Amicus Plato – Come si avvelenano i pozzi del dibattito sulla scuola

Ritengo che politicizzare (ovvero ideologizzare) il confronto sulla scuola odierna nel banale dualismo sinistra-destra, innovatori-conservatori sia il peccato (o il delitto) d’origine che più avvelena i pozzi del dibattito, perché produce a priori un rovinoso depistaggio rispetto ai termini concreti della questione e alla loro corretta risoluzione.


Lessi tempo fa, in una rivista culturale online, una sorta di recensione dialogata tra due noti, sedicenti sostenitori della scuola ‘progressista’ seguita da vari commenti dei lettori sopra un libro appena uscito di Ricolfi-Mastrocola (Il danno scolastico). Sia l’articolo che diversi commenti esprimevano giudizi ironici o indignati su quel libro e una scandalizzata sorpresa circa altri commenti, per lo più di insegnanti, che invece lo apprezzavano. Quel libro a quattro mani, come molti sapranno, illustra e interpreta con competenza e con preoccupazione dati statistici sul declino formativo della nostra scuola superiore negli ultimi decenni. Un libro documentato e argomentato, discutibile certamente come qualsiasi altro, ma fondato molto più su dati di fatto e su esperienze concrete che non su astratti principi o generiche opinioni. Ebbene sia i recensori sia i commentatori che stroncavano il libro non portavano una (dico: una) vera argomentazione documentata a sostegno della loro stroncatura. La quale si basava esclusivamente sulla presunzione, del tutto preconcetta, che la scuola ‘nuova’ (quella del pedagogismo, delle competenze, dei progetti ecc.) sia l’unica capace di fornire ai ragazzi una formazione davvero efficace e aggiornata ai tempi. Eppure onestà intellettuale e dialettica esigeva un solo modo per tagliare la testa al toro e invalidare le tesi degli autori: addurre cioè, a propria volta, dati concreti e prove attendibili che smentissero la sconfortante realtà da loro denunciata. Dimostrare cioè, in soldoni, che la scuola di adesso prepara e istruisce molto di più e meglio di quella di quaranta anni fa. Quella sconcertante recensione – con tutti i suoi commenti – rappresenta in realtà un campione perfetto dell’attuale, desolante status quaestionis intorno alla nostra scuola. Uno sterile dibattito tra sordi in perenne stallo perché, prescindendo dalla scuola effettuale, non riesce quasi mai a schiodarsi da cieche pregiudiziali ideologiche e produce così soltanto anatemi o insopportabili (almeno per me) strumentalizzazioni politiche.

La sordità consiste schematicamente in questo:

A (il ‘progressista’) sostiene che la scuola non funziona perché i presunti ‘grandi’ progressi pedagogici e didattico-metodologici degli ultimi decenni verrebbero ancora colpevolmente ignorati o trascurati dai prof, i quali continuerebbero invece a insegnare, per comodità o per inerzia, come si insegnava una volta (lezioni frontali, libri di testo, compiti a casa, verifiche ecc.).

B (il ‘conservatore’) sostiene che la scuola non funziona più proprio perché ormai avrebbe adottato o assorbito acriticamente su larga scala (specie nella fascia dell’obbligo) la vulgata neo-pedagogica e didattico-metodologica sponsorizzata o imposta dal ministero, depauperando e polverizzando di fatto i contenuti culturali e le programmazioni disciplinari a vantaggio di teorie, tecniche e attività didattiche pretenziosamente nuove ma scientificamente indimostrate e praticamente inutili o dannose.

Insomma: A. considera la ‘tradizione’ il male e la ‘innovazione’ la medicina; B. l’esatto contrario.

