Lo stato dell’arte – episodio 3 – Genio versus Impegno
Se l’arte è originata dal Genio (cioè da fattori esterni) e non dell’Impegno (cioè dalla fatica e dall’esercizio quotidiani), a che scopo insegnarne la pratica?

Scena uno: siamo in una classe prima media, durante l’ora di pratica, nel primo quadrimestre. Stiamo svolgendo un elaborato usando le sfumature con le matite di grafite e agli alunni è richiesto di esercitarsi con la giusta pressione di lapis di varia durezza/morbidezza al fine di realizzare: 1) una striscia dal bianco al nero con tutte le sfumature intermedie (senza creare “salti” nella sfumatura, ma realizzandola continua); 2) una striscia divisa in tanti rettangoli, ciascuno del quale va riempito con una campitura di grigio uniforme, sempre in scala dal bianco al nero; 3) una sfera tridimensionale partendo da una circonferenza bidimensionale. Un alunno alza la mano: «Prof, ma io non sono capace!». Mi siedo al suo banco, gli chiedo di mostrarmi come svolge il compito. Gli provo a correggere l’impugnatura della matita, facendogli capire – con vari esempi – se sta premendo troppo (probabile) o troppo poco (più raro) quella matita. Gli faccio vedere come la matita vada inclinata per creare alcuni tipi di sfumature. Gli faccio vedere che tipo di movimenti è meglio che faccia il tracciato, per avere un risultato più naturale possibile (ovviamente tenendo d’occhio i compagni, mai distrarsi davvero!). Il tutto in una manciata di minuti, altrimenti come la facciamo la “didattica personalizzata” agli altri venti e passa alunni? Lo studente, senza nemmeno provare ad esercitarsi con gli esercizi suggeriti, replica: «Ma io non ci sono portato!»
Scena due: al colloquio con la madre di un altro alunno, stavolta in terza media. Faccio presente i voti bassi del caro pargolo – sempre a pelo della sufficienza e talvolta anche sotto quel pelo – nella pratica artistica, ad esempio nell’elaborato sulla pubblicità, dove ha completamente mancato l’obiettivo riguardante impaginazione e pesi visivi dell’immagine. La madre fa spallucce: «Eh, non ci è portato. Non ha il dono».
Non ci è portato. Non ha il dono.
L’idea che l’artisticità (la creatività, ma anche le abilità manuali) sia un “dono degli déi” è di certo antica. La troviamo nella Teogonia di Esiodo (VII secolo a.C.), il qualedice che sono state le Muse ad insegnargli a cantare, mentre pascolava pecore ai piedi dell’Elicona, elevandolo da miserabile pecoraio a voce divina. Anche Platone, per esempio nello Ione (IV secolo a.C.), afferma: «Solo la Musa forma gli ispirati; e attraverso questi si costituisce una catena di altri, invasi da divina ispirazione. Tutti i buoni poeti epici, non per arte, ma perché ispirati e invasati dalla divinità, esprimono tutti quei loro bei canti». Questa idea della sacralità dell’Arte e dell’Artista come “sacerdote laico” di suddetta religione è perdurata nei secoli e si è ben rinfocolata tra XVIII e XIX secolo con il Romanticismo. Per non annoiarvi con troppe citazioni, ve ne fornisco giusto un paio. «Gli antichi poeti animavano tutti gli oggetti sensibili con dèi o geni, / chiamandoli con i nomi e adornandoli con le proprietà di boschi, fiumi, città, nazioni, / e qualsiasi cosa i loro sensi acuiti e numerosi potessero percepire. […] / Così gli uomini dimenticarono che tutte le divinità risiedono nel petto umano» (William Blake, Milton, 1804-10). «La poesia romantica è ancora in divenire; anzi, questa è la sua vera essenza, che può solo divenire eternamente e mai essere perfezionata. Non può essere esaurita da alcuna teoria, e solo una critica profetica può osare caratterizzare il suo ideale. Essa sola è infinita, così come essa sola è libera; Riconosce come sua prima legge che la volontà dell’artista non subisce alcuna legge superiore a sé. La forma romantica della poesia è l’unica che è più di una forma ed è, per così dire, poesia stessa; poiché in un certo senso tutta la poesia è o dovrebbe essere romantica» (Friedrich Schlegel, Athenaeum fr.116, 1798-1800). Come spesso capita alle idee, anche queste si sono infiltrate nei luoghi comuni di tutti i giorni, fino ad arrivare ai miei colleghi, ai miei alunni e alle loro famiglie.
