La democrazia, quella del collegio docenti
Il collegio docenti dovrebbe essere il luogo della partecipazione democratica nella scuola. Troppo spesso, invece, mette in scena decisioni già prese e l’indifferenza di chi le approva senza comprenderle: uno specchio impietoso della democrazia italiana.
Il momento più democratico del collegio docenti arriva sempre allo stesso punto. Dopo le relazioni, le slide e le svariate premesse, compare finalmente la domanda: «Ci sono osservazioni?». Per qualche secondo sembra che tutto sia possibile. Poi si capisce che no. Al massimo si può sistemare qualche virgola. È una strana forma di partecipazione: discutere quando la discussione è già finita. Naturalmente nessuno lo dice. Si parla di percorsi condivisi, sintesi, continuità. La burocrazia è gentile: trasforma la ratifica in partecipazione. Anche il dissenso è benvenuto, purché sia rapido, educato e non cambi davvero nulla.
Ma sarebbe troppo comodo attribuire ogni responsabilità a chi dirige. Perché, mentre qualcuno parla, una parte del collegio ha già abbandonato spiritualmente la sala. C’è chi chiacchiera con il vicino, chi risponde ai messaggi, chi corregge verifiche, chi contempla il proprio computer con l’intensità di un monaco medievale. Qualcuno non ascolta nemmeno le decisioni alle quali, pochi minuti dopo, darà il proprio voto e dalle quali, nei mesi successivi, sarà vincolato. Non è sempre approvazione. Più spesso è un impasto di disinteresse e impotenza: la convinzione che tanto sia già tutto deciso unita ad una comoda forma di deresponsabilizzione a non verificare se sia davvero così. Un’indifferenza passiva che permette di sentirsi estranei alle decisioni mentre si contribuisce concretamente ad approvarle. Non si comprende, non si discute, non ci si oppone; poi, fuori dalla sala a lamentarsi di ciò che è stato deliberato. La passività ha questo piccolo vantaggio morale: consente di subire decisioni delle quali si è stati complici senza sentirsi responsabili. Basta non ascoltare.
Anche in questo il collegio docenti è uno specchio piuttosto fedele del Paese. L’astensionismo diventa silenzio, il menefreghismo assume la forma professionale della costante distrazione, l’indifferenza si manifesta con una mano alzata al momento giusto, quando richiesto. Alle elezioni politiche non si va a votare perché «sono tutti uguali»; nel collegio si approva perché «tanto è già deciso». In entrambi i casi, la rinuncia alla partecipazione viene presentata come prova di realistica lucidità. Chi si disinteressa non si considera indifferente: si considera disincantato.
La circostanza avrebbe già qualcosa di grottesco se riguardasse un’assemblea condominiale. Ma riguarda insegnanti, cioè persone che spiegano agli studenti l’importanza della cittadinanza attiva, della partecipazione consapevole e della responsabilità democratica. Docenti che al mattino insegnano educazione civica e nel pomeriggio non ascoltano neppure la delibera sulla quale stanno per votare. Pretendiamo che i ragazzi si interessino alle istituzioni mentre noi consideriamo una fastidiosa perdita di tempo l’istituzione professionale alla quale apparteniamo. Li invitiamo a difendere la democrazia, ma quando ci viene chiesto di esercitarla cerchiamo soprattutto di capire quanto manca alla fine. La cittadinanza attiva è un valore fondamentale, purché la pratichi qualcun altro.
Eppure partecipare al collegio non dovrebbe essere un favore concesso alla scuola. Significa difendere il proprio lavoro, la propria autonomia professionale e un’istituzione fondamentale della società. Se i docenti per primi rinunciano a interessarsi alle decisioni che riguardano l’insegnamento, non possono poi stupirsi quando quelle decisioni vengono prese altrove. Il potere, come la natura, teme il vuoto: quando chi dovrebbe esercitare una funzione si ritira, qualcuno provvede volentieri a esercitarla al suo posto. Il punto, dunque, non è accusare dirigenti o colleghi. Sarebbe troppo semplice. La verità è più interessante e meno consolatoria: il collegio docenti ci assomiglia. Assomiglia alla nostra idea di democrazia. Ci accontentiamo di essere consultati anche quando il margine per cambiare le cose è ormai minimo; e spesso, quando quel margine esiste ancora, preferiamo non usarlo. La forma resiste, la sostanza si assottiglia.
La democrazia vera è lenta, faticosa, scomoda. Richiede attenzione, comprensione, conflitto e responsabilità. Quella apparente, invece, è rapida, ordinata, produce verbali impeccabili e una piacevole sensazione di armonia. Tutto fila liscio, forse troppo liscio. Per questo il collegio non è un’eccezione: è uno specchio. Non racconta soltanto la scuola, ma il nostro modo di immaginare la democrazia. Una democrazia nella quale alcuni decidono, molti ratificano e quasi tutti, alla fine, sostengono di non c’entrare. Forse il problema non è soltanto che si voti quando non c’è più nulla da decidere. È anche che, quando sarebbe ancora possibile decidere qualcosa, troppi hanno già smesso di ascoltare.
