Educare all’emotività?

Brevi considerazioni sulle inquietanti tendenze all’omologazione empatica nelle nostre scuole.

“Il contrasto, infine, costituisce ciò che Simmel chiama «la tragedia della cultura», cioè la tendenza sempre perdente delle forme culturali a conservarsi contro la vita che le ha prima incorporate e poi superate” [Carlo Sini].

“Ecco, dunque, perché riuscire a fare leva sulle emozioni è un’arma di persuasione così potente e perché le storie, in quanto strumenti di manipolazione emotiva, sono il migliore grimaldello per plasmare i comportamenti …” [Massimo Polidoro].

Intanto noi non si vuole affatto negare emozioni ed emotività

Ma prima di tutto a scuola, in primis, non ci interessa tanto insegnare come si sia formato nella mia mente il concetto di Mare del Nord, quanto ciò che esso è oggettivamente. Qui si sostiene allora che la Scuola, pur riconoscendo l’importanza della riflessione sull’apprendimento –che però per esistere necessita pur sempre dell’apprendimento sul quale riflettere– debba principalmente insegnare allo studente cosa sia, in effetti, il Mare del Nord.

Nel nostro orizzonte scolastico attuale, popolato da ragazzi fragili e/o volutamente fragilizzati, da educatori, pedagogisti e psicologi in cerca di occupazione e di ruolo, non c’è più spazio per l’apprendimento del Logos (λόγος), che in Italiano significa: linguaggio articolato; discorso; ragione; calcolo; formula (Mario Vegetti). E ” … il sostantivo logos e il verbo leghein hanno … originariamente la stessa radice, molto umile, del nostro «legume», fanno cioè riferimento a ciò che si raccoglie e si ordina secondo precisi criteri” (Remo Bodei).

Ci si chiede allora quali possano essere le ragioni di questa insistente necessità di voler tenere le scuole aperte tutto l’anno, per giornate intere, e al tempo stesso di non stressare gli alunni con lezioni frontali impegnative, memorizzazioni, verifiche e attribuzioni di voti. In questi serbatoi pseudo-oratoriali, che cosa si farebbe?

L’intervento terapeutico nelle dinamiche familiari, mirato a modificare le pratiche genitoriali e a contenere i comportamenti anti-sociali, ha rappresentato in passato uno dei pilastri della politica neo-laborista in Inghilterra. Col tempo, questo modello si è esteso anche nel nostro contesto. La risposta del governo britannico ai problemi familiari, sempre più auspicata anche qui da noi, sembra essere quella di affidare la gestione delle relazioni interpersonali ai terapeuti, nonostante molti siano riluttanti ad applicare interventi che potrebbero trasformare il cittadino in paziente. (Ripreso dal testo di Frank Furedi, Contro la psicologia. Come la deriva terapeutica rende vulnerabili individui e società, Feltrinelli, 2023 – libro del quale si consiglia vivamente la lettura).

Nel sistema di governo terapeutico della Scuola che da circa venticinque anni è presente anche qui da noi, l’ingerenza nei sentimenti della gente tende a istituzionalizzarsi. Ma sta il fatto che non esista un unico modello di empatia o di spiritualità, e ancor meno di sessualità; si tratta di cose che, in una società democratica e non totalitaria, ormai anche multi-culturale, possono anche essere assai varie e differenti

L’istituzionalizzazione della cosiddetta alfabetizzazione all’empatia e la gestione correttiva di emozioni considerate “sbagliate” da parte di “esperti” mossi da visioni che tutto possono essere fuorché oggettive, rischiano, pur se animate dalle migliori intenzioni, di scivolare nel lastrico dell’omologazione più massificata.

A meno che, come voleva J. G. Fichte – che non a caso apprezzava così tanto Pestalozzi – per riformare la società non si voglia togliere, magari anche fisicamente, i figli ai genitori, accasermarli e sostituire tutti insieme gli insegnanti con nuovi operatori pronti a questa forma di collettivizzazione educativa statalista. Deresponsabilizzando così completamente i genitori, certificando la fine definitiva della Famiglia e, nell’ottica dell’ingegneria sociale, introdurre nuove forme di fecondazione sempre più fluide e transgender, se non direttamente post-umane.

Qualunque sia l’angolazione, è difficile trovare in questa prospettiva tanto ipotetica quanto rischiosa qualcosa di rassicurante, creativo e sereno per i nostri ragazzi. Tuttavia, questo orizzonte tendenziale non è stato solo frutto di ideologie e interessi: esso ha catalizzato una situazione ben precisa, quella di una parte dell’Occidente relativamente benestante, non più agitata da forti conflitti interni, neanche più meramente generazionali, e adagiata su una relativa sicurezza militare garantita da un contesto geopolitico definito. Un contesto che, ha sì garantito sinora condizioni di iper-protezione e alti consumi ai propri ragazzi, ma che è mutato radicalmente e che già richiede nuove forme educative.

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