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“Segmenti e bastoncini”: una recensione

04/08/2026

Segmenti e bastoncini 30 anni dopo

Come mai il sistema scuola è in crisi profonda? Come mai tanti studenti, anche diplomati, non sanno niente o quasi? Come mai manca la disciplina, mentre dilagano mobbing, aggressioni al personale, abusi di ogni tipo?

Le radici dell’attuale situazione affondano in buona parte nella riforma Berlinguer di 30 anni fa (anni 1997-2000). La riforma ha suscitato numerose polemiche e resistenze. La parte più controversa di quel progetto politico era la riforma dei cicli, che prevedeva due cicli di istruzione, primario e secondario, al posto dei tre tradizionali (elementari, medie e superiori), cancellando le medie e inglobandole nei due cicli. La riforma dei cicli, che avrebbe provocato una destrutturazione della scuola e di conseguenza un tracollo culturale, è stata bocciata in Parlamento nel 2001. Però altri aspetti della riforma Berlinguer, per esempio l’autonomia scolastica, sono stati attuati nel corso degli anni e confermati dalle leggi successive, per esempio la 107/2015 (la cosiddetta buona scuola).
La riforma Berlinguer è stata pesantemente criticata dal professore Lucio Russo nel breve libro Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola? (1998, 2000). Scritto quasi 30 anni fa, risulta profetico e attualissimo: le previsioni che all’epoca potevano apparire troppo catastrofiche si sono in gran parte realizzate. Gli stessi temi sono al centro del film D’istruzione pubblica dei registi Federico Greco e Mirko Melchiorre, presentato su questo sito.

L’autore interpreta le trasformazioni del sistema educativo in chiave sociologica e economica.
La vecchia scuola, che era all’incirca quella europea fino agli anni 1960, era divisa in due livelli. La scuola elementare, obbligatoria e gratuita, rivolta alla totalità della popolazione, aveva la funzione di alfabetizzare, di insegnare le basi della lettura, scrittura e matematica. La scuola successiva all’obbligo aveva la funzione di preparare professionisti, dirigenti e tecnici. La formazione professionale di questi gruppi avveniva all’università, ma si riteneva necessario premettere alla formazione specialistica una solida cultura generale.
Tutto cambia a seguito della globalizzazione dell’economia. “Lo sviluppo tecnologico e l’ampliarsi degli scambi hanno prodotto una crescente concentrazione a livello planetario sia della produzione ad alto livello tecnologico sia del potere politico finanziario” (p. 15). Inoltre, aumenta sempre più l’automazione, il lavoro viene svolto da macchine sia nell’industria sia nel settore terziario.
Secondo l’autore, nella divisione internazionale del lavoro nel mondo globalizzato c’è meno richiesta di competenze qualificate. Pertanto la scuola non avrebbe più il compito di formare tecnici e professionisti ma soltanto consumatori, che ignorano i processi produttivi e possono fare a meno di qualunque cultura generale. Quindi introduce l’educazione alimentare, sanitaria, sessuale, in forma di istruzioni per l’uso, una serie di prescrizioni a cui il futuro consumatore dovrebbe attenersi.

La scuola per consumatori è sempre più semplificata ed è basata sul principio del successo formativo (cioè la tendenza a ridurre drasticamente o addirittura eliminare le bocciature), introdotto proprio dalla riforma Berlinguer. I concetti astratti, considerati troppo difficili, tendono ad essere emarginati. La matematica può essere deconcettualizzata, per esempio, chiamando bastoncini i segmenti, perché il concetto di segmento è ritenuto troppo difficile, e rinunciando alle dimostrazioni per lo stesso motivo. La fisica può essere ridotta a narrazione di fatti senza teoria, quindi senza una spiegazione. In tutte le materie, i libri di testo sono sempre più semplificati, il testo verbale è sostituito dalle illustrazioni e dalle mappe concettuali.
La semplificazione della scuola va di pari passo con l’aumento dell’obbligo scolastico (la riforma Berlinguer l’ha alzato ai 16 anni) e con l’imposizione ai docenti di una formazione socio pedagogica e tecnologica, per svolgere la funzione di intrattenitori e animatori. Infatti diventa sempre più preponderante l’uso delle tecnologie multimediali, che spesso contribuisce a deconcettualizzare l’insegnamento. L’attuale ossessione per l’intelligenza artificiale ha le sue lontane radici nella riforma Berlinguer.
La nuova scuola è vista sempre più come luogo di socializzazione e di assistenza sociale e psicologica. La nuova scuola, sottraendo ogni residua autorità agli insegnanti, è una struttura a immediata disposizione dello studente cliente. Presidi e insegnanti vengono invitati a escogitare iniziative promozionali che migliorino l’immagine della propria scuola attirando un maggior numero di studenti clienti.
Tuttavia la nuova scuola pone alcuni gravi problemi. Poiché il lavoro sia manuale sia intellettuale non può essere interamente automatizzato, nemmeno l’intelligenza artificiale può completamente sostituire l’uomo, una parte delle competenze deve necessariamente rimanere diffusa. La nuova scuola non è detto che riesca a formare i tecnici e i professionisti di cui la società ha ancora bisogno. In Italia, l’impoverimento della scuola è andato di pari passo con la chiusura delle industrie di alta tecnologia, con la corruzione politica e con l’emigrazione all’estero degli scienziati.
Oggi, 30 anni dopo la riforma Berlinguer, si iniziano a sentire nella società le ripercussioni di un sistema educativo che ha sempre più abbassato gli standard. Mancano i medici, e la mancanza di personale con competenze qualificate è un grave problema, sia per il settore privato sia per quello pubblico.

