Lo stato dell’arte – episodio 9 – Il tempo didattico e i suoi vampiri
A forza di aggiungere cose importanti, rischiamo di togliere tempo alle cose fondamentali.
Nell’anno scolastico appena trascorso ho avuto, come sempre, 2 ore di lezione di Arte e immagine alla settimana per ciascuna delle mie classi della scuola secondaria di primo grado. È stato un anno buono o fortunato, perché ho perso poche ore di lezione: nella classe in cui ho avuto più ore, la 1°C, sono arrivato a 72 ore complessive; nella classe più sfortunata, la 2°C, invece ne ho fatte 59. Già qui potete vedere il primo problema legato al tempo: quanto può incidere, nel corso di un anno scolastico, la semplice collocazione delle mie due ore (attaccate) durante la settimana. Se, ad esempio, tante festività o ponti cadono di lunedì ed io ho lezione solo di lunedì in quella determinata classe, perderò tante ore. Tredici ore di differenza non sono giuggiole: è un’intera unità didattica che se ne va!
Facciamo ora finta che, mediamente, io possa contare su 64 ore annuali. Metà di queste sono dedicate alla pratica, quindi ne rimangono 32 per la storia dell’arte. Altre 3-4 ore di questo residuo le devo usare per le verifiche scritte, visto che i miei studenti ne svolgono almeno tre e a volte quattro in un anno. Siamo arrivati a 28 ore di teoria. Nella classe prima, il programma va dalla Preistoria al Trecento. In seconda, da Giotto alla fine del Settecento. In terza, dal Neoclassicismo ad oggi. Vi lascio immaginare quanto sia difficile scegliere quali periodi trattare e quali no, quali movimenti spiegare o accennare e quali invece tralasciare, a quali artisti dedicare una lezione, quali invece nominare per una sola opera significativa, quali invece lasciare nel dimenticatoio. Due intere ore (su 28) dedicate a Giotto significano, necessariamente, lasciare da parte i Lorenzetti, Giusto de’ Menabuoi, Duccio di Buoninsegna, Simone Martini, l’Orcagna… Se faccio una lezione introduttiva sul Primo Rinascimento del Quattrocento (1 ora), dedico una lezione ai committenti e ai mecenati italiani del Quattrocento (1 ora) e poi approfondisco Masaccio (1 ora), Donatello (1 ora) e Brunelleschi (1 ora), ho già usato quasi 1/6 dell’intero anno scolastico per il Primo Rinascimento. E dove mai metterò il Beato Angelico, Antonello da Messina, Andrea Mantegna, Sandro Botticelli, Filippo Lippi, Giovanni Bellini, Bernardo Rossellino, Luciano Laurana, il Filarete, Vincenzo Foppa? Vorrei trasmettervi quanto sia dolorosa questa scelta, perché moltissimi degli alunni delle scuole medie non avranno mai più, nella loro intera vita, l’occasione di conoscere e approfondire questi artisti e questi periodi artistici: non li hanno fatti alle elementari e tutti coloro che non faranno un liceo non li incontreranno nemmeno alle superiori. C’è dunque, almeno in me, un forte senso di responsabilità ogni volta che devo scegliere, all’interno di un risicato numero di ore, cosa tenere e cosa salvare.
Eppure, in questa mia dolorosa scelta, sono guidato da tre principi che ritengo fondamentali:
- Meglio poco fatto bene, che tanto fatto male (qualità). Le abbuffate per accumulo di troppi artisti ed opere nella stessa lezione non portano, a mio parere, benefici. È meglio che la lezione abbia contorni ben definiti: se trattiamo la pittura neoclassica, parlerò principalmente di Jacques-Louis David, menzionando (ma non trattando) i pur meritevoli Jean-Auguste-Dominique Ingres, Anton Raphael Mengs, Joseph-Marie Vien, Antoine-Jean Gros, Vincenzo Camuccini. Anche limitandomi al solo David, sceglierò poche ma significative opere: Il giuramento degli Orazi, Marat assassinato, Napoleone valica le Alpi, L’incoronazione di Napoleone. Mostrerò brevemente l’incompiuto Giuramento della Pallacorda, utile a spiegare le rapide trasformazioni ed alleanze all’interno dei rivoluzionari francesi. Dirò qualcosa del ruolo di David nel periodo del Terrore e della propaganda prima per Robespierre e poi per Napoleone. L’obiettivo è che quelle opere permettano di capire le peculiarità dello stile dell’artista e del periodo trattato e fissino, visivamente, dei concetti utili a leggere un’intera epoca.
- Ciò che dico dev’essere compreso (chiarezza). Preferisco usare bene il poco tempo che ho per chiarire ogni termine difficile incontrato e di sistematizzare opere e artisti, in modo che i miei studenti abbiano una bussola per orientarsi e uno schema mentale (gli a-priori) che guidino l’analisi futura di artisti e opere non direttamente trattati. Mentre spiego l’arte delle Avanguardie del XX secolo, ad esempio, devo chiarire cosa siano il termine “avanguardia” (sia l’etimologia militare, sia il suo significato metaforico), cosa sia un “manifesto” (visto che la maggior parte degli alunni penserà ad un poster, non ad un elenco di regole scritte), cosa differenzi l’arte di queste Avanguardie dall’arte tradizionale accademica, ma anche quali elementi comuni siano riscontrabili in tutte loro, a prescindere dall’estetica dada, cubista, futurista, astrattista, espressionista, surrealista… e così via. Chiarire e sistematizzare sono però operazioni che richiedono tempo e, dunque, portano via un pezzo della lezione. Questo è particolarmente vero (e frustrante, a volte) quando le maglie di quel setaccio che è la mente degli alunni sono talmente larghe che pochissime informazioni vengono trattenute – analogia che ho spiegato più nel dettaglio nel quarto episodio dello Stato dell’arte.
