Tu non puoi parlare
È ancora possibile confrontarsi con un’idea senza usare come arma il giudizio morale, anche il più falso, sulla persona che l’ha espressa?
Noi del Gessetto ci siamo abituati. Studiamo un contenuto sulla scuola, ideiamo un post che lo veicoli, scegliamo un’immagine di copertina, lo pubblichiamo sui canali social… e puntualmente arrivano quelli che, invece di dire la loro nel merito, negano a noi i requisiti morali per dire la nostra. Persone, peraltro, che non ci conoscono, che neppure sanno chi siamo: ma in quattro e quattr’otto si ergono a giudici della nostra moralità ed arbitri del nostro diritto di parola sulla scuola.
Neanche a dirlo, le denigrazioni attengono di frequente alla sfera del sesso – in Italia questo genere di fango si attacca sempre. L’ultimo episodio ci vede istigatori della cultura dello stupro. Nientedimeno.
Si tratta di attacchi ridicoli, è vero: ma non per questo meno odiosi. L’appello ai sentimenti più corrivi, bassi e morbosi della gente è sempre detestabile, perché tutti avremmo il dovere di non solleticarli più di quanto già lo siano per natura: e invece chi ci denigra così lo fa appunto contando di ricevere da altri quella complicità che, in menti deboli e soprattutto sui social, è attivata dalla possibilità stessa di colpire qualcuno nella sfera morale con così poco sforzo. Basta una parola maligna buttata lì, una faccetta o qualche punto esclamativo, e si richiude il cellulare soddisfatti.
Quando lo stesso atteggiamento e la stessa tecnica vengono applicati alle idee espresse da personaggi consegnati alla storia, dal ridicolo si passa alla farsa, e dall’odiosità all’avvilimento.
Qualche giorno fa abbiamo pubblicato il primo post di una serie contenente pensieri di don Lorenzo Milani sulla scuola e l’educazione. Lo scopo è di allargare la conoscenza di questo autore al di là del vieto “la scuola non deve bocciare” infinite volte ripetuto, e in particolare di mostrare come un considerevole numero delle sue posizioni, e non delle più marginali, sia in linea con quelle portate avanti dal Gessetto. La citazione era questa:
C’era un professore di greco molto odiato. Ma i suoi allievi imparavano il greco bene. Non vedo neanche come si possa fare un rapporto tra le due cose quando è così evidente che la funzione del professore di greco è di insegnare il greco e non d’essere amato.
E questo era il testo che accompagnava il post:
Se c’è un maestro che ha amato i suoi allievi, questo è stato don Lorenzo Milani.
“Io che i miei figlioli li amo”, scrive in una lettera, “che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare”, aggiungendo che “chi non farà scuola così non farà mai vera scuola”. Nelle sue ultime parole, “ho voluto più bene a voi che a Dio”.
Ma, con tutto il suo amore, don Milani capiva perfettamente che lo scopo proprio della scuola è quello di istruire, non un altro, e che è attraverso l’istruzione acquisita a scuola che il giovane potrà liberamente aprirsi, sbocciare e fruttare. Pertanto capiva perfettamente anche questo: che è dal livello di istruzione acquisito grazie a lui dai suoi studenti che un docente dev’essere propriamente giudicato, non da altro.
A questi due assunti fondamentali deve ritornare la scuola italiana di oggi. “A defraudare i ragazzi”, scriveva ancora don Milani, “si paga con le nevrosi”. E noi, ben più di allora, è dell’istruzione che li stiamo defraudando.
Si può essere d’accordo o in disaccordo col concetto espresso nella citazione. Io lo condivido e lo trovo singolarmente vero ed efficace, ma legittimamente un altro su assunti diversi (per esempio che il fine primario della scuola non sia l’istruzione) potrebbe arrivare a una conclusione opposta: un professore che gli studenti per qualche motivo non sopportano (mi sembra ovvio che l’aggettivo “odiato” significhi in sostanza questo) ha fallito il suo scopo qualunque sia il livello di istruzione a cui, nella sua materia, li ha portati.
Quello che non si può fare, nel senso che tutti noi non dovremmo consentirlo se vogliamo restare persone civili ed esseri razionali, è questo genere di ‘commenti’ postati su Facebook:
Sì li amava così tanto che in una lettera scrisse di portarseli a letto (utente A)
Don Milani era quello che voleva incularsi letteralmente i bambini. Direi di non prenderlo ad esempio (utente B)
Utente C, più generoso, ha commentato così:
La frase recita “se non un maestro che ami anche Dio”. Il che fa pensare che egli vivesse un tremendo conflitto interiore: ma che la fede gli consentisse di non cedere alla tentazione.
