Nessuno mi può giudicare
Come la cultura contemporanea ha trasformato la fallibilità del giudizio nella sua delegittimazione.
Negli ultimi decenni una parte significativa del dibattito pedagogico, ma non soltanto di esso, ha sviluppato una crescente diffidenza nei confronti del voto, del giudizio e, più in generale, di ogni forma di valutazione normativa. Per valutazione normativa non si intende qui una valutazione fondata su un’idea sociologica di “normalità”, né sulla conformità statistica a ciò che è più frequente, bensì una valutazione che assume come riferimento un criterio di correttezza, una norma rispetto alla quale distinguere ciò che è adeguato da ciò che non lo è. Ogni giudizio presuppone inevitabilmente un termine di paragone. Ed è precisamente questa possibilità di assumere criteri condivisi che la cultura contemporanea tende progressivamente a mettere in discussione.
L’argomento principale è noto: ogni giudizio sarebbe inevitabilmente soggettivo, influenzato da pregiudizi, contesti sociali e rapporti di potere e, pertanto, rischierebbe di produrre ingiustizie anziché riconoscere il merito. È una preoccupazione comprensibile, ma la conclusione che spesso si trae appare profondamente discutibile. Pur riconoscendo la fallibilità di ogni giudizio umano, la sua delegittimazione produce infatti effetti educativamente più dannosi della sua stessa imperfezione. La confusione tra la fallibilità del giudizio e la sua illegittimità conduce progressivamente a concepire l’identità personale come una realtà inesprimibile, sottratta a ogni valutazione, favorendo una cultura – di fatto – dell’irresponsabilità e della deresponsabilizzazione.
Una delle trasformazioni più significative della cultura educativa contemporanea consiste nello spostamento dell’attenzione dalla formazione del “carattere” alla tutela dell’autostima. In questa prospettiva, il voto viene percepito non più come uno strumento di orientamento, ma come una forma di violenza simbolica; il giudizio diventa un atto di dominio, la valutazione un arbitrio, l’insuccesso un’offesa alla dignità personale. Da questa impostazione deriva una conseguenza teorica raramente esplicitata: se nessun giudizio è veramente giusto, allora fatalmente nessun giudizio dovrebbe pretendere di avere autorità. La scuola rappresenta il laboratorio privilegiato di questa trasformazione culturale, ma tale trasformazione investe progressivamente ogni ambito della vita pubblica: la magistratura, le professioni, le istituzioni, perfino le relazioni familiari.
L’errore logico fondamentale consiste nel passare dalla premessa secondo cui ogni giudizio umano è fallibile alla conclusione secondo cui nessun giudizio sarebbe legittimo. Si tratta di una forma di fallacia perfezionista. Ogni attività umana è imperfetta: la diagnosi medica può essere errata, il processo giudiziario può condurre a errori, la ricerca scientifica procede per confutazioni, la democrazia elegge talvolta cattivi governanti. Nessuno deduce da ciò che si debbano abolire la medicina, il diritto, la scienza o la democrazia. La fallibilità non elimina la necessità dell’istituzione; impone, piuttosto, il perfezionamento delle procedure. Lo stesso vale per la valutazione scolastica. Un voto ingiusto non dimostra l’inutilità del voto; dimostra soltanto la necessità di docenti migliori o di criteri più rigorosi.
Dietro questa confusione si nasconde un equivoco ancora più radicale. Nessuna istituzione umana coincide perfettamente con la giustizia. Le leggi possono essere migliorate, le sentenze corrette, i voti rivisti, le procedure perfezionate. Ma, proprio perché appartengono alla condizione umana, esse partecipano inevitabilmente del suo limite. Pretendere che un giudizio sia infallibile per poter essere legittimo significa attribuire alle istituzioni un requisito che nessuna realtà umana potrà mai possedere. La conseguenza paradossale è che, non esistendo giudizi perfetti, non si riconosce più alcun giudizio come autorevole. L’ideale della giustizia assoluta finisce così per delegittimare le forme concrete e necessariamente imperfette attraverso le quali una comunità cerca di avvicinarvisi.
Alla base della diffidenza verso il giudizio si trova una particolare antropologia. L’individuo viene concepito come portatore di un’interiorità unica, irriducibile e sostanzialmente inesprimibile. Se il soggetto è infinitamente più complesso di qualunque descrizione, allora nessuna valutazione può pretendere di coglierlo. L’argomento è corretto fino a un certo punto. Nessun voto esaurisce una persona. Ma da ciò non segue che nessun comportamento possa essere valutato. La pedagogia contemporanea tende spesso a confondere la persona con le sue azioni. Poiché la persona è irriducibile, si conclude che anche le sue azioni debbano essere sottratte al giudizio. È precisamente questa identificazione a generare il rifiuto della valutazione. Una tradizione pedagogica più classica distingueva, invece, nettamente la dignità della persona, che è incondizionata, dagli atti della persona, che sono valutabili. Questa distinzione protegge, al tempo stesso, la libertà e la responsabilità.
