PISA/2025: quando per difendere l’indifendibile si è costretti a ricorrere ai diversivi 

C’è chi fa i salti mortali per non affrontare alcune questioni pedagogiche che invece richiederebbero un’analisi attenta, e magari una vera autocritica.

Di fronte ai dati tutt’altro che rassicuranti dell’OCSE-PISA 2025 — sui quali torneremo diffusamente — uno dei pedagogisti “che tutto il mondo ci invidia” ha pensato bene di spostare l’attenzione denunciando quella che definisce una grande “fake“: l’idea secondo cui la Cina sarebbe ai vertici delle classifiche PISA è a suo dire una bufala.

L’argomento è, in sintesi, questo: i risultati attribuiti comunemente alla “Cina” non riguarderebbero affatto l’intero paese, ma soltanto quattro sue enormi aree — Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang, indicate con la sigla B-S-J-Z — tra le più sviluppate economicamente. Di conseguenza, parlare di “primato cinese” sarebbe scorretto.

Ora, il punto di partenza contiene un’osservazione metodologica corretta. Ma la conclusione che se ne ricava è ampiamente eccessiva e, soprattutto, totalmente fuorviante.

È vero: PISA non misura l’intera Cina. L’OCSE infatti lo dichiara esplicitamente: B-S-J-Z indicano Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang, e l’OCSE stessa precisa che queste quattro giurisdizioni non sono la Cina nel suo complesso. Quindi sì, scrivere semplicemente “la Cina è prima al mondo” è un’imprecisione giornalistica. Su questo non c’è molto da discutere. Ma trasformare questa precisazione metodologica nella prova che quei risultati sarebbero una “bufala”, o addirittura una semplice operazione di “pubbliche relazioni”, significa confondere due questioni completamente diverse: la rappresentatività geografica di un campione e la validità statistica dei dati raccolti. Ed è proprio qui che l’argomentazione mostra la sua debolezza.

1. Il dato è statisticamente solido e rappresentativo di ciò che dichiara di misurare

I risultati di B-S-J-Z non sono né falsi né manipolati. Nel PISA 2025 il campione comprende oltre 12.000 studenti appartenenti a circa 374 scuole e rappresenta più di 1,4 milioni di quindicenni delle quattro giurisdizioni considerate.

L’OCSE certifica che la rilevazione rispetta gli standard internazionali previsti da PISA.

Questo significa una cosa molto semplice: il campione è rappresentativo di B-S-J-Z, non dell’intera Repubblica Popolare Cinese, ma titolare sul Corriere che B-S-J-Z erano primi non era il massimo!

Anche sostenere che questi dati non possono essere automaticamente generalizzati alle aree rurali o alle province più povere della Cina è corretto.

Ma concludere che per questo sarebbero una “bufala” è tutt’altra cosa.

2. “Sono regioni ricche” non basta a spiegare quei risultati

Il secondo argomento è che B-S-J-Z comprende alcune delle aree più sviluppate della Cina e che, dunque, i loro risultati scolastici sarebbero facilmente spiegabili attraverso la maggiore ricchezza.

Ma anche questa spiegazione è fuorviante. L’OCSE ha già sottolineato, nelle precedenti rilevazioni, che pur trattandosi di aree relativamente prosperose rispetto al resto della Cina, il loro profilo socioeconomico non è tale da rendere automatici risultati scolastici di quella portata.

E c’è un dato ancora più interessante: gli studenti socioeconomicamente svantaggiati di B-S-J-Z raggiungono risultati sorprendentemente elevati anche nel confronto internazionale.

In altre parole, il vantaggio non si esaurisce nel semplice fatto di avere famiglie più ricche.

Il livello socioeconomico naturalmente incide — e nessuno studioso serio potrebbe negarlo — ma da solo non spiega perché sistemi appartenenti alla stessa grande area culturale continuino a produrre risultati straordinariamente elevati soprattutto in lettura, in matematica e in scienze.

La questione scomoda è un’altra: che cosa accade dentro quelle scuole?

Quale curriculum viene proposto? Quanto viene richiesto agli studenti? Qual è il ruolo dell’insegnante? Quanto tempo viene dedicato allo studio? Quanto contano disciplina, esercizio, conoscenze di base, perseveranza?

Sono queste le domande che un pedagogista dovrebbe porsi. Ma sa che, ponendosele, dovrebbe magari ammettere che quelle scuole sono l’esatto opposto di ciò che va propugnando da decenni. 

Con un’unica differenza: il reclutamento dei docenti è selettivo.

(Annoterei peraltro che sulla scala socioeconomica dello stesso PISA, gli studenti italiani risultano mediamente ben più avvantaggiati di quelli delle quattro giurisdizioni cinesi, definite le più ricche dal nostro amico).

3. Non stiamo parlando di un nugolo di animaletti… 

C’è poi un problema di scala.