- Per prime vengono le cose davvero importanti (priorità). Non tutti gli artisti hanno lo stesso peso nella storia dell’arte. Michelangelo e Leonardo, per esempio, non sono semplicemente due artisti importanti fra i tanti: il loro peso nella storia dell’arte è incomparabilmente maggiore rispetto a quello, pur rilevantissimo, di un Vincenzo Foppa o di un Perugino. Non significa, naturalmente, che questi ultimi non meritino di essere conosciuti; significa che, quando il tempo a disposizione è drammaticamente limitato, devo necessariamente stabilire delle priorità. E la priorità va agli artisti, ai movimenti e alle opere che hanno avuto un ruolo davvero fondamentale nello sviluppo della storia dell’arte, che hanno introdotto innovazioni decisive, che hanno influenzato generazioni successive o che sono diventati punti di riferimento imprescindibili per comprendere un’epoca. Se ho 8 ore complessive da dedicare al Rinascimento maturo tra fine Quattrocento e prima metà del Cinquecento, non posso trattare Raffaello e Sebastiano del Piombo come se avessero avuto lo stesso peso; se devo scegliere tra un’opera fondamentale come la volta della Cappella Sistina e un’opera coeva significativa, bella e meritevole ma meno importante, come lo Stendardo di Orzinuovi del Foppa, opterò ovviamente la prima. È una scelta talvolta ingiusta, perché la storia dell’arte è piena di artisti straordinari che rischiano di rimanere fuori dal programma. Ma con 28 ore di storia dell’arte all’anno non posso permettermi il lusso di essere equo: devo essere selettivo.
Già così, cioè in condizioni normali e ottimali, decidere cosa selezionare e come spiegarlo è un compito gravoso. Poi, ovviamente, arrivano i vampiri della didattica. Ci sono i vampiri ministeriali, cioè quelle “materie” che per legge non vivono una vita autonoma, con un monte orario e un insegnante dedicatogli, bensì vampirizzano (cioè ciucciano risorse e tempo) le altre: parliamo delle almeno 33 ore di Educazione civica, introdotta con la Legge 92 del 2019, durante il governo Conte II e resa operativa dalla ministra Azzolina; parliamo delle almeno 30 ore di Orientamento, il cui padre è il PNRR e che diventa definitivo col DM 328 del 2022, firmato dal ministro Valditara sotto il governo Meloni[1]. Entrambe introducono nella scuola un fabbisogno minimo di tempo didattico senza istituire un corrispondente nuovo monte orario generale. Ci sono poi i vampiri ideologici proposti in continuazione da pedagogisti, intellettuali e politici di orientamenti anche molto diversi, come se la scuola si dovesse occupare di tutto, tranne che delle materie che le competono. Abbiamo l’Educazione finanziaria (proposta dalla Lega nel 2022-23), l’Educazione alimentare (proposta da Fratelli d’Italia, ma anche dal PD nel 2023), l’Educazione ambientale (proposta da Alleanza Nazionale nel 2006, poi dall’Ulivo nel 2008, poi dalla Lega nel 2017, poi da Forza Italia nel 2018, fino alla clamorosa proposta, nel 2019, da parte di Forza Italia, di una materia obbligatoria di almeno 2 ore settimanali), l’Educazione affettiva e sessuale (proposta nel 2023 da AVS e M5S, ma anche da Fratelli d’Italia, in quest’ultimo caso esplicitamente come strumento di contrasto al femminicidio), l’Educazione militare (proposta da Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, nel programma pubblicato ad agosto 2026)… Ogni parte politica ha le proprie priorità culturali e, quasi inevitabilmente, tende a pensare che la scuola sia il luogo naturale nel quale realizzarle. Infine, ci sono i vampiri progettuali d’istituto: attività, giornate, campagne, progetti trasversali, corse campestri, mercatini, uscite sul territorio, open-day, gite, uscite didattiche…
Il problema non è che queste cose siano inutili. Il problema è che vengano considerate gratuite: come se aggiungere un nuovo compito alla scuola non significasse necessariamente sottrarre tempo a qualcos’altro. Per un’ora di tecniche di massaggio cardiaco e primo soccorso, salutiamo pure le sculture di Gianlorenzo Bernini. Per un’ora di polizia postale e uso consapevole di smartphone e web, diciamo addio a Paul Gauguin. Per un’ora di tavola rotonda sui femminicidi, Artemisia Gentileschi la lasciamo inevitabilmente in panchina. Argomenti che, ripeto, molti miei alunni non potranno mai più affrontare nella loro vita – non in un’aula scolastica, non con un insegnante che glieli spiega, non con ripassi e interrogazioni e verifiche per fissare i contenuti. E sia chiaro: non sto sostenendo che il primo soccorso, la sicurezza digitale o la prevenzione della violenza di genere siano argomenti inutili. Al contrario: sono tutti argomenti importanti. Ma proprio perché sono importanti, la domanda diventa inevitabile: perché la risposta debba essere sempre «aggiungiamoli alla scuola», invece di chiederci che cosa dobbiamo togliere per fare loro spazio? Se ogni nuova esigenza educativa viene dichiarata prioritaria, ma il tempo scolastico rimane sostanzialmente lo stesso, che cosa stiamo decidendo implicitamente di rendere meno importante?
[1] Nel caso dell’Orientamento, le Linee guida prevedono che i moduli possano essere realizzati anche fuori dall’orario curricolare, eppure nella mia esperienza le scuole – per mancanza di risorse – tendono a sovraccaricare sempre le curricolari, mai o quasi mai a pagare ore extracurricolari ai docenti per l’Orientamento.