Quando ogni giudizio viene interpretato come arbitrio, anche l’autorità perde legittimità. Il docente non corregge: opprime. Il genitore non educa: limita. Il giudice non applica la legge: esercita potere. Il medico non prescrive: impone. La competenza viene sostituita dalla simmetria assoluta delle opinioni. Il risultato è un progressivo indebolimento di tutte le istituzioni chiamate a formulare giudizi. Non è casuale che la crisi dell’autorità scolastica proceda parallelamente alla crescente sfiducia nei confronti della magistratura, della scienza e delle professioni. La logica sottostante è identica: nessuno può giudicare perché nessuno possiede la verità.
La pedagogia che intende eliminare il giudizio per proteggere gli studenti produce, inoltre, un effetto paradossale. L’assenza di giudizi non elimina la selezione; la sposta semplicemente altrove. Se la scuola rinuncia a valutare, sarà il mercato del lavoro a farlo. Se il docente evita di dire che un elaborato è insufficiente, sarà il datore di lavoro a respingere il candidato. La sospensione del giudizio educativo non elimina il giudizio sociale; lo rende semplicemente più brusco, meno motivato e meno accompagnato. La scuola è l’unico luogo in cui il giudizio può ancora essere educativo, proprio perché accompagnato dalla possibilità dell’errore, della correzione e del miglioramento.
Ogni educazione autentica introduce al limite. Imparare significa scoprire di non sapere. Allenarsi significa riconoscere i propri errori. Maturare significa tollerare valutazioni negative senza identificarsi con esse. Una pedagogia incapace di dire «questo non è sufficiente» finisce inevitabilmente per non poter più dire nemmeno «questo è eccellente». Eliminando il negativo, elimina anche il positivo. Scompare il merito insieme alla colpa.
Ma ciò accade soltanto se si continua a intendere questi termini in senso esclusivamente morale o contabile. In sede pedagogica, invece, essi devono essere salvati e restituiti alla loro corretta dimensione: non giudicano l’autore, ma l’opera. La colpa non è un marchio d’infamia impresso sulla persona, bensì la responsabilità circoscritta di un errore commesso nello svolgimento di un compito; il merito non è un’investitura di superiorità, ma il riconoscimento di una prestazione ben eseguita. Separare l’opera dall’autore consente di recuperare la serietà del giudizio senza ferire la dignità di chi impara.
La delegittimazione del giudizio scolastico produce conseguenze culturali molto più ampie. Quando per anni si insegna che ogni valutazione è inevitabilmente arbitraria, diventa difficile accettare qualsiasi decisione istituzionale sfavorevole. La sospensione disciplinare viene interpretata come persecuzione, la bocciatura come discriminazione, la condanna giudiziaria come opinione politica, la sanzione amministrativa come abuso, un’ammonizione calcistica come un eccesso. Naturalmente, non ogni contestazione è infondata. Ma, quando il principio stesso del giudicare perde autorevolezza, ogni decisione viene vissuta come un sopruso. Si sviluppa così un habitus mentale nel quale il problema non è più chiedersi se si abbia sbagliato, ma se chi giudica abbia il diritto di farlo e se il suo giudizio non sia viziato da errori o sottovalutazioni. È una mutazione antropologica prima ancora che politica.
A questa trasformazione contribuisce anche una concezione del potere che tende a leggere ogni giudizio come semplice espressione di rapporti di forza. Se ogni valutazione è soltanto il riflesso di una posizione dominante, allora il docente non valuta competenze, ma riproduce privilegi; il giudice non applica il diritto, ma difende un ordine costituito; il merito stesso diventa una costruzione ideologica destinata a giustificare le disuguaglianze. Il sospetto, nato come strumento critico per denunciare gli abusi dell’autorità, finisce così per estendersi a ogni forma di autorità, fino a negare che possa esistere un giudizio esercitato secondo criteri di competenza, imparzialità e responsabilità. Il risultato non è una società più giusta, ma una società nella quale ogni decisione viene interpretata come arbitrio e ogni istituzione come “dispositivo” di dominio.
La critica contemporanea del giudizio nasce da un’esigenza moralmente comprensibile: evitare ingiustizie. Ma, trasformando la fallibilità del giudizio nella sua radicale delegittimazione, essa produce un effetto opposto. Una società nella quale nessuno può giudicare è una società nella quale nessuno può essere educato. L’educazione non consiste nell’abolire il giudizio, ma nel renderlo il più possibile giusto, argomentato, trasparente e rivedibile. Il problema non è che il giudizio sia imperfetto. Il problema nasce quando, per paura dell’imperfezione, si rinuncia a giudicare. Una pedagogia che non osa più distinguere il meglio dal peggio, il vero dal falso, il sufficiente dall’insufficiente non libera l’individuo: lo priva degli strumenti con cui costruire il proprio rapporto con la realtà.
Ogni politico si sente autorizzato a esprimere un controgiudizio su una sentenza che reputa troppo dura o troppo blanda. Ogni genitore può contestare un voto. Ogni pedagogista può trovare la propria fortuna contestando sistematicamente l’operazione valutativa di un docente.
La dignità della persona non è minacciata dal giudizio sulle sue azioni; al contrario, è proprio essa a rendere possibile giudicarle senza ridurre la persona ai propri errori. Rinunciare a questa distinzione significa trasformare il rispetto in deresponsabilizzazione e la comprensione illimitata in impotenza educativa.
