I meme del Gessetto

La progettomania sta distruggendo la scuola

C’è qualcosa di profondamente ingannevole nella didattica dei progetti. A prima vista, appare come la soluzione a tutti i mali della scuola: coinvolgente, creativa, “vicina al mondo reale”. Ma basta scavare appena sotto la superficie per scoprire una pedagogia che promette tanto e mantiene pochissimo. Un grande spettacolo didattico dove la forma vince sulla sostanza, dove l’evento episodico ruba la scena al sapere strutturato, e dove i ragazzi, alla fine, apprendono ben poco — e lo dimenticano in fretta. I progetti didattici sono l’effimero che si finge innovazione. Una successione di attività scollegate, confezionate per piacere più agli adulti che agli studenti, che spesso si riducono a elaborati grafici, presentazioni colorate e cartelloni “creativi” che affollano i corridoi. Tutto molto bello, tutto molto vuoto. Il tempo dedicato a questi progetti, strappato con entusiasmo alla noiosa routine delle discipline, si rivela spesso un vuoto formativo mascherato da coinvolgimento. Ma coinvolgere non basta. E soprattutto non basta far finta di insegnare. La discontinuità è il tratto distintivo di questa didattica. Si salta da un argomento all’altro, da un laboratorio teatrale a un incontro con l’esperto, da un brainstorming a un lavoro di gruppo sul “tema del mese”, senza mai costruire realmente una conoscenza duratura. Si celebra l’esperienza, ma si dimentica la fatica dello studio, l’importanza della concentrazione, il valore del tempo lungo che serve per imparare davvero. Ogni progetto, invece, è una parentesi che si chiude su se stessa, spesso senza nemmeno una vera valutazione. Un po’ come un bel sogno al mattino: piacevole, ma destinato a svanire. E poi c’è la grande illusione dell’interdisciplinarità: un collage di discipline in cui tutto si mescola ma nulla si approfondisce. La storia annacquata dalla musica, la matematica travestita da gioco, la geografia ridotta a storytelling. Il sapere viene frammentato e semplificato in nome dell’accessibilità, ma si perde proprio ciò che rende la conoscenza significativa: la complessità, il rigore, il metodo. Così, in nome del “fare” e dell’“attivazione”, si svuota la scuola del suo compito più importante: trasmettere il sapere alle giovani generazioni.

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