Fuffa pedagogica

Il pedagoghese è un gergo, e sembra incarnare la precisa vocazione ad escludere chi non si occupa in prima persona di pedagogia, oltre che a girare quasi sempre a vuoto attorno a poche e malsicure conoscenze.

È la tesi sul linguaggio impiegato dalla pedagogia, ed espressa con vigore da Massimo Baldini nel saggio Elogio dell’oscurità e della chiarezza. Appoggiandosi anche agli studi di Israel Scheffler, George Kneller, Wolfgang Brezinka ed Olivier Reboul, Baldini offre una boccata di ossigeno al lettore-insegnante che per anni ha subito l’incomprensibilità e l’inconcludenza di molti Soloni pronti a rifare da capo la didattica su basi a dir poco fumose, come se nulla fosse.

Leggiamone insieme alcuni passi significativi:

“Questo stato di cose è determinato dal fatto che il linguaggio con cui si parla di educazione è un linguaggio che privilegia non tanto la funzione descrittiva (o informativa), quanto la funzione prescrittiva e quella emotiva. Ecco che questo linguaggio finisce col presentarsi come un guazzabuglio dove emergono prescrizioni, esortazioni, ammonimenti, argomentazioni logiche, descrizioni, ecc. In altre parole, il linguaggio pedagogico è spesso un linguaggio polemico e ideologico. Anzi, a detta di alcuni autori, tra cui Reboul, «il discorso pedagogico è il più ideologico fra tutti i discorsi. Esso supera per il suo carattere ideologico persino il discorso politico».

Anche Reboul, al pari di Brezinka, critica l’uso ambiguo e/o vago di molti termini propri del lessico pedagogico. Parole come apprendimento, creatività, norma, obiettivo, spirito critico, per non parlare del termine “educazione”, sono polisemiche, hanno cioè tutte più di un significato. A suo avviso, il linguaggio pedagogico è ricco di metafore di “origine orticola” (crescita, maturazione, sviluppo, ecc.) che vengono per lo più adoperate in modo equivoco, ed è inflazionato da prefissi alla moda. («Certi prefissi – scrive Reboul – hanno oggi un tale prestigio da essere sufficienti a nobilitare tutto ciò che introducono. Basta essere inter o pluri o trans… per essere tutto ciò che si vuole»). Infine, il linguaggio pedagogico è colmo di pleonasmi; si pensi a locuzioni del tipo “processo di apprendimento” o “processo di formazione”, ecc.: locuzioni del tutto inutili, in quanto l’apprendimento e la formazione sono già per loro natura dei processi, ma che danno al discorso un’aria di seriosa scientificità, sì da fare solitamente colpo sul lettore o l’ascoltatore. Quasi tutti i termini del lessico pedagogico sono afflitti da usi equivoci e ambigui, polemici ed esoterici. «Non sorprende, quindi, afferma sempre Reboul – di trovare certi autori che non si peritano di scrivere frasi di questo genere: “Anche in un processo d’apprendimento curricolare, le tecnologie educazionali forniranno ai tirocinanti in formazione gli strumenti per accrescere le loro abilità relazionali”. L’esoterismo può essere dovuto a motivi tecnici. Ma generalmente è indizio di una cultura incerta che impedisce di comunicare nel modo dovuto; l’interlocutore o il lettore, infatti, debbono accontentarsi di una comprensione globale e approssimativa. Ma l’esoterismo consente a coloro che vi ricorrono anche d’isolarsi, di proteggersi dai profani, cioè dal grande pubblico: come se i profani non avessero il diritto di occuparsi del discorso pedagogico!

Il linguaggio pedagogico è un linguaggio malato, spesso gira a vuoto riducendosi ad essere un puro gioco di anagrammi. In molti casi sebbene il pedagogista pensi di star dicendo qualcosa di significativo, in realtà sta solo emettendo dei rumori senza senso. Con molta frequenza, e senza alcun dubbio, più spesso di quanto non ne siamo consapevoli, sui sentieri della pedagogia ci capita di non capire di che cosa si stia parlando. Eppure la chiarezza, l’intelligibilità intersoggettiva è una esigenza su cui anche in pedagogia non si può né si deve transigere […].

«Lo sfoggio linguistico che si fa nei testi di scienza dell’educazione è spesso in rapporto inversamente proporzionale al loro contenuto d’informazione. Mi limito a citare le espressioni in cui oggi si presentano idee affatto comuni sulla teoria dei programmi didattici, idee che ogni persona colta, non specialista della scienza dell’educazione, potrebbe comprendere se solo fossero presentate in un linguaggio meno ampolloso. È tutto un brulichio di parole come costruzione del curriculum, livello di riflessione, tassonomia, innovazione, strategia d’innovazione, operazionalizzazione, sequenza ottimizzata d’apprendimento, concetto di struttura, progetto, analisi qualificazionale, analisi funzionale, identificazione, specificazione, preferenza, selezione, trasparenza, valutazione, legittimazione, decisione, costituzione, fondazione, rilevanza, sistema concettuale, dimensione, repertorio, iter curriculare, base motivazionale, rapporto d’implicazione, ipotesi deduttive, riduzione della complessità e via dicendo. Se si va a cercare quel che si nasconde sotto questo vocabolario che intimorisce, ci si trovano solo scarse conoscenze. É evidente che in molti casi si confonde l’uso di un gergo col possesso di una scienza»” […]

da Massimo Baldini, Elogio dell’oscurità e della chiarezza, Armando Editore, Roma, 2004, pp. 100-102.