Sul precario stato di salute dell’esame di maturità

L’attuale esame di Stato, in particolare il colloquio, soffre molti difetti: induce il candidato ad effettuare collegamenti anche inconsistenti, svantaggia chi ha un profilo cognitivo analitico e privilegia, a scapito della verifica delle conoscenze, “oggetti scolastici non identificati” quali clil, pcto, capolavoro, curriculum dello studente, orientamento.

In una sua dichiarazione di qualche mese fa, rilasciata alla trasmissione radiofonica Il rosso e il nero a ridosso dell’annuncio delle discipline assegnate ai commissari esterni nella prossima maturità, il titolare del dicastero dell’istruzione e del merito ha comunicato che l’Esame di Stato 2024 sarà il risultato di una “manutenzione ordinaria” del sistema già in adozione negli ultimi anni, precisando, all’indirizzo dei candidati, che, sebbene il colloquio non sia un’interrogazione, non è escluso che vengano poste domande sulle singole discipline.

Si potrebbe già notare come il solo fatto che un Ministro ritenga necessario mettere in guardia gli studenti sulla possibilità che in un esame vengano loro rivolte domande la dica lunga sullo stato di salute della scuola.

Ma la riflessione sul modello vigente di Esame di Stato consente considerazioni ulteriori.

Il colloquio orale, come è noto, si svolge a partire da un documento preventivamente scelto dalla commissione e sottoposto all’inizio del colloquio al candidato, il quale deve imbastire in un lasso di tempo assai limitato (quasi sempre meno di 10 minuti) un percorso interdisciplinare intorno ad un tema suggerito dal documento ricevuto.

Sulla base delle ripetute esperienze di chi scrive, tale modello di colloquio è assai difettoso, in quanto veicola innanzitutto il principio (errato) che “un cattivo collegamento è meglio di nessun collegamento”: il candidato è infatti indotto, dalle aspettative della Commissione e dall’architettura stessa dell’esame, a realizzare seduta stante, in un tempo eccessivamente (e insensatamente) breve, quanti più collegamenti interdisciplinari, a prescindere dalla loro effettiva fondatezza. L’effetto rischia di essere in ogni caso esiziale per il candidato: se questi non effettua un dato collegamento, considerato fondato e imprescindibile dalla Commissione, questa ne sanzionerà l’assenza; se effettua un collegamento superficiale o addirittura improprio (non è eventualità così remota), sarà questa inadeguatezza ad essergli imputata e di conseguenza valutata.

A ciò si aggiunga che la costruzione di percorsi interdisciplinari è un’abilità non solo complessa (e alla quale gli studenti non vengono spesso adeguatamente preparati, se non a ridosso dell’Esame medesimo), ma che si scontra anche con ostacoli che sono “nelle cose”, i quali cioè non sono difetti da emendare, ma caratteri intrinseci del sapere, che dovrebbero essere riconosciuti e accettati: anche sorvolando il fatto che non vi è chiaro accordo, nemmeno tra i docenti, su cosa rappresenti un “tema trasversale”, esso può al più collegare discipline affini nel loro impianto epistemologico, come italiano, arte, filosofia, storia, ma assai più difficilmente può estendersi a discipline quali informatica, chimica, scienze della Terra, diritto, se non attraverso quei collegamenti pindarici e puramente nominali che la Commissione dovrebbe disincentivare. Di fronte a tale limite, la normativa sembra consentire, quasi a mo’ di rassegnata concessione, la sottoposizione, da parte dei commissari esclusi dalla rete di collegamenti tessuta dal candidato, di domande disciplinari disancorate dal presunto “tema trasversale” oggetto di faticosa trattazione.

In secondo luogo, il presente modello di colloquio d’esame, soprattutto nella parte di costruzione del percorso interdisciplinare, rischia di privilegiare il candidato dotato di uno stile cognitivo “intuitivo” e capace pertanto di costruire in brevissimo tempo una rete – più o meno valida – di connessioni tra discipline, e di penalizzare, anche gravemente, il candidato “analitico”, che necessita di tempo e riflessione per la realizzazione di validi collegamenti tra le discipline studiate. È superfluo aggiungere che non sempre il primo tipo di candidato è effettivamente più preparato del secondo.

Se si considera, infine, che il momento del colloquio è di anno in anno gravato da nuovi oneri accessori (il miserevole momento del CLIL, la sporadica consultazione del curriculum dello studente, la troppo spesso imbarazzante presentazione del PCTO, da quest’anno anche il Capolavoro dello studente), si ha l’invincibile impressione che su di esso prevalga una volontà ferocemente ideologica, così ostile al primario compito della scuola da essere disposta a trasformare in una superficiale esibizione di presunte competenze, meri involucri privati dei loro contenuti, un momento di verifica finale del percorso scolastico.