TRIBUNA APERTA

In questa rubrica offriamo ospitalità a voci diverse, anche se il loro giudizio non sempre coincide in tutto e per tutto con quello de Il Gessetto.
Riteniamo infatti che, per essere autentico luogo di razionalità dialogica, il dibattito sulla scuola debba liberarsi dalle angustie del settarismo che caratterizza molti sedicenti democratici.
La responsabilità per le opinioni espresse resta dell’autore.

Il vittimismo come strumento del potere

Il vittimismo può essere una forma di passività aggressiva, che aspira a raccogliere consenso a partire da violenze o torti mai veramente subiti.

C’è un vittimismo che nasce dalla sofferenza e merita ascolto. E poi c’è un vittimismo che può diventare una strategia retorica: non serve tanto a raccontare un torto subito quanto a conquistare una posizione dalla quale sottrarsi alla critica. È un’arte molto diffusa tra i politici. E, constatiamo, anche all’interno del dibattito pedagogico, proprio là dove ci si aspetterebbero confronto, capacità di ascolto e disponibilità a mettere in discussione le proprie idee.

Accade talvolta che figure molto presenti nel mondo della formazione, autori di testi e promotori di corsi rivolti alle scuole, scelgano di dare grande risalto pubblico agli insulti ricevuti sui social network, raccogliendoli ed esibendoli come prova di un’ostilità diffusa.

Gli insulti sono sempre un impoverimento del confronto. Se ci sono, vanno condannati fermamente, e non importa da quale parte provengano. Il problema comincia quando dall’esistenza di commenti offensivi si passa, più o meno esplicitamente, alla loro attribuzione morale a un’intera comunità di lettori o a chi gestisce uno spazio di discussione alternativo. Un commento scritto da un singolo utente non coincide automaticamente con il pensiero di chi ospita o coordina una pagina — altrimenti lo stesso criterio dovrebbe valere indistintamente per tutti, il che apre una contraddizione difficile da ignorare.

Se sulle proprie pagine compaiono commenti ingiuriosi o svalutanti contro le posizioni dei docenti o di specifici gruppi di discussione, non si può contemporaneamente utilizzare la presenza di insulti nello spazio altrui come prova della natura moralmente riprovevole dei propri interlocutori. O, perlomeno, non lo si può fare senza applicare a sé stessi il medesimo metro. Il principio, in fondo, è semplice: o il titolare di uno spazio digitale risponde moralmente di tutti i commenti dei suoi frequentatori, oppure non ne risponde automaticamente. Non vale una regola per gli avversari e un’altra per sé stessi.

C’è di più: l’atteggiamento vittimista diventa uno strumento di potere proprio quando produce questa asimmetria. Chi si presenta permanentemente come parte lesa può finire per ottenere una sorta di immunità argomentativa: le critiche alle sue tesi diventano “attacchi”; la polemica diventa “odio”; una contestazione aspra viene trasformata nella dimostrazione che dall’altra parte esiste una comunità aggressiva dalla quale occorre difendersi. Alcuni politici sono specialisti in questo meccanismo, ma l’impressione è che la tentazione tocchi anche ambiti pedagogici fortemente ideologizzati — perché dopo aver denunciato di essere vittima, il rischio è che non si ritenga più necessario rispondere nel merito.

Ed è questo l’aspetto culturalmente più interessante: una posizione di presunta debolezza può trasformarsi in una posizione estremamente forte, perché permette di stabilire contemporaneamente chi sia la vittima e chi l’aggressore. La questione allora non è “sono stati ricevuti degli insulti?” — se ci sono stati, vanno censurati senza esitazioni. La domanda profonda è un’altra: si applica agli altri lo stesso rigore che si pretende venga riservato a sé stessi?

La satira, la caricatura e il diritto alla coerenza

La contraddizione appare con evidenza quando si osserva la comunicazione visiva e le scelte editoriali di parte della saggistica scolastica. Si consideri un caso emblematico ma diffuso: la rappresentazione satirica dell’insegnante. In diverse pubblicazioni sulla valutazione e sulla didattica compaiono in copertina spesso caricature molto degradanti del corpo docente — insegnanti rappresentati come figure trasandate, burocratiche o eccessive, intente ad attribuire valutazioni in modo grottesco di fronte a studenti perplessi.

Naturalmente si tratta di satira, e la satira ha pieno diritto all’esagerazione e alla provocazione. Ma proprio questo è il punto: se si riconosce il diritto alla caricatura quando serve a veicolare la propria critica alla scuola e alla figura dell’insegnante, occorre molta prudenza prima di scandalizzarsi quando si diventa a propria volta oggetto di una rappresentazione sgradevole o polemica.

Certe immagini editoriali propongono una visione tutt’altro che neutrale: il docente vi appare come la personificazione di un sistema quasi sempre caricaturale. Si può ritenere questa rappresentazione efficace o legittima, ma difficilmente si può sostenere che renda giustizia alla professionalità docente. Eppure nessuno chiede di censurare tali copertine: al contrario, va difeso il diritto di pubblicarle. Ciò che si chiede, tuttavia, è coerenza: non si può rivendicare la libertà della satira quando il bersaglio è la categoria degli insegnanti e, al contempo, trasformare ogni critica o rappresentazione sgradevole di sé nella prova dell’intolleranza altrui — specie quando la propria immagine pubblica è legata a una presenza editoriale e commerciale di forte impatto.

La critica non è persecuzione

C’è infine un tema che riguarda il mondo della pedagogia e della formazione nel suo complesso. Chi pubblica libri, propone corsi, interviene nel dibattito pubblico e formula giudizi sul sistema scolastico esercita legittimamente un’influenza culturale, e proprio per questo dovrebbe considerare il dissenso una conseguenza naturale della propria esposizione e del proprio ruolo pubblico.

Non tutto il dissenso è acuto, non tutto è educato: esistono commenti inopportuni, aggressivi e persino offensivi. Ma esiste una differenza fondamentale tra l’insulto e la critica, e confondere sistematicamente i due fenomeni produce un risultato molto conveniente, perché consente di non rispondere alle obiezioni più strutturate mettendole nello stesso calderone delle intemperanze verbali. È una tecnica comunicativa ben nota: si isola l’intervento più scomposto e lo si trasforma nel rappresentante dell’intero “campo avverso”. A quel punto non occorre più discutere le argomentazioni fondate: basta mostrare l’eccezione offensiva. Se una caricatura è legittima, lo è anche quando infastidisce. Se il gestore di una pagina non è automaticamente responsabile delle parole di ogni commentatore, questo principio vale per qualsiasi spazio di discussione; se invece si ritiene che chi ospita determinati commenti abbia una responsabilità nel clima che produce, occorre essere disponibili a valutare con pari severità il clima generato nei propri canali.

È qui che l’autorappresentazione da vittima smette di essere un atteggiamento individuale e diventa una dinamica di gestione del consenso. Perché la condizione di privilegio più efficace non consiste solo nell’avere il diritto di criticare gli altri, ma nel pretendere di farlo senza essere criticati a propria volta — alternando il ruolo della vittima a quello dell’autorità scientifica indiscutibile.

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