La cura formale

Tra i libri che si occupano di analizzare i cambiamenti avvenuti nella scuola italiana, il recente “Una scuola esigente” di Giorgio Ragazzini, si distingue per l’utile studio genealogico delle idee didattiche e pedagogiche correnti

“Una vittima importante della scuola anni ’70 e seguenti è la “forma”, intesa come “cura formale”, contrapposta alla “sostanza”, il vero obbiettivo da perseguire. Non è importante come si scrive, ma solo cosa si scrive. E così la calligrafia standard imparata dalle precedenti generazioni di scolari (quella che assicurava la comprensibilità di un testo) comincia a essere considerata una specie di camicia di forza, nella convinzione che la grafia individuale, fosse anche “a zampa di gallina”, vada consentita fin dalle elementari come espressione della personalità del bambino, naturalmente da non reprimere. Sono così diventati sempre più accettabili scritti indecifrabili, spesso dilaganti sui margini della pagina fino a farli scomparire. Ha poi preso piede l’abitudine – consentita o tollerata da molti insegnanti – di scrivere solo in stampatello maiuscolo, abitudine che ancor oggi qualche allievo riesce a conservare incontrastato fino alla scuola superiore. Se al ragazzo risulta più facile, perché ostinarsi a correggerlo?

Un trattamento ancora più severo fu riservato all’ortografia, che ancora ne risente. Nel clima culturale del dopo Sessantotto neppure la grammatica fu considerata innocente; e non si trattò dei pronunciamenti di gruppuscoli estremisti, ma del parere di affermati accademici. Tra questi anche Tullio De Mauro, già noto anche per la sua attività di divulgatore su «Sera» e sull’«Ora» di Palermo, oltre che, fra i linguisti, per essere autore di testi importanti come Storia linguistica dell’Italia Unita e Introduzione alla semantica e successivamente anche di utili contributi alla didattica dell’italiano. Nell’introduzione di un libro a più mani uscito nel 1977, De Mauro caldeggiava il «ribaltamento in senso democratico dell’insegnamento della pedagogia linguistica tradizionale», che «fin nell’insegnamento “innocente” dell’ortografia […] obbedisce a un disegno che è un disegno politico, obbedisce cioè al disegno di verificare il grado di conformazione dei ragazzi che passano nelle scuole ai modi linguistici delle classi dominanti». E via di questo passo.

L’influenza di questa e altre prese di posizione sulla pratica didattica è stata duratura. Ma dai primi anni Novanta alcuni studiosi e molti docenti cominciarono a rendersi conto che qualcosa non funzionava nell’apprendimento delle cosiddette “quattro abilità” linguistiche (produzione e comprensione della lingua scritta, produzione e comprensione della lingua orale), tanto che i docenti universitari già parlavano di “italiano approssimativo degli studenti”. Lo stesso De Mauro, rivedendo le proprie posizioni, segnalò nel 2015 un calo delle prestazioni linguistiche delle nuove generazioni, precisando che la responsabilità era «del buonismo degli insegnanti e della qualità dell’insegnamento di base». Nel secondo decennio del secolo gli allarmi si infittirono e diverse facoltà universitarie decisero addirittura di istituire corsi di recupero linguistico per le matricole. Almeno questo avrebbe dovuto allarmare le autorità scolastiche, che però reagirono con la più totale indifferenza. Eppure, era difficile non pensare che almeno una parte della responsabilità fosse di una scuola poco esigente, anche perché investita per decenni da accuse di classismo, di autoritarismo e di passatismo didattico”.

[Tratto da: Giorgio Ragazzini, Una scuola esigente, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2023, pp. 55-57. Ringraziamo l’autore]

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