Bene. Comincerei coll’osservare che le seguenti note circostanze (le elenco nell’ordine in cui mi vengono in mente) avrebbero dovuto raccomandare un po’ di prudenza a questi sagaci commentatori alla ricerca di abusi sessuali:
1. don Lorenzo Milani non è un’oscura figura storica vissuta ai tempi dei Faraoni su cui non sappiamo nulla e possiamo procedere di fantasia per integrare i pochi dati disponibili, ma una figura ben conosciuta della storia contemporanea italiana, e tutto ciò del moltissimo che sappiamo su di lui esclude radicalmente un’accusa di abusi sessuali su minori;
2. i suoi allievi gli sono sopravvissuti per molti decenni e alcuni sono ancora in vita, e nessuno di loro si è mai sognato non dico di denunciare ma di accennare o neppure di ritenere possibile che si sia verificato qualcosa di lontanamente simile a ciò;
3. in vita don Milani è stato continuamente attaccato e persino denunciato dai suoi molti nemici, ma mai per nulla del genere;
4. don Lorenzo a Barbiana ha sempre vissuto in una piccola casa insieme ad Eda, la perpetua, e alla mamma di lei Giulia; il “letto” di don Milani, imbarazza precisarlo, era adiacente all’aula della scuola;
5. la Curia di Firenze detestava don Milani, gli ha messo i bastoni tra le ruote in tutti i modi e lo ha relegato a Barbiana, ma non ha mai recepito un’accusa o un sospetto del genere;
6. dopo decenni di caute rivalutazioni, e dopo un’istruttoria certo molto lunga da parte di quella Chiesa che ne aveva addirittura messo all’indice il libro Esperienze pastorali, papa Francesco a Barbiana ha additato don Milani ai sacerdoti come esempio da seguire con queste parole: “la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa […] Il prete trasparente e duro come un diamante oggi continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della chiesa. Prendete la fiaccola e portatela avanti!”.
7. i barbianesi hanno continuato fino alla morte ad affidargli i loro figli e le loro figlie, con una fiducia sempre maggiore nel tempo.
Abusi sessuali su minori?
Ma ecco il colpo di teatro di utente A e di utente B: un testo autografo nel quale don Milani stesso confessa l’orribile misfatto. Si tratta della lettera a Giorgio Pecorini del 10 novembre 1959, pubblicata integralmente dallo stesso Pecorini in Don Milani! Chi era costui?, Baldini&Castoldi, 1996 e quindi nelle Opere complete della collana I Meridiani, mentre compariva con tagli in Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, a cura di M. Gesualdi, prefazione di M. Pancera, Mondadori, Milano, 1970.
Non inganni il titolo suggestivo (c’è sempre chi parla di libri di cui si è fermato al titolo). L’opera, che l’autore dedica “ai miei figli, Chiara e Nicola: irrimediabilmente condizionati dal nostro incontro barbianese”, è la testimonianza appassionata di un’amicizia sincera e di una riconoscenza imperitura verso il priore di Barbiana. Nel Ringraziamento all’autore la sorella, Elena Milani, scrive (p. 11): “Fra i diversi autori di libri su mio fratello, Giorgio è l’unico che lo abbia veramente conosciuto nelle sue vesti di sacerdote e di maestro, ed è uno dei pochi “intellettuali” che sono riusciti a instaurare un rapporto di profonda amicizia e stima con Lorenzo […] giornalista e intellettuale si arrendono ai sentimenti dell’amico e io trovo mio fratello raccontato così come lo ricordo”.
Abbastanza improbabile che proprio un libro del genere contenga l’unico indizio degli abusi sessuali perpetrati da don Lorenzo Milani ai danni dei suoi allievi, nella forma di una lettera privata che l’amico ha deciso di inserire in forma integrale nel libro e ripubblicare mentre in precedenza era stata edita con tagli, e che la sorella ha letto e apprezzato come verace ricordo del fratello.
