Quando il moralismo ideologico sostituisce il pensiero

Ancora due parole sui modi e sulle posture intellettuali adottate da alcuni avversari del Gessetto.

La controreplica del prof. Cristiano Corsini (sul suo profilo Fb) al recente articolo del Gessetto che confutava l’ennesima lettura fuorviante di un meme non è un’analisi, bensì un becero esercizio di allarmismo ideologico, che tenta di trasformare una gag satirica in un caso morale inventato.

La sua ossessione per la “possibile violenza sessuale” non nasce da ciò che il meme mostra quanto piuttosto dalla sua volontà di evocare un crimine per legittimare una falsa lettura già decisa in partenza. La cultura dello stupro, agitata come cornice interpretativa, non serve a capire il contenuto ma a deformarlo, e rivela una pedagogia che ha smarrito il contatto con la realtà e si regge ormai solo sulla produzione artificiale di emergenze morali.

Per sostenere questa costruzione, il prof. Corsini deve attribuire al Gessetto affermazioni che il Gessetto non ha mai formulato. Parla di “certezze” sulla volontà della ragazza come se il nostro articolo avesse proclamato verità psicologiche, laddove invece si è limitato a descrivere ciò che il meme rappresenta. È la tecnica più prevedibile: inventare un avversario immaginario, attribuirgli ciò che non ha detto e poi attaccarlo con zelo inquisitorio. Non confuta il testo, bensì la sua caricatura del testo e punto più rivelatore è costituito dalla trasformazione del consenso in un grimaldello ideologico. Il meme non rappresenta coercizione, dominio, abuso, né alcuna dinamica di violenza: è una gag volutamente assurda. Ma il prof. Corsini decide che la ragazza potrebbe non essere in grado di esprimere un consenso libero e consapevole non perché il meme lo suggerisca, ma perché la sua lettura deve necessariamente produrre un problema morale, di modo che il consenso, nella sua replica, non sia un concetto da analizzare, bensì un passepartout per costruire un’accusa. Non importa cosa si vede: importa cosa lui decide che si debba vedere. Così si banalizza un tema serio, riducendolo a un riflesso automatico di indignazione e si mostra una pedagogia che, quando perde il contatto con il reale, diventa una macchina di allarmismo ideologico. La chiusura vittimistica è la parte più prevedibile: invece di rispondere alle obiezioni, il prof. Corsini si rifugia nella retorica degli “insulti, intimidazioni e minacce” e pretende scuse come condizione preliminare per qualsiasi confronto. È un modo di sottrarsi alla discussione, non di aprirla; un dispositivo di controllo del discorso che permette di delegittimare l’interlocutore e di evitare di rispondere alle critiche.

La sua replica non è dunque un contributo al dibattito, ma un tentativo di chiuderlo senza averlo mai iniziato. In definitiva, dal momento che il prof. Corsini non è in grado di smontare le argomentazioni del Gessetto, in sostanza le conferma! Mostra una pedagogia che ha smarrito il senso del reale, che interpreta ogni immagine attraverso la lente deformante dell’allarmismo morale, che costruisce accuse senza fondamento e che si sottrae al confronto rifugiandosi nella retorica della vittima. Non c’è analisi, non c’è rigore, non c’è lettura del testo: c’è solo la volontà di trasformare una gag satirica in un caso etico per legittimare una visione ideologica già decisa in partenza. Il problema non è il meme: è il prof. Corsini (con la sua pedagogia) che pretende di leggerlo.

Un commento

  1. Vedere un professore universitario che prende accoratamente le difese di una figurina disegnata in un fumetto, accusando di intenzioni criminali la figurina accanto, lascia sbalorditi.

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