Eppure, io questa idea la trovo una fesseria – e di quelle pericolose. Se, infatti, solo la Creatività Innata, l’Ispirazione, il Genio, il Dono Divino – e cioè fattori esterni, non riconducibili alla volontà della persona o al suo impegno, un tempo gli dèi e oggi i “fattori ambientali” o il Dna o chissà che altra scusa – permettono il talento artistico… a che serve impegnarsi? Quel talento o lo si ha, o non lo si ha – e nulla potrà cambiare quella condizione. Ed ecco che l’alunno non particolarmente “portato” per il disegno si sentirà subito giustificato per le sue mancanze: non è colpa sua, che non si impegna, che non si allena, che non fa pratica, che non segue i consigli dell’insegnante, no! La colpa è dei cromosomi mitocondriali, delle tare ereditarie famigliari, delle sinapsi dell’emisfero destro del cervello, di Dio! Lo dicono tutti: i genitori, i parenti, gli amici, le serie su Netflix, i reel e i tik tok, magari pure qualche collega… E lui, povero, non è stato scelto dagli dèi, non ha avuto il dono e può già gettare la spugna ora, che tanto…
A salvarmi dai deliri ideologici del passato e dell’attualità, come un toccasana, ecco Aristotele, per il quale tutte le virtù intellettuali, tranne una (il νοῦς o intelletto) sono apprese e – ugualmente – anche la τέχνη (“techné”, cioè le “arti”, come la poesia) è appresa. Aristotele, nell’Etica Nicomachea, distingue nettamente tra ciò che è naturale (physis) e ciò che è acquisito per abitudine o insegnamento. La techné (cioè l’arte) rientra nella seconda categoria: non è innata, ma si apprende con esperienza, esercizio e ragione. Spulciando online, ho trovato anche un passo apocrifo a lui attribuito, che non è possibile trovare nella sua Poetica o in altri suoi testi, che però incarna bene il pensiero di Aristotele sull’argomento: «La poesia deriva o da un’ispirazione naturale (φύσις) o da un’abitudine (ἕξις) appresa[1]». Questo commentatore medievale di Aristotele cosa dice? Che c’è un quid non legato all’impegno che può essere utile e talvolta fondamentale per l’arte… eppure cosa sarebbero le arti senza le “abitudini apprese” (e cioè l’esercizio)? Esemplifico: io voglio imparare a suonare la chitarra. Allora compro o noleggio una chitarra, vado ai corsi serali di chitarra, mi alleno con esercizi almeno due volte alla settimana, guardo i tutorial su YouTube, faccio tanta ma tanta pratica… e alla fine, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno… ebbene, miglioro! Imparo a suonare la chitarra, poi imparo a suonarla un po’ meglio e magari, un giorno, la imparerò a suonare anche bene o molto bene, se ci metterò impegno e passione, se avrò buoni maestri. Ciò non significa che diventerò Jimi Hendrix, Eric Clapton o Chuck Berry! Certamente, però, il me stesso del futuro sarà più capace, più allenato, più performante del me stesso attuale. Lo stesso vale quando si vogliono fare le attività sportive: non tutti quelli che si allenano duramente arrivano sul podio olimpico, ma certamente tutti coloro che ci sono arrivati si sono allenati duramente!
E perché non tutti ci arrivano, a quel podio? Non voglio, in questa sede, dilungarmi, ma concordo con l’esistenza di questo quid che il commentatore aristotelico chiama φύσις – “natura” o “carattere innato” o “essenza” – e che sfugge agli allenamenti. Se vogliamo fare un paragone: saranno le fortune o le avversità dell’ambiente famigliare in cui siamo cresciuti (ci hanno detto «bravo/a!» quando, ancora infanti, facevamo i nostri primi scarabocchi, oppure ci hanno ignorato o deriso o sminuito?), la genetica (abbiamo forza muscolare adeguata, elasticità, resistenza polmonare?) o chissà che altro a fare la differenza in alcune situazioni… ma quel quid, da solo, non servirebbe a nulla se non ci fosse l’enorme lavoro di impegno, dedizione, allenamento, esercizio che una qualunque pratica (sportiva o artistica) richiede.
«Nulla dies sine linea» (“Nessun giorno senza una linea”, cioè “Non passi un giorno senza essersi allenati”): così riferiva Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale mentre raccontava del grande pittore greco Apelle, che si esercitava ogni giorno col pennello. Così dovrebbero fare tutti coloro che vogliono apprendere un sapere pratico, una τέχνη: allenarsi, allenarsi, allenarsi. Le altre sono tutte scuse per non fare.
[1] Facendo un po’ di ricerche a riguardo di questo passo alquanto citato, mi sono “arenato” tra due possibili commentatori di Aristotele di epoca medievale: un anonimo commentatore del Codice Marcianus (Scholia Vetera in Aristotelem) e un Tommaso Magister del XII secolo nel suo Proemium in Aristotelis Poeticam. Se qualcun altro volesse fare ricerche più approfondite, sono il primo a volerne conoscere l’esito. Nel frattempo, ciò che conta è che il passo sia comunque coerente col discorso che voglio qui imbastire.
Ottimo articolo come i precedenti, mi pare che fosse Picasso, che naturalmente può piacere o meno, che diceva: “cos’è il genio? un per cento ispirazione 99 per cento traspirazione.”
E Picasso, di impegno per imparare a disegnare e dipingere, ne aveva messo parecchio. Basterebbe guardare le sue opere giovanili per capire la qualità tecnica raggiunta fin da ragazzo…
Sono pienamente d’accordo!. E lo dico da Collega di Arte e immagine.
L’attitudine di genitori (ma non solo loro) sono la vera ed unica origine della presupposta mancanza di talento dei propri pargoli.
In un’epoca in cui ci viene propinata una visone “rivoluzionaria” della scuola come luogo di divertimento ad oltranza questa visione profondamente conservatrice se non relazionaria viene spesso giustificata. Mentre i ragazzi sono solo contenti quando si rendono conto di essere riusciti a superare un eventuale limite.