Parlo adesso per me: ignoro, in tutta franchezza, quale possa essere la terapia risolutiva. Forse in una società complessa e ingovernabile come l’attuale, non esiste. Ma non ho dubbi su quale sia il male maggiore da combattere nella scuola di adesso. E quel male – a mio avviso – coincide in gran parte con quello denunciato dai (veri o presunti) ‘conservatori’: nella scuola autonoma di casa nostra (parlo soprattutto dei licei) la libertà di insegnamento e di pensiero ormai non esiste più, perché i diktat del ministero hanno pian piano trasformato il corpo insegnante in una obbediente schiera di api operaie addette soprattutto a eseguirne le mille pretenziose e astruse disposizioni, le mille anonime ed implacabili parole d’ordine. Spacciate (spessissimo a torto) per avanzate e scientifiche innovazioni queste disposizioni e queste parole d’ordine, di fatto, non si discutono né si contestano quasi più apertamente nel merito, nemmeno in sede sindacale, e diventano così, giocoforza, idoli da venerare e soprattutto da inverare ad ogni costo e contro ogni realistico buonsenso. La gestione dei BES è in proposito soltanto un esempio fra molti, forse il più paradossale ma anche il più significativo, di questa deriva. Insomma: credere, obbedire e (con le armi miserelle che si hanno a disposizione) persino combattere. Il luogo della cultura e dello spirito critico per eccellenza sta diventando pian piano un sistema burocratico-ideologico-logistico totalitario.

Ovvio per molti che questi diktat spesso nascondono – ma nemmeno troppo – secondi fini, più e meno sensatamente perseguiti, più e meno immediati, solidamente contabili o latamente politici: risparmio, definanziamento pubblico, marketing del consenso e delle iscrizioni, supporto ai poteri forti o ai governi di turno, privatizzazione strisciante ecc.

Non tutti però sembrano accorgersene. Anni fa, all’alba dell’autonomia, quando infuriava la nevrosi del pof (poi: ptof), sembrava che senza un piano di istituto lungo almeno quanto Delitto e castigo, imbottito di regole, finalità, obiettivi e soprattutto progetti e collaborazioni esterne di ogni sorta, una scuola non potesse più sopravvivere. In quel nevrotico bailamme attorno alla gestazione del sacro testo si fondavano commissioni, si tenevano le più estenuanti riunioni e si accendevano le più esilaranti baruffe. E siccome, nella mia ingenua insofferenza, una volta sbottai dicendo che dentro il pof, per quello che mi riguardava, si poteva mettere persino il ricettario Artusi (nessuno tanto lo avrebbe letto e, se qualcuno lo avesse fatto, gli sarebbe stato forse più utile), un/a insegnante si stracciò le vesti accusandomi di essere un retrogrado disfattista e un autentico reazionario: non capivo, secondo questa persona, l’importanza che un documento del genere aveva in prospettiva per la modernizzazione e l’efficienza di ogni istituto autonomo.

Non mi spiegò però come, concretamente, questo beneficio si sarebbe realizzato a vantaggio del mio lavoro, quale reale effetto virtuoso quel voluminoso e arcano documento avrebbe esercitato sul rapporto tra me e i miei studenti. Accadde poi nei fatti, come si sa, esattamente il contrario: il p(t)of, pure adesso, quando non è del tutto indifferente per un docente, spesso ne complica e ne intralcia inutilmente l’attività didattica. In realtà a chi mi contestava, un po’ come ai recensori del libro di cui all’inizio, non interessava controbattere le mie affermazioni, ma scomunicarle.

La stessa scomunica che, più in generale, investe tutti quelli che osano discutere, argomentando sui fatti, gli idoli della scuola sedicente ‘progressista’: Rousseau, Dewey, Montessori, Don Milani ecc.; ovvero, scendendo di qualche gradino: inclusione, competenze, interdisciplinarità, orientamento, educazioni personalizzate e tecniche speciali ecc.; ovvero, più sfiziosamente: flipped classroom, circle time, role playing, team building, learning by doing,  soft skills…

I non allineati vengono così tacitati ed emarginati in partenza e il confronto sui problemi della scuola effettuale diventa uno scontro di fede che demonizza il dissenso come eretico e rozzo passatismo: la situazione ideale per non risolvere nulla e offrire alla propaganda politicante delle opposte sponde, con questa falsa polarizzazione, l’ennesima e la più facile occasione di endorsements puramente strumentali.

