché, com’è noto, lo scolaro non è mai tabula rasa, e a qualunque punto lo si prenda, è già qualcosa di formato, con idee e tendenze proprie, o, per dirla con parola precisa, con problemi propri, che non sono quelli del maestro, il quale non può, a sua volta, avere altri che i suoi, né dare altro che le soluzioni dei problemi suoi. Lo scolaro perciò accetta dal maestro quel che gli giova, ossia che è conforme alle sue idee e tendenze, e rifiuta il resto: cioè, se è diligente ed ossequente scolaro, non lo rifiuta pienamente, ma, senza fonderlo nel suo intelletto e nell’animo suo, ne riempie la memoria, come relegandolo in luogo di deposito provvisorio, dal quale o scivolerà via del tutto o, a suo tempo, passerà a migliore ufficio. Viene tempo, infatti, nel quale i suoi nuovi problemi diventano simili o analoghi o prossimi a quelli di cui il maestro dava la soluzione; e allora quelle parole, fin allora mute, parlano davvero, ma, allora, come parole proprio dello scolaro. È stata, dunque, inutile la scuola? Sembra che debba dirsi il contrario, e che sia stata doppiamente utile: la prima volta, in quanto ha fortificato in modo e negativo e positivo la personalità dello scolaro, e la seconda volta, in quanto gli ha recato altro aiuto.
Inutile potrà dirla solo colui che si aspettava che lo scolaro diventasse il duplicato del maestro, cioè desiderava una perfettissima inutilità

[da Benedetto Croce, “Economia ed etica” in Filosofia, Poesia, Storia, Ricciardi, Napoli, 1952]

“… chi insegna trasfonde il suo sapere nell’allievo, non nel senso che nell’allievo si produca la medesima quantità di sapere che si trova nel maestro, ma nel senso che, attraverso l’insegnamento, nell’allievo si produce un sapere tipologicamente affine a quello che si trova nel maestro, condotto dalla potenza all’atto nei termini indicati” […] … un uomo può essere in certo qual modo causa di sapere per un altro, non nel senso che gli trasmetta la nozione di tali principi, ma nel senso che, quanto era racchiuso implicitamente all’interno dei principi, e in un certo senso in potenza, egli lo fa passare all’atto servendosi di alcuni segni sensibili offerti alla percezione esterna”
[da Tommaso d’Aquino, De Magistro, Anicia, Roma, 2009, pp. 101 e 135]