Se poi qualcuno si immagina (sempre senza aver preso in mano il libro, beninteso) che l’epistola in questione sia un testo riservato, vergato magari in un momento di fragilità o crisi interiore dell’uomo Lorenzo Milani, indirizzato a un intimo amico e contenente scabrose confidenze personali, si sbaglia di grosso. Così Pecorini spiega l’origine del testo (p. 386):
Il Partito liberale aveva tenuto a Milano nei primi giorni di novembre un convegno; e intervenendovi, Malagodi aveva citato don Milani e le sue “Esperienze pastorali” come esempio di atteggiamento intelligente ed equilibrato. Io stavo preparando per l’Europeo un’inchiesta su scuola pubblica e privata; seguìti i lavori del convegno, ne scrissi subito a don Milani: una lettera lunghissima in cui alla sintesi del discorso di Malagodi aggiungevo il mio personale disagio di cittadino di fronte al disinteresse del paese per i problemi della scuola e sfogavo il mio personale imbarazzo di cronista impuntigliato a occuparsene con una serietà sproporzionata allo stile del mio giornale; e nella foga del discorso ero passato senza avvedermene dal “lei” al “tu”.
Non è dunque il Giorgio Pecorini intimo amico di anni successivi a cui questa lettera è indirizzata, ma il giornalista Giorgio Pecorini col quale l’anno precedente (precisamente dall’intervista del 16 ottobre 1958, cfr. p. 267) era cominciata una corrispondenza nella quale entrambi fino a quel momento si erano dati del “lei”. E l’argomento della missiva non sono confidenze amicali, ma un’inchiesta su scuola pubblica e privata che Pecorini stava preparando per l’Europeo.
A questo genere di interlocutore, a cui dava per la prima volta del “tu”, e in una lettera su un argomento di questo genere, don Lorenzo Milani avrebbe deciso, secondo quanto opinano utente A e utente B, di confessare i suoi abusi sessuali.
Vediamo ora il testo incriminato, trascrivendo integralmente il lungo capoverso nel quale ricorrono le due affermazioni che sarebbero rivelatrici degli abusi:
L’altro lato del problema che vorrei ricordarti e di cui credo di averti parlato l’altra volta oppure di cui parlavo invano a quei due bravi preti cremonesi quando c’eri anche te, è una cosa che non si può dire perché “intender non la può chi non la prova” e i preti spesso non la provano perché hanno paura di incorrere nel 6° comandamento [NDR “non commettere atti impuri”] e cioè l’amore. Quando si vuol bene davvero ai ragazzi, bene come gliene può volere solo la mamma che li ha fatti o il maestro che li ha partoriti alla vita dello spirito o il prete che non ha né donna né figli fatti per mezzo del pipì, ma solo figli fatti per mezzo dei Sacramenti e della Parola allora il problema della scuola confessionale o non confessionale diventa assurdo, ozioso. Quei due preti mi domandavano se il mio scopo finale nel far scuola fosse di portarli alla Chiesa o no e cosa altro mi potesse interessare al mondo nel far scuola se non questo. E io come potevo spiegare a loro così pii e puliti che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani molto più che la Chiesa e il Papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto d’amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!). E chi non farà scuola così non farà mai vera scuola e è inutile che disquisisca tra scuola confessionale e non confessionale inutile che si preoccupi di riempire la sua scuola di immaginette sacre e di discorsi edificanti perché la gente non crede a chi non ama e è inutile che tenti di allontanare dalla scuola i professori atei perché anche loro non sono creduti dai ragazzi se non li adorano. E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire per metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso? Eccoti dunque il mio pensiero: la scuola non può essere che aconfessionale e non può essere fatta che da un cattolico e non può essere fatta che per amore (cioè non dallo stato)”.
Confessione di abusi sessuali su minori? Quel che si legge potrà far storcere la bocca ai benpensanti e ai benparlanti che don Milani detestava, ma casomai è l’esatto contrario di una confessione di abusi: è evidente (vinciamo ancora l’imbarazzo e la pena di dover argomentare un’ovvietà del genere) che chi ha scritto queste parole NON ha portato a letto e non ha avuto rapporti sessuali con nessuno, giacché si pone precisamente nella condizione di quel “maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso” e pertanto NON cade in quei comportamenti. E alla stessa conclusione portano le parole precedenti, dove leggiamo di un don Milani che per l’anima sua corre il rischio non di (al passato) ‘aver amato troppo’, ma di (al presente) “amare troppo” : chi può dire di correre il rischio di fare qualcosa, se non chi quella cosa non l’ha fatta?
Ma qui entra in gioco lo strabiliante argomento di utente C, meno volgare ma più avvilente. Questi si avvede che il testo della lettera si può interpretare solo come una negazione di quanto attribuito all’autore da utente A e utente B; ma osserva che tale diciamo ‘mancanza attuale di abusi sessuali potenziali’ sarebbe stata possibile per don Lorenzo Milani unicamente in virtù della sua fede: pertanto se non avesse avuto la fede quegli abusi li avrebbe commessi: dunque merita un giudizio morale di condanna: ragion per cui le sue concezioni sulla scuola non sono degne di pubblico dibattito.
