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Stabilità e qualità dell’insegnamento: due obiettivi che possono convivere

19/08/2026

Ho letto con attenzione l’intervento “I diritti dei precari e i diritti degli studenti”, pubblicato in risposta al mio precedente articolo “Precariato scolastico, una bomba sociale che non possiamo continuare a ignorare”.

Ringrazio l’autore per il contributo al confronto, perché pone una questione importante: la necessità di garantire agli studenti insegnanti preparati, competenti e responsabili.

Su questo credo che non possa esserci alcuna divergenza.

Nessuno vuole docenti incapaci o impreparati in cattedra. Ho però l’impressione che il confronto si sia concentrato soprattutto sui contenuti del mio precedente articolo, “Precariato scolastico, una bomba sociale che non possiamo continuare a ignorare”, senza considerare nella sua interezza la proposta alla quale quell’intervento rimandava. Nel testo completo, infatti, alcune delle preoccupazioni sollevate trovano già una risposta, a partire proprio dalla qualità dell’insegnamento e dalla responsabilità professionale.

La nostra proposta parla anche di qualità e responsabilità

La proposta promossa da Reset Italia, Comitato Precari Uniti per la Scuola e Docenti Uniti Italia non chiede semplicemente la stabilizzazione dei precari.

Al punto 6, significativamente intitolato “Qualità dell’insegnamento e responsabilità professionale”, sosteniamo espressamente che accanto alla stabilità e alla valorizzazione del personale debbano essere garantite qualità e responsabilità dell’insegnamento.

Proponiamo sistemi di monitoraggio e verifica dell’effettiva attività didattica, basati anche su evidenze oggettive del lavoro realmente svolto, proprio per tutelare il diritto degli studenti a ricevere un insegnamento serio e continuativo.

Il principio è semplice: una scuola giusta deve valorizzare chi lavora seriamente e deve essere capace di intervenire nei confronti di chi non svolge adeguatamente i propri doveri professionali.

E questo, a nostro avviso, dovrebbe valere per tutti: precari e docenti di ruolo.

Anche la nostra richiesta di fermare quelli che definiamo progettifici nasce dalla stessa preoccupazione: evitare che una moltiplicazione di progetti e attività estemporanee finisca per sottrarre spazio alla didattica reale e utile agli studenti.

Il nostro obiettivo, quindi, non è semplicemente migliorare le condizioni dei docenti.

È contribuire a costruire una scuola migliore per docenti, studenti e famiglie.

Doppio canale non deve significare automaticamente il ruolo

Occorre poi sgombrare il campo da un possibile equivoco.

Chiedere un secondo canale di reclutamento non significa sostenere che basti avere qualche anno di servizio per ottenere automaticamente il ruolo.

La verifica delle competenze può e deve esserci.

Un percorso di stabilizzazione può prevedere formazione, anno di prova, valutazione dell’attività didattica e una verifica o un esame finale prima della definitiva immissione in ruolo.

Quello che mettiamo in discussione è un altro principio: che soltanto il concorso possa certificare il merito di un insegnante.

Ma un concorso certifica davvero, da solo, la qualità di un docente?

Qui credo sia necessario avere il coraggio di porre anche una domanda scomoda.

Superare una prova concorsuale significa necessariamente essere un buon insegnante?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a procedure organizzate in tempi molto stretti e non sono mancate contestazioni, anche su quesiti successivamente riconosciuti come problematici o errati.

Ma c’è soprattutto un problema più profondo.

Una prova può verificare determinate conoscenze in un determinato momento. Insegnare è molto altro.

Significa saper entrare in una classe e gestirla. Significa progettare un’attività didattica, spiegare un argomento, comprendere le difficoltà degli studenti, valutare gli apprendimenti, confrontarsi con le famiglie e collaborare con i colleghi.

In circa dieci anni di precariato mi è capitato di incontrare eccellenti docenti di ruolo ed eccellenti docenti precari. Ma mi è capitato anche di vedere colleghi appena immessi in ruolo trovarsi in grande difficoltà davanti agli aspetti più concreti dell’insegnamento: da dove iniziare, come gestire una classe, cosa insegnare e come progettare un’attività didattica.

Non è un’accusa verso quei colleghi. È semplicemente una constatazione che dovrebbe portarci a porre una domanda:

che cosa intendiamo realmente per merito?

Se il merito coincide esclusivamente con il superamento di un concorso, rischiamo di confondere il superamento di una procedura selettiva con la capacità professionale dimostrata quotidianamente in classe.