Ad onore del vero, infatti, io faccio fatica a vedere, al di là di questa fasulla contrapposizione di facciata, differenze qualitativamente reali nella politica scolastica degli ultimi governi, di destra o di sinistra che siano stati. A parole le destre hanno spesso sbandierato ‘rigore’ e ‘merito’, le sinistre ‘democratizzazione’ e ‘innovazione’. Nei fatti entrambe hanno contribuito in pari misura, dietro belle dichiarazioni d’amore ed annunci di nozze sontuose con fichi sempre più secchi, a ridurre la scuola pubblica in un baraccone burocratico/promozionale e in un populistico Kindergarten. Non credo di fare del banale qualunquismo affermando questa sostanziale equivalenza di fatto dei due schieramenti. Constato semplicemente una realtà scolastica sotto gli occhi di tutti: una condizione di abbandono e di degrado oggettivo che coinvolge da anni, ahinoi, anche le altre maggiori istituzioni pubbliche nostrane come sanità e giustizia.

Perciò ritengo che politicizzare (ovvero ideologizzare) il confronto sulla scuola odierna nel banale dualismo sinistra-destra, innovatori-conservatori sia il peccato (o il delitto) d’origine che più avvelena i pozzi del dibattito, perché produce a priori un rovinoso depistaggio rispetto ai termini concreti della questione e alla loro corretta risoluzione.

In questo depistaggio mi pare però, ribadisco, che i maggiori, anche se non certo gli unici, responsabili siano i fautori della sedicente scuola ‘progressista’, per più motivi: 

1) essi continuano a scambiare o a spacciare per novità teorie pedagogiche e tecniche didattiche vecchie ormai, in molti casi, di oltre un secolo e spesso invalidate dalla prassi.

2) essi caldeggiano e promuovono (o avallano) una superfetazione di attività, figure, ingegnerie scolastiche che astraggono dai contenuti culturali e contribuiscono non poco (in buona o in cattiva fede) a soffocare la sana, essenziale, duale relazione tra docente e allievi nella fatale ragnatela logistico-burocratica-promozionale che io chiamo Antiscuola.

3) essi ignorano bellamente o, meglio, fingono di ignorare che i maggiori intellettuali di area laica o progressista, passata e presente, quando si occupano di scuola, non stanno affatto dalla loro parte: Gramsci li condannerebbe (credo) senza appello; Russo, Barbero, Ferroni, Cacciari, Recalcati, Canfora (solo per citare i contemporanei italiani più noti) ne contestano e ne sconfessano spesso duramente la deriva funzionalista e reclamano a gran voce il ritorno ai saperi culturali forti.

4) essi ignorano inoltre (o fingono ancora di ignorare) che le loro pretenziose ricette vengono sempre più interpretate e concretate dal ministero in una chiave aziendalistica che assorbe e stravolge i loro principi di partenza, anche quelli teoricamente plausibili, in una vulgata neoliberista tutt’altro che ‘democratica’ e progressista (vd. in proposito il recente saggio Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, a c. di Mimmo Cangiano, Nottetempo 2026).

Ritengo molto significativo, in proposito, che anche riviste di evidente o dichiarata impronta progressista abbiano cominciato di recente ad ospitare voci di netto dissenso, in nome della scuola reale, rispetto al pedagogismo di stato e alle conseguenti politiche scolastiche di vario segno. Così come emblematica, mi sembra, una recente, coraggiosa iniziativa sindacale intrapresa da insegnanti altoatesini contro l’Antiscuola, cioè contro l’imperversare nella scuola pubblica di progetti, collaborazioni ed intersezioni col mondo esterno che, anche nel nome pretestuoso di quel pedagogismo funzionalistco e iper-attivistico, falcidiano le ore curricolari e impongono ai prof incombenze e competenze intollerabili anche perché sempre più estranee alla loro preparazione, alla loro autentica deontologia  e ai loro primari compiti professionali (https://laletteraturaenoi.it/2025/11/11/fermiamo-la-scuola-la-protesta-degli-insegnanti-dellalto-adige/).

Paolo Mazzocchini è curatore del blog SATURALANX – ScritturaMista.

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