La nuova morale del sentirsi bene
Ci sono idee talmente diffuse da diventare invisibili. Una di queste è la convinzione, sempre più radicata, che fare il bene significhi soprattutto far sentire bene gli altri. La sofferenza diventa un male da evitare, la frustrazione un’esperienza da eliminare e il conflitto un fallimento relazionale. Ma siamo davvero sicuri che il benessere emotivo coincida sempre con il bene? E soprattutto: che cosa accade all’educazione quando il disagio diventa il nuovo peccato?
C’è una nuova morale che si sta affermando nella nostra società. Non è stata scritta in alcun codice, non è stata approvata da alcun parlamento e non è stata formulata in modo sistematico da alcun filosofo. Eppure è ovunque. Potremmo riassumerla così: fare il bene significa far sentire bene l’altro. Se qualcuno si sente accolto, incluso, rassicurato e valorizzato, allora stiamo facendo la cosa giusta. Se, al contrario, qualcuno si sente ferito, frustrato, criticato o messo in discussione, allora stiamo facendo qualcosa di sbagliato.
Questa idea si è diffusa in molti ambiti della nostra vita. Nella scuola, il buon insegnante è spesso identificato con colui che evita il conflitto, protegge l’autostima degli studenti e riduce al minimo la frustrazione. Nella famiglia, il buon genitore è sempre più spesso quello che evita di dire di no e cerca di eliminare qualsiasi forma di sofferenza dalla vita dei figli. Nelle relazioni affettive, il partner ideale è quello che non giudica, non critica e non mette mai in discussione l’altro. Perfino nel linguaggio quotidiano, molte categorie tradizionali della morale sembrano essere state sostituite da categorie emotive. Il bene coincide con il benessere. Il male coincide con il disagio.
Ma siamo davvero sicuri che le due cose coincidano? Un medico che comunica una diagnosi difficile sta facendo del male al paziente? Un allenatore che sottolinea gli errori di un atleta sta danneggiando la sua crescita? Un insegnante che assegna un’insufficienza a uno studente sta compiendo un’ingiustizia? Un genitore che impone una regola a un figlio sta compromettendo il suo benessere? La risposta sembrerebbe ovvia: no. Eppure la cultura contemporanea sembra muoversi in una direzione diversa.
Esiste una differenza fondamentale tra fare stare bene qualcuno e fare il suo bene. La prima espressione riguarda uno stato emotivo immediato. La seconda riguarda la crescita della persona. Le due cose possono coincidere, ma non coincidono necessariamente. La tradizione filosofica occidentale ha quasi sempre sostenuto questa distinzione. Socrate non cercava di far sentire bene i suoi interlocutori. Al contrario, li confondeva, li contraddiceva e li costringeva a confrontarsi con la propria ignoranza. Platone paragonava la conoscenza a un doloroso processo di liberazione. Nel mito della caverna, il prigioniero che si volta verso la luce non prova piacere, ma dolore. Aristotele sosteneva che la virtù si acquisisce attraverso l’abitudine, l’esercizio e la disciplina, non attraverso la gratificazione immediata. Perfino la psicologia contemporanea distingue sempre più chiaramente tra il benessere momentaneo e la capacità di affrontare la frustrazione, la fatica e il fallimento.
La nuova morale del sentirsi bene rischia invece di trasformare qualsiasi forma di disagio in un’ingiustizia e qualsiasi forma di critica in una violenza. Ma una scuola che non corregge può ancora educare? Un genitore che non pone limiti può ancora svolgere il proprio ruolo? Un’amicizia che evita qualsiasi confronto può ancora essere autentica? Il rischio, insomma, è quello di confondere l’empatia con l’assenza di giudizio, l’inclusione con l’eliminazione degli standard e l’accoglienza con la rinuncia a qualsiasi forma di verità. Naturalmente, non si tratta di rimpiangere i modelli autoritari del passato. L’umiliazione, il disprezzo e la violenza educativa non sono mai stati strumenti legittimi.
Ma il problema è un altro. Una società che considera il disagio come il male assoluto rischia di diventare incapace di distinguere tra sofferenza distruttiva e sofferenza trasformativa. Perché esistono dolori che umiliano e dolori che fanno crescere. Esistono parole che feriscono inutilmente e parole che feriscono perché mostrano una verità che preferiremmo non vedere. Esistono fallimenti che distruggono e fallimenti che insegnano. Forse dovremmo recuperare una domanda che la filosofia si pone da oltre duemila anni: Lo scopo dell’educazione, dell’amicizia, dell’amore e della politica è far sentire bene le persone oppure aiutarle a diventare migliori?
Se prendiamo sul serio la visione del mondo su cui sembra fondarsi questa nuova morale del benessere emotivo, la crescita, l’apprendimento e il miglioramento personale finiscono inevitabilmente in secondo piano. Quando il criterio morale diventa esclusivamente quello di far sentire bene le persone, tutto ciò che genera disagio rischia di trasformarsi automaticamente in qualcosa di sbagliato. Così, il miglior insegnante diventa quello che non corregge, il miglior genitore quello che non dice mai di no e il miglior amico quello che non mette mai in discussione le nostre convinzioni. La conseguenza è inevitabile: la scuola del futuro, ormai sempre meno futura e sempre più presente, non avrà più bisogno né di voti né di conoscenze. Basteranno i sorrisi.
