Testa e cuore

Che cosa c’è dietro l’insistenza sulle emozioni e sull’emotività nella neo-didattica arrembante

Basta frequentare un poco la rete per cogliere i segni di un emotivismo e di un sentimentalismo dilaganti all’interno dei nuovi indirizzi pedagogici e didattici: richieste di messa al bando dei voti tradizionali per sostituirli con “giudizi emotivi e coinvolgenti”; stigmatizzazione degli insegnanti che impiegano la penna rossa per segnalare gli errori degli allievi, che potrebbero esserne traumatizzati; genitori che contestano le sanzioni disciplinari a carico dei figli, in quanto emotivamente destabilizzanti; psicologi che portano l’attenzione sul carico emotivo degli insegnanti di fronte all’ansia e alla paura degli studenti; progetti di “scuola delle emozioni”; apologie della “didattica emotiva”, della “didattica empatica”; corsi sul riconoscimento e sulla comprensione delle emozioni e delle loro espressioni; eulogìe dell’intelligenza emotiva, della educazione sentimentale (senza allusioni a Gustave Flaubert, però: non sia mai!), dell’immedesimazione e tanto altro ancora.

A fronte di quest’esagerata attenzione per la vita emotiva degli allievi, scaturita dall’intenzione (tra mille altre) di dare un ordine al loro magmatico vissuto interiore, pochissimi teorici dell’educazione sembrano interessati a potenziare davvero la facoltà che, da quando esiste l’uomo, assolve meglio di tutte le altre questo compito di contenimento e distinzione, conducendo l’individuo – per quanto possibile – a gestire da sé (ovvero senza aiuto esterno) i propri turbamenti, i propri accessi emotivi: parlo della facoltà della ragione.

Di buone intenzioni è lastricato l’inferno, diceva san Bernardo.

La ragione non è certo onnipotente; anzi. Eppure è il meglio che abbiamo se non vogliamo viver schiavi delle nostre stesse passioni. Nel diffuso disinteresse verso il suo potenziamento paiono annidati alcuni errori che lasciano trasparire ciò a cui si vuole ridurre la scuola: e cioè un luogo che incoraggia in ogni caso la socializzazione del proprio sentire, a prescindere dall’utilità e dall’opportunità dell’atto; oltre che a prescindere dai modi… C’è forse qualche somiglianza tra questa scuola e la cattiva televisione che mette in piazza le lacrime, le grida, la rabbia e la disperazione per parlare alla pancia degli spettatori?

Il primo errore connesso al culto dell’emotività sta nel graduale e delittuoso abbandono della cultura come sorgente di parole, di storie e di idee nate dalla sublimazione di pulsioni e sentimenti di uomini e donne divenuti illustri proprio grazie ad uno sforzo teso a trasformare quelle passioni in opere dell’ingegno. Il sapere umanistico trabocca di emozioni che hanno finalmente trovato una forma compiuta, alta, nobile, senza tuttavia perdere di umanità. In esse i bambini e i ragazzi possono riconoscersi, rispecchiarsi, trovare comprensione, apprendendo a nominare e dominare ciò che per loro è informe, ingestibile, altrimenti inspiegabile. Il sapere scientifico, d’altra parte, dà ordine al kaos senza smarrirne la profondità, illumina la mente mostrandole i prodigiosi effetti del metodo, della precisione e della regola.

Il secondo errore sta nel declino dello studio come esercizio insuperato di autodisciplina. Chi studia deve imparare a controllarsi, deve vincere le proprie tendenze distruttive ed autodistruttive, perché ha uno scopo rispetto al quale tutto ciò che distrae, confonde, disturba e destabilizza va arginato e dominato. Si badi: l’ordine che nasce da un tot di autodisciplina non è affatto una mortificazione delle emozioni e dei sentimenti, che sono parte importante della vita; semmai è la definizione di un orizzonte interiore in cui le emozioni e i sentimenti trovino la giusta collocazione.

Il terzo errore è di tipo strutturale. La scuola correttamente intesa è un insieme di attività intellettuali (e, in parte, pratiche) quotidiane che agiscono anche sulla vita emotiva degli allievi, ma solo all’interno di uno sviluppo complessivo più o meno armonico della loro personalità. La scuola fraintesa, al contrario, pretenderebbe di migliorare il modo di pensare e di agire degli allievi intervenendo dal lato della loro vita emotiva: nulla di più illusorio, giacché quest’ultima dipende proprio dalle credenze e dalle idee (consce ed inconsce) attraverso le quali è recepita la realtà, e non il contrario. Dunque, qual è lo strumento più efficace (seppur non onnipotente!) per agire sul modo di pensare, e poi di sentire, delle persone? Semplice: la cultura, in quanto prodotto dell’esercizio della ragione applicata ad oggetti della realtà materiale ed immateriale (della quale fanno parte le emozioni e i sentimenti), specie se all’interno di una relazione educativa coinvolgente.

Il quarto errore è empirico. Le emozioni sono sempre reali, vive, effettive; ma non sono necessariamente indicative di configurazioni psicologiche e morali sane, armoniche o buone. Anche il bullo violento, il bambino ansioso in misura patologica o il bambino-tiranno che fa i capricci provano emozioni; ma queste loro emozioni sono radicate in idee decettive, false o cattive che non sempre è facile smantellare: perché hanno origine remota. Benché il dialogo e l’ascolto siano pratiche sempre necessarie, a scuola è ancor più necessario distinguere con lucidità – che sovente latita – i casi in cui le emozioni e i sentimenti sono materia sulla quale gli insegnanti possono lavorare con lo strumentario loro proprio; e i casi in cui le emozioni e i sentimenti sono l’efflorescenza di storie personali segnate dalla diseducazione, dal grave disagio, dai traumi, cui altri dovrebbero porre rimedio.

È in tali sfortunati casi che la scuola correttamente intesa rischia d’apparire insufficiente a coloro che vorrebbero ch’ella svolgesse mille funzioni; se non che, a bene vedere, quell’insufficienza apparente della scuola non è che l’attestazione di un limite che è proprio ciò che la definisce. Una scuola indefinita, vaga, che aspira a fare tutto (e non può che farlo male), forse sembrerà non aver limiti; ma, non avendo alcuna forma, essa non formerà alcunché, non sarà capace di formazione


Per concludere, abbiamo forse in mente una scuola algida, distaccata, anaffettiva, sorda alle richieste degli allievi? No, davvero; ma abbiamo in mente una scuola che risponda alle ragioni del loro cuore facendo soprattutto appello alla testa.