B-S-J-Z non è un’enclave costruita artificialmente intorno a qualche scuola d’élite, come sembrerebbe sostenere il “pedagogista che tutto il mondo ci invidia”. Parliamo di quattro enormi giurisdizioni che, considerate insieme, comprendono una popolazione dell’ordine di centinaia di milioni di abitanti. Ripeto: centinaia di milioni. Non costituiscono la Cina intera, certamente. Ma trattarle come se fossero un piccolo campione privilegiato e statisticamente irrilevante è distorsivo.

Ci troviamo di fronte a sistemi educativi che operano su una scala demografica paragonabile — e in alcuni casi superiore — a quella di grandi nazioni europee. Questo rende i risultati particolarmente interessanti dal punto di vista educativo. Non consentono di dire “tutta la Cina funziona così”. Consentono però certamente di chiedersi “come fanno sistemi scolastici che educano milioni di ragazzi a produrre questi risultati?”

Ed è precisamente questa la domanda scomoda. Scomodissima.

4. Il punto decisivo: l’eccellenza dell’Asia orientale non dipende dalla Cina continentale

Ma c’è una ragione ancora più importante per cui tutta la polemica sulla rappresentatività di B-S-J-Z rischia di essere un diversivo.

Anche eliminando completamente la Cina continentale dall’analisi, il fenomeno resta. Singapore partecipa con un campione nazionale e continua a collocarsi ai vertici mondiali nei principali domini di PISA. Giappone e Corea del Sud ottengono sistematicamente risultati molto elevati. Lo stesso vale per Macao e Chinese Taipei. Il quadro complessivo, dunque, non è che “quattro province cinesi sono state selezionate appositamente per vincere PISA”.

Il quadro è che numerosi sistemi dell’Asia orientale, indipendenti fra loro e sottoposti alle stesse procedure internazionali di rilevazione, ottengono da anni risultati nettamente superiori alla media OCSE, soprattutto in matematica. Questo è il fatto educativo che meriterebbe di essere studiato. E non scompare cancellando Pechino e Shanghai da una tabella.

Il problema, in realtà, è un altro. 

Naturalmente la formulazione corretta non è: “La Cina possiede il miglior sistema scolastico del mondo.” PISA non consente di stabilire quale sia “il miglior sistema educativo del mondo” in senso assoluto, né misura tutte le dimensioni dell’educazione. Però è un sistema terzo. Una volta tanto non risente di validazioni interessate. 

I dati mostrano qualcosa di molto preciso. Mostrano che quattro enormi sistemi provinciali cinesi ottengono risultati eccezionali. E mostrano che questi risultati si inseriscono in un fenomeno ben più vasto: la persistente superiorità, negli indicatori cognitivi, di diversi sistemi scolastici dell’Asia orientale rispetto alla media dei paesi occidentali (specie quelli dove maggiormente si è affermato il nuovo verbo pedagogico). È questo il punto che merita discussione. Chissenefrega se quando si è scritto Cina sul Corriere, in realtà si intendeva una parte della Cina! Quel campione era eccome significativo. Perché contemporaneamente PISA 2025 registra nei paesi OCSE un forte deterioramento delle competenze fondamentali, in particolare nella matematica e nella lettura. Perché alcuni sistemi riescono ancora a produrre livelli elevatissimi di padronanza matematica, capacità di lettura, attenzione e disciplina, mentre una parte consistente dei sistemi occidentali mostra da anni segnali di sempre più marcato deterioramento?

Quale ruolo giocano i curriculum? La centralità delle conoscenze disciplinari?L’autorità e la responsabilità dell’insegnante? La quantità di esercizio? La disciplina della classe e la lezione? La perseveranza richiesta agli studenti? L’arruolamento selettivo dei docenti ? 

Quanto del declino occidentale coincide con decenni di riforme che hanno progressivamente spostato il baricentro dalla trasmissione strutturata delle conoscenze verso competenze generiche, personalizzazione esasperata, destrutturazione del ruolo docente, valutazione rosé?

Questa è la domanda pedagogica che ci attenderebbe. Ed è una domanda che i dati obbligano a prendere sul serio. Liquidare tutto parlando di “pubbliche relazioni cinesi” significa fare esattamente ciò che si rimprovera agli altri: sostituire l’analisi dei dati con lo slogan ideologico e l’assunto che noi si sia i migliori. E forse è proprio questo il punto più imbarazzante. Perché davanti a risultati che mettono seriamente in discussione gli assunti della pedagogia occidentale degli ultimi decenni, discutere se sia giornalisticamente corretto scrivere “Cina” anziché “B-S-J-Z” può diventare un modo molto comodo per non discutere di ciò che quei risultati, Cina o non Cina, continuano ostinatamente a mostrarci. E noi de Il Gessetto, nel nostro piccolo, denunciamo instancabilmente da anni.

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