Le frasi inascoltabili – seconda parte

Sia i mezzi di informazione che i social pullulano di frasi scollegate dalla realtà. Oggi analizziamo: “Gli insegnanti si aggiornino”.


Gli insegnanti sono, loro malgrado, obbligati a seguire dei corsi di formazione. C’è chi si limita ad un corso l’anno, quando è fortunato, chi ne segue dieci. Con la possibilità di seguire i corsi online e, soprattutto, con il PNRR, il numero dei corsi continua a crescere. Abbiamo raggiunto la saturazione. Tali corsi sono gratuiti per chi ha il ruolo, o è già in servizio, sono a pagamento per chi vorrebbe avvicinarsi alla professione. Già questo è scandaloso: lo stato impone una sorta di tassa sulla disoccupazione e sulla disperazione. Sono botte da migliaia di euro. Lo scandalo avviene alla luce del sole, è stato scoperchiato più volte e tristemente continua a perpetrarsi. Il ministero tace. I sindacati tacciono. Perché? Giulio Andreotti disse: “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.

Se ci fermassimo a constatare la mole di corsi che frequentiamo ogni anno si potrebbe dire che, più che aggiornati, veniamo indottrinati. Avendo però seguito con la massima attenzione una caterva di corsi, ho tratto una conclusione ben diversa. La prima cosa che si nota è il business che gira attorno alla formazione. Lo scopo essenziale del formatore è quello di guadagnarsi il proprio gruzzolo di euro.

La seconda cosa che si nota è la noia mortale. Come si possono concepire lezioni di tre ore o addirittura quattro? Eppure sono la norma. Certo, i formatori sono pagati ad ore, hanno quindi tutto l’interesse di aumentarle. Se poi si dovessero presentare con trenta minuti di ritardo, si fanno pagare anche quelli a tariffa intera. Come se non bastassero corsi di trenta ore, c’è il rischio che ci diano qualcosa da studiare fra una lezione e l’altra. Se fosse un bel libro, ben argomentato e scorrevole, potrebbe essere un modo per migliorare la qualità e l’utilità del corso. Mai visto nulla del genere. Nel migliore dei casi si ricevono le presentazioni in formato PowerPoint. Nel peggiore si può scaricare la videoregistrazione delle stesse tre ore di lezione. Un incubo che si può rivivere.

Alla fine del corso, anche di quelli svolti in presenza, per poter scaricare il proprio attestato di partecipazione, è necessario compilare un questionario di gradimento online. Viene garantito l’anonimato, come dire: “Non abbiate remore a vomitare tutto il livore suscitato dalla noia mortale cui siete stati sottoposti!”. Io ho sempre dato voti molto bassi. Non sono però riuscita ad intaccare il gigantesco business. Stranamente, nei corsi in cui anche il formatore doveva valutare noi corsisti, abbiamo sempre preso il massimo dei voti, tutti, compresi quelli che avevano fatto un sacco di assenze. Di solito le assenze sono forzate: le lezioni si accavallano con GLO, CdC, collegi, a volte anche con altri corsi concomitanti, evidentemente ancora più obbligatori. Più di una volta iniziavo la lezione, poi cambiavo plesso per un paio di GLO, infine ritornavo in tempo per assistere alla fine della lezione e firmare la mia presenza. Ufficialmente ero presente. Un giorno, invece, non sapevamo se iniziare la lezione perché mancava il numero minimo di partecipanti ai fini del finanziamento. Il tutor telefonò alla dirigente e chiese se occorresse riprogrammare l’incontro. La risposta fu che si doveva andare avanti comunque, il calendario non lasciava molta scelta. Qualcuno degli assenti avrebbe aggiunto la propria firma il giorno dopo, “è già stato fatto”. Naturalmente bisognava far firmare solo i veri assenti, non quelli che erano presenti ma avevano già firmato per un altro corso concomitante!

Di regola il corso non ha ricadute sulla didattica. Nel caso dei corsi sulla didattica digitale, ciò avviene per cause di forza maggiore, ossia la mancanza di dispositivi. Ad esempio, chi seguì il corso sulla realtà aumentata ha dovuto fare i conti con la mancanza di visori. L’anno successivo ne fu acquistato uno solo, per tutto l’istituto, prontamente messo sotto chiave in una stanza inaccessibile, così nessuno lo può sciupare. Ne è uscito solo due volte. La prima fu l’Open Day. La seconda volta fu portato in una classe a caso per girare un breve video. Il video fu allegato alla documentazione PNRR. Adesso l’Europa sa che noi abbiamo modificato la nostra didattica grazie ad un unico visore per una scuola di cinquecento alunni. In realtà chi seguì il corso ha avuto tempo in abbondanza per dimenticarlo.

Solo una piccola parte dei corsi riguardano la didattica digitale. Come mai, neanche negli altri casi, i corsi hanno ricadute nella didattica? Forse perché i docenti resistono eroicamente ad ogni cambiamento? Lo escludo, i docenti italiani sono estremamente resilienti ma eroici proprio no. Se non cambiano didattica, malgrado le decine di corsi di formazione, i motivi possono essere solo due, concomitanti: i metodi didattici proposti non sono convincenti ed i formatori non sono riusciti a nasconderlo. Soldi e tempo sprecati? Non sempre. Qualche corso mi è quasi piaciuto, in alcune giorni mi sono annoiata meno del solito e sono perfino riuscita ad imparare qualcosa di utile che ho introdotto, in piccole dosi e con risultati alterni, nelle mie lezioni. In generale, però, sono proprio soldi e tempo sprecati.

I corsi in cui c’era qualcosa da salvare erano, non certo per caso, quelli tenuti da colleghi docenti, che hanno sfruttato la propria decennale esperienza per catturare la mia attenzione. I corsi peggiori erano tenuti da dirigenti e da pedagogisti. Si vede che non hanno la stoffa per insegnare. Quando si parla di competenza… I formatori non vengono mai criticati, gli insegnanti sempre e senza nessuna correlazione con quello che fanno. Quando, ad esempio, propongo qualche attività manuale vengo accusata di fare lezioni frontali. Quando invece tengo una lezione frontale vengo accusata di non spiegare.

La frase che avevo scelto di commentare in questo articolo non era: “Gli insegnanti seguano dei corsi”, bensì, più genericamente “Gli insegnanti si aggiornino”. Che potrebbe significare: “prendano ad esempio un influencer alla moda e lo imitino” o altre cose. Certamente, ci fosse una piena libertà di insegnamento, come da costituzione, e ci fosse meno burocrazia a zavorrarci, molti insegnanti proverebbero, a titolo personale, a variare la propria didattica, soprattutto a sperimentare qualcosa di proprio. Se poi i risultati, nel complesso, sarebbero positivi, non posso giurarlo.

Così non è. Nè riesce il ministero ad indicare la via, visto che ogni scuola è autonoma. Nè riesce la scuola ad organizzarsi. Il tempo che tutti gli insegnanti frequentino il corso sulla novità A e già è uscita fuori la novità B, che è la moda del momento. Tutto da rifare. Ormai l’industria della formazione dà da mangiare a tante famiglie. Chi la ferma più?

Un commento

  1. Tutto verissimo. E oramai, come giustamente detto, si è creata una “mangiatoia” potentissima.

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