Dietro la protervia di un tale ragionamento – ‘che cosa avrebbe fatto nella vita X se non fosse stato X’ – utilizzato per negare a qualcuno (e lo si può fare con tutti) la dignità di parola, c’è un vuoto che sinceramente non ci sentiamo in condizione di colmare.
Bisogna leggere, e leggere con attenzione, prima di raccogliere una frase e scagliarla contro qualcuno o qualcosa! Ma neppure questo è sufficiente. Per capire, bisogna studiare. Noi le citazioni che usiamo nella serie su don Milani non le abbiamo pescate dalla rete o con l’intelligenza artificiale, ma da uno spoglio sistematico di tutte le opere del priore di Barbiana che sto personalmente conducendo, dopo una frequentazione di anni col suo pensiero e la sua opera e dopo aver approfondito la conoscenza della scuola di Barbiana in loco e dalla viva voce dei suoi allievi. Non citazioni sospese in aria, ma tessere di un mosaico che conosco e di cui posso valutare la coerenza prima di estrarne una frase e proporla in un post come caratteristica di don Lorenzo Milani.
Il primo maggio del 1965, sei anni dopo quella lettera, gli amici Lorenzo e Giorgio sono a Barbiana, in compagnia di Adele Corradi (la professoressa “diversa da tutte le altre che ci ha fatto tanto del bene” di Lettera a una professoressa) e ovviamente in quella immancabile dei ragazzi. La conversazione viene registrata ed è stata pubblicata prima dallo stesso Pecorini (pp. 285-326) e poi in Tutte le opere mondadoriane, da cui citiamo (vol. II p. 1306).
Io sono talmente affezionato ai miei figlioli che tutto quello che è bene per loro, io lo credo vero; e tutta la mia teologia, la mia filosofia, la mia politica la costruisco sui miei affetti. E allora trovo giustissimo che il rettore del Leone XIII [collegio gesuitico di Milano NDR] costruisca la sua teologia, la sua politica sui suoi affetti. Quindi al punto in cui è ora, davanti a Dio siam eguali: si va all’inferno tutti e due o in paradiso tutti e due. Perché ci siamo fatti fortemente influenzare nelle nostre dottrine dai nostri affetti, e quindi io spero, se non abbiamo sbagliato, lo sbaglio consiste solo nel portare l’affetto su un piano sporco. Ma se uno non casca nello sporco, nel greve, nel sessuale insomma, per troppo amore, all’inferno non si va, allora io penso che si va in paradiso io e lui, in posti eguali.
Che se ne ricava? Che nel 1965 come nel 1959 don Milani era perfettamente cosciente – e ne parlava liberamente davanti ai ragazzi così come ne aveva tranquillamente scritto a Giorgio Pecorini sei anni prima – del fatto che l’amore per i giovani, così necessario a suo giudizio per fare “vera scuola”, è soggetto a un rischio: quello di diventare “troppo amore” e quindi di mutarsi in un rapporto erotico in senso stretto. E se ne ricava, come da tutto il resto, che lui pur spingendosi alle estreme propaggini di quel sentimento si era tenuto al di qua di quel “troppo”.
Son cose queste che non si devono dire? Qualcuno pensa che son cose che è brutto pensare o forse è troppo difficile ammettere? Don Milani non si faceva questo genere di problemi e li lasciava a chi se li pone. E così faremo anche noi, che da don Milani come da tutti gli altri che hanno dedicato intelligenza e passione alla scuola prendiamo quello che può farci riflettere, illuminare, motivare ed essere d’ispirazione.
Enrico Rebuffat
Laureato e dottore di ricerca in filologia greca, ha svolto attività di ricerca nel campo della letteratura classica e quindi, dal 2010, della filologia dantesca (independent.academia.edu/ERebuffat). Dal 2001 è docente di ruolo di materie letterarie nel liceo classico. Amato dagli studenti interessati a crescere e ad istruirsi, a scuola e per la scuola ha profuso tutte le sue energie, intelligenza e passione, entusiasta delle sue discipline, fiducioso nella gioventù e convinto che “obiettivo minimo” sia una bestemmia pedagogica, un tradimento culturale e un’ignavia civile. La sua attività pubblicistica sui temi della scuola, che ha preso avvio nel 2014 contro il progetto della “Buona Scuola” e da allora non ha più potuto fermarsi, dal 2025 trova la sua collocazione naturale nel Gessetto.
