Istruzione e intelligenza artificiale
Ancora una volta una parte della scuola sembra incline a recepire ed introiettare il nuovo in modo acritico; ancora una volta non sembra avere del tutto chiari gli obiettivi che le competono.

Negli ultimi anni, da quando le IA generative hanno fatto un significativo salto di qualità, è emerso con prepotenza il tema del loro impatto sulla filiera della formazione, e si fa un gran parlare di quanto ChatGPT e simili stiano letteralmente terremotando scuola e università per come sono concepite oggi, al punto da richiedere un loro radicale ripensamento.
Ora, atteso che per quanto mi riguarda la gen AI è essenzialmente un’arma cognitiva finalizzata ad atrofizzare il cervello delle persone e renderle sempre più stupide e incapaci di formarsi un pensiero proprio analizzando e confrontando fonti diverse, e che per questo motivo me ne tengo alla larga, mi rimane oscuro come essa possa segnare uno spartiacque epocale nell’ambito dell’istruzione, e lo dico da addetto ai lavori (come molti sapranno insegno lettere nelle scuole superiori). O meglio, mi rendo perfettamente conto di come ChatGPT possa abbassare il livello medio della preparazione degli studenti, dal momento che la stragrande maggioranza di essi oggi se ne serve per svolgere i compiti per casa e per farsi riassumere e schematizzare le pagine da studiare, ma proprio non capisco come possa falsare i risultati delle verifiche, siano esse scritte o orali, giacché durante un’interrogazione ovviamente quel supporto viene a mancare, e durante una verifica scritta si presume che il docente sorvegli attentamente per assicurarsi che nessuno stia usando cellulari, smartwatch né qualsiasi altro genere di dispositivo tecnologico. E lo stesso vale per gli esami universitari sia scritti che orali.
In due soli casi l’IA generativa potrebbe effettivamente inquinare le valutazioni: qualora si assegnino voti alla correzione dei compiti domestici, invece di considerarli mere esercitazioni in vista della verifica vera e propria, e nel caso in cui si valutino elaborati prodotti a casa. Ma nel primo caso già internet di per sé costituiva un problema enorme (dal momento che, come tutti sanno, si trovano ormai da anni su siti specializzati gli esercizi svolti di qualunque manuale in adozione nelle scuole di ogni ordine e grado), e in entrambi i casi si tratterebbe di valutazioni poco serie a prescindere dall’esistenza o meno dell’IA, in quanto a mio modo di vedere è ridicolo dare un voto a uno studente per qualcosa che, per quel che ne sappiamo, potrebbe non essere stato effettivamente prodotto da lui. Non dico che non si possano valutare anche le esercitazioni oltre a verifiche scritte e orali vere e proprie (che comunque devono rimanere la base), ma tali esercitazioni, perché possano far fruttare dei voti, devono necessariamente essere svolte in classe davanti all’occhio vigile dell’insegnante, altrimenti non si tratta di una valutazione ma di una pagliacciata. A mio giudizio hanno ragione di temere l’IA solo i docenti che già prima di essa non lavoravano seriamente.
Pensa se, al tempo della sua introduzione sul mercato, gli chef avessero cominciato a dire che il forno a microonde era uno spartiacque epocale nell’ambito della cucina. Gli avrebbero riso dietro tutti, osservando che è solo uno strumento per fare prima determinate cose.
A scuola invece tutto è pensabile, tutto è possibile: come una terra di nessuno, come una landa abitata da selvaggi primitivi aperta ad ogni colonizzatore che voglia piantarci una bandierina e ridisegnarne i confini. Non servono ragioni, argomenti, studi: basta entrare col passo deciso e prendere possesso. I primitivi dicono “sì, buana”, si fanno buoni affari, si discetta e pontifica dalla veranda della villa sorseggiando un aperitivo mentre gli indigeni sgobbano nelle piantagioni, ci si sente belli soddisfatti di aver portato la luce della civiltà.