Imparare giocando? O.k., ma fino a un certo punto.

Si può certo apprendere con divertimento, con piacere (il piacere della scoperta riguarda anche gli scienziati); ma bisogna anche acquisire la capacità di lavorare (l’apprendimento è il mestiere dello studente) quando l’attività sia meno o per nulla divertente

La società occidentale garantisce oggi standard di vita diffusi un tempo impensabili, oltre che un’enorme ricchezza di strumenti e mezzi tecnici. È perciò bene che la scuola si modelli, in parte, sui cambiamenti intervenuti, senza nostalgie retrograde: per esempio adottando gli accessori, gli spazi e gli ausili materiali più idonei ad integrare la lezione e a perseguire gli scopi irrinunciabili della scuola: istruire educando ed educare istruendo. Trovo tuttavia irrazionale – come ho scritto anche altrove – la tendenza implicita ad accantonare o gettare via con leggerezza, quasi fosse cibo avariato, ciò che la cultura ha espresso nel corso dei secoli passati, a causa del mutare delle condizioni materiali in cui vivono le persone. Pare sfugga a molti la capacità dei cosiddetti “classici” di descrivere l’essere umano secondo alcune sue caratteristiche permanenti; e di suggerire forme di relazione, ed organizzazione tra gli individui che conservano una loro attualità, benché parziale e sempre discutibile. Anche molti insegnamenti di natura pedagogica o didattica che giungono a noi dal passato sono il frutto di dibattiti interessanti che sarebbe bene conoscere, e spesso si fondano sull’osservazione di alcune tendenze profonde dell’essere umano che trascendono le epoche. Si tratta di vagliare quegli insegnamenti, e di capire che cosa vi sia di vivo e di morto: ma sempre argomentando e fornendo spiegazioni scevre d’ideologia nuovista.

C’è un esempio che mi sembra calzante: la concezione secondo cui i bambini (o addirittura i ragazzi) dovrebbero sempre o prioritariamente apprendere giocando. Tale concezione non è affatto nuova. Ha trovato sostenitori già secoli fa, come rileva anche Immanuel Kant (1724-1804). Ebbene, il mantra dell’imparare divertendosi ha anche oggi largo séguito un po’ ovunque nel mondo della pedagogia, in varie forme più o meno esplicite. Tuttavia esso non è che l’assolutizzazione erronea di un principio di buon senso, il quale, come ogni assolutizzazione, può produrre grandi danni sulla persona in crescita. Il gioco ha certo un’enorme rilevanza formativa e conoscitiva nella vita del bambino; ma la vita del bambino non è l’intera vita dell’individuo, e a questa vita futura egli deve pur essere educato. È tutto qui: il bambino deve imparare ad apprendere anche quando non lo trova abbastanza divertente, forgiando la propria volontà e accrescendo la propria laboriosità. Del resto i più grandi balzi intellettivi implicano autentiche difficoltà, costano fatica mentale, per quanto siano non di rado accompagnati dal piacere sottile della conoscenza, che è altra cosa rispetto al divertimento del gioco.

“Si sono delineati diversi piani di educazione, il che è molto lodevole, per determinare quale sia il metodo migliore dell’educazione. Si è, tra l’altro, anche pensato che il fanciullo possa imparare tutto come in un gioco”. Lichtenberg in un fascicolo della Rivista di Gottinga tratta della falsa opinione, secondo la quale si vorrebbe far apprendere ai ragazzi tutto giocando, mentre essi devono essere abituati tempestivamente alle occupazioni serie, perché devono poi entrare nella vita vera e propria.

Quella pretesa produce effetti del tutto perniciosi. Il bambino deve giocare, deve avere la sua ricreazione, ma deve anche apprendere a lavorare. La cultura della sua abilità è certo una buona cosa, come la cultura dello spirito, ma entrambe queste specie di cultura debbono essere perseguite in tempi distinti. È già una notevole infelicità per l’uomo che egli sia così incline all’inazione. Quanto più un uomo è stato senza far nulla, tanto più difficilmente si decide a lavorare”.

[tratto da Immanuel Kant, Pedagogia, Luni editore, Milano, 2015, p. 77]