I meme del Gessetto
L’Esame di Stato non è un’interrogazione – Un mantra degli ultimi anni

“L’Esame di Stato non è un’interrogazione” è una frase che negli ultimi anni è stata ripetuta spesso, soprattutto da dirigenti ministeriali, ministri e tecnici dell’Istruzione. Questa affermazione ha una funzione retorica precisa: prendere le distanze da un’immagine tradizionale e scolastica dell’esame orale — come momento frontale, domande-risposte, con il candidato sotto torchio e la commissione nei panni dell’inquisitore. Si vuole promuovere invece un modello più “colloquiale”, centrato sullo studente, sulla sua esperienza scolastica, sulle competenze trasversali, sulla capacità di argomentare, riflettere, collegare i saperi. Insomma, un cambio di paradigma almeno nelle intenzioni. Tuttavia, questa presa di posizione è anche ambigua e a tratti ipocrita, perché: La struttura dell’orale rimane, di fatto, molto simile a un’interrogazione, con una commissione che fa domande, valuta le risposte e assegna un punteggio. Cambiano le modalità (più spazio al colloquio, meno all’imprevisto), ma il meccanismo valutativo resta simile. La scuola, nella pratica quotidiana, funziona ancora molto a interrogazioni, e quindi lo studente ha come riferimento proprio quel modello. Pretendere un cambiamento solo nell’esame, senza agire prima sulla didattica, è poco coerente. L’idea che “non sia un’interrogazione” spesso si accompagna a un impoverimento dei contenuti, sostituiti da presentazioni vaghe, “elaborati personali”, collegamenti a volte casuali o forzati, con il rischio di abbassare le aspettative cognitive.
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