L’esperienza non è tutto. Ma non può essere nulla

Allo stesso modo, sarebbe sbagliato sostenere che dieci o quindici anni di servizio rendano automaticamente chiunque un ottimo docente.

L’esperienza non può essere l’unico criterio.

Ma non possiamo neppure comportarci come se non avesse alcun valore.

Un docente che per dieci anni, o anche più, ha svolto il proprio lavoro gestendo classi, studenti, registri, valutazioni, consigli di classe ed esami, confrontandosi quotidianamente con colleghi e famiglie, è stato considerato per anni sufficientemente qualificato per svolgere quel lavoro.

È quindi ragionevole che quell’esperienza venga valutata e valorizzata, insieme all’abilitazione, alla formazione e a una seria verifica professionale.

Il vero confronto, allora, non dovrebbe essere tra stabilizzazione e merito, come se l’una escludesse necessariamente l’altro.

La domanda dovrebbe essere:

come possiamo stabilizzare chi lavora da anni nella scuola garantendo contemporaneamente che chi entra definitivamente in ruolo possieda le competenze necessarie?

È su questo terreno che credo si possa costruire un confronto utile.

Qualità per gli studenti e stabilità per i docenti: due obiettivi che possono convivere

C’è infine un punto sul quale credo sia necessario superare una contrapposizione.

Certamente la scuola esiste innanzitutto per garantire agli studenti il diritto all’istruzione.

Ma perché garantire agli studenti un’istruzione di qualità dovrebbe essere considerato in contrasto con la necessità di offrire stabilità e dignità professionale a docenti che lavorano nella scuola da dieci, quindici o persino vent’anni?

Un docente stabile può seguire nel tempo gli studenti, conoscerne difficoltà e potenzialità, costruire rapporti duraturi con le famiglie e collaborare stabilmente con i colleghi. Può inoltre progettare percorsi didattici e attività a medio e lungo termine, anche articolati su più anni scolastici, verificandone progressivamente i risultati e accompagnando gli studenti nel loro percorso di crescita. La continuità permette infatti di programmare guardando oltre la scadenza del singolo contratto.

Al contrario, il continuo avvicendamento degli insegnanti costringe spesso studenti e famiglie a ricominciare ogni nuovo anno scolastico da capo.

La continuità didattica è un diritto degli studenti, non una rivendicazione sindacale dei docenti.

Ed è proprio per questo che considero sbagliato mettere sui due piatti della bilancia, da una parte, i diritti dei precari e, dall’altra, quelli degli studenti.

Una scuola migliore dovrebbe riuscire a tutelare entrambi.

C’è poi un aspetto umano che non possiamo continuare a ignorare. Le differenze di trattamento tra personale di ruolo e precario – dalle condizioni economiche alla stabilità lavorativa – alimentano troppo spesso la sensazione di avere docenti di “serie A” e docenti di “serie B”, mentre l’Europa ha già richiamato l’Italia sul problema dell’abuso dei contratti a termine. Dietro quelle graduatorie, però, non ci sono numeri né lavoratori “usa e getta”: ci sono persone.

Stabilizzare un docente significa anche ridurre l’incertezza, lo stress e l’ansia legati alla precarietà, restituendogli la possibilità di sentirsi valorizzato e parte stabile della comunità scolastica. E un docente che può lavorare con maggiore serenità può dedicare più energie alla propria professione: anche per questo la stabilità lavorativa può tradursi in maggiore continuità e qualità per studenti, famiglie e per l’intera comunità scolastica.

Il contributo di tutti può migliorare la proposta

La nostra proposta non pretende di possedere tutte le risposte.

È pubblica proprio perché possa essere letta, discussa, criticata e migliorata.

Se qualcuno ritiene che i sistemi di verifica della qualità professionale che proponiamo possano essere resi più efficaci, ben venga il confronto.

Se esistono strumenti migliori per coniugare esperienza, formazione, merito e responsabilità professionale, discutiamone.

Quello che chiediamo è di non ridurre il dibattito a un’alternativa tra stabilizzare i precari oppure tutelare gli studenti.

Sono convinto che possiamo e dobbiamo fare entrambe le cose.

Chi vuole conoscere integralmente la proposta può leggerla, valutarla e, se ne condivide principi e obiettivi, firmarla e condividerla:

Proposta di riforma del reclutamento docenti – firma e leggi la petizione

Non chiediamo meno qualità per avere più stabilità. Chiediamo una scuola capace di riconoscere l’esperienza, verificare seriamente le competenze e garantire contemporaneamente dignità ai lavoratori, continuità alle famiglie e qualità dell’insegnamento agli studenti.

Fabio Gangemi
Docente ITP e Blogger Tecnologico

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