L’autore fa un confronto tra il sistema educativo italiano e quello di altri paesi, soprattutto degli Stati Uniti, dove ha avuto origine l’impostazione deconcettualizzata. Tra i libri che trattano del fallimento della scuola americana “è particolarmente interessante quello di Hirsch [E. D. Hirsch, Le scuole di cui abbiamo bisogno, e perché non le abbiamo, citato in questo sito], che contiene una critica impietosa delle teorie pedagogiche alla base dell’evoluzione scolastica degli ultimi decenni”. (p. 63). Si riferisce all’attivismo pedagogico, spesso definito progressive education, il sistema inventato dal filosofo americano John Dewey e basato sul learn by doing (imparare facendo), progetti di gruppo (project-based learning), dibattiti in classe (debates), ricerche e laboratori. Questo sistema si contrappone a quello tradizionale, basato su lezioni tenute dall’insegnante, studio e compiti, verifiche oppure test a crocette standardizzati.
Va detto però che l’attivismo non è diffuso universalmente nelle scuole americane e coesiste con il sistema tradizionale. Inoltre alcune scuole private, quelle classiche, quelle religiose e i college preparatori alle università più importanti, utilizzano il sistema tradizionale.
La scuola americana è incredibilmente democratica, dato che quasi tutti possiedono un titolo di studio di scuola superiore. Però la grande maggioranza dei diplomati possiede un’istruzione reale molto scarsa: per esempio, credono che l’America sia stata scoperta nel 1700, non sanno calcolare i 2/3 dei 3/4, hanno enormi problemi con l’ortografia dell’inglese, anche se è l’unica lingua che conoscono. Inoltre, le scuole secondarie americane non riescono nemmeno ad arginare la criminalità (sono frequenti stragi e sparatorie).

Oggi, dopo 30 anni di riforme peggiorative, in gran parte ispirate alle teorie pedagogiche attiviste, possiamo dire che purtroppo anche l’Italia sembra aver preso il peggio del modello americano. Sono aumentate le violenze e aggressioni al personale, e la fuga della classe media dalle scuole statali disagiate, soprattutto elementari e medie, verso le scuole private.
Un problema che negli anni si è sempre più intensificato è l’anglicizzazione, l’uso sempre più pervasivo dell’inglese al posto dell’italiano, fino a creare una lingua ibrida. Berlinguer e i suoi collaboratori proponevano l’uso di un inglese essenziale (quindi inevitabilmente sgrammaticato) fin dalle elementari, come lingua franca per la comunicazione tra alunni italiani e stranieri. L’autore esprime preoccupazione per questa proposta, che porta a un drastico impoverimento dell’italiano (cosa che poi si è realmente verificata). Negli ultimi anni, alcune università hanno istituito corsi di laurea solo in inglese: col pretesto dell’internazionalizzazione (richiamare studenti stranieri) si arriva all’autodiscriminazione.
Il libro prende in esame alcuni aspetti specifici della riforma Berlinguer. Accenna all’ambiguo statuto delle studentesse e degli studenti, “nel quale viene ribadita la natura della scuola come luogo di ritrovo e socializzazione e la centralità degli studenti clienti, a cui viene riconosciuto il diritto di scegliere contenuti e metodi delle attività scolastiche” (p. 89).
Il ministro aveva nominato una commissione di 40 pedagogisti che avrebbero riscritto i programmi, presieduta da Roberto Maragliano, un pedagogista esperto di tecnologie multimediali, che esaltava i videogiochi come “la più grande rivoluzione epistemologica” del 1900 (p. 90). Inevitabilmente, era necessario operare un forte alleggerimento dei contenuti disciplinari. L’alleggerimento colpiva tutte le materie, ma non è stato attuato del tutto. Per esempio, la sostituzione della filosofia in forma storica con generici elementi di filosofia e di scienze sociali non è passata.

L’autore mette in evidenza che la distruzione della scuola è pericolosa per la società, poiché provoca una frattura di civiltà insanabile. È poi inevitabile che il crollo della preparazione degli studenti che escono dalle scuole abbia pesanti ripercussioni sull’università.
L’autore mostra preoccupazione soprattutto per la scuola superiore. Come rimedio propone di mantenere una scuola superiore tradizionale, un liceo, come opzione di minoranza per chi volesse studiare in modo approfondito ed evitare così il paradossale obbligo di ignoranza che è il rischio della nuova scuola. Ma si può aggiungere, una scuola superiore dignitosa non può essere frequentata da chi non ha le basi, acquisite frequentando elementari e medie dignitose. Elementari e medie sono gli ordini di scuola più devastati dalle varie riforme e dalla tendenza a scaricare sulla scuola un eccesso di problemi di ogni tipo.

Sarà mai possibile liberarsi da tutto ciò?

Il libro Segmenti e bastoncini è fondamentale per essere stato il primo a dimostrare che le educazioni, il successo formativo, la visione assistenziale e clientelare non sono una conquista, ma sono un inganno che ha ripercussioni sulla vita dei ragazzi e sulla società in generale.

Pecoranera
Professoressa

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