Contro il pedagogismo delle … lacrime facili: perché il voto spaventa solo chi teme la trasparenza
La demonizzazione del voto numerico in favore di una nebulosa valutazione «olistico-emotiva» finisce col togliere trasparenza e oggettività agli obiettivi raggiunti, non restituendo allo studente la verità sul suo percorso scolastico.
Introduzione
Quando un Dirigente scolastico trasforma la valutazione in un racconto lacrimevole contro “le medie”, “le virgole” e “i fogli Excel”, non siamo davanti a una riflessione pedagogica, ma a propaganda emotiva. Il suo post Facebook sulla “media 7,62” è l’ennesima puntata della campagna contro il voto numerico: un testo costruito su slogan, aneddoti e caricature, che ignora volutamente ciò che la scuola è, ciò che la normativa prevede e ciò che la ricerca internazionale mostra. Vale la pena rispondere punto per punto, non per amore della polemica, ma per difendere una verità semplice: senza valutazione chiara, misurabile e responsabile, non c’è scuola, c’è solo pedagogismo sentimentale.
1. Il falso problema del 7,62: quando si finge di non capire
“7,62 di media in storia: arrotondiamo per eccesso o per difetto?” è l’incipit scelto dal D.s. di cui trattasi per inscenare il solito dramma: la scuola ridotta a numeri, la valutazione ridotta a calcolo, il docente ridotto a ragioniere. Ma qui il trucco è trasparente. Nessuno, in nessuna normativa, ha mai scritto che il voto finale debba essere la mera media aritmetica dei voti in colonna. È vero: non esiste una norma che obblighi a fare la media, né che imponga le virgole, né che stabilisca come arrotondare. Ma questo non è un argomento contro il voto numerico; è, semmai, un argomento a favore della responsabilità professionale del docente, che deve usare criteri chiari, dichiarati, coerenti, non l’umore del momento. Il problema, dunque, non è il 7,62, bensì chi finge che la media sia un feticcio, quando invece è la base minima di equità dalla quale partire per la valutazione; ed è anche chi finge che l’unica alternativa alla media sia la nebulosa valutazione “olistico emotiva”, dove tutto è percorso, tutto è narrazione, tutto è “crescita” e nulla è verificabile. Il voto finale non è solo una formula matematica, certo; ma non è neppure un racconto edificante. Esso è una sintesi professionale che deve poggiare su dati, evidenze, prove, osservazioni strutturate. Demonizzare il numero – anche quello decimale della media – significa demonizzare la trasparenza. E quando si butta via il numero, non si ottiene più umanità: si ottiene solo opacità.
2. L’aneddoto del collega :“1,6 periodico”. La caricatura anziché l’argomento
Ad un certo punto, il D.s. porta come prova di quella che lui definisce “follia valutativa” un aneddoto: un docente di matematica che, nelle sue verifiche, sottraeva 0,25 punti per un errore di distrazione, 0,5 per la ripetizione, 1 punto per l’errore grave e… “1,6 periodico” per l’errore grave reiterato. È un esempio scelto apposta per far sorridere, scandalizzare, creare complicità emotiva. Ma sul piano argomentativo vale zero, perché non si tratta di altro che di un banale espediente retorico. È l’ennesimo uso dell’aneddoto patologico per screditare una pratica sana. Esistono docenti che usano i numeri in modo rigido, meccanico, quasi superstizioso? Certo. Esistono anche medici che prescrivono antibiotici a caso, avvocati che non leggono gli atti, ingegneri che sbagliano i calcoli. Da questo deduciamo forse che la medicina debba rinunciare alle diagnosi, il diritto alle norme, l’ingegneria ai numeri? No. Deduciamo che servono competenza e responsabilità.
La “follia” non è nel numero, bensì nell’idea distorta dell’uso del numero. Il voto numerico, se ben costruito, è uno strumento di sintesi (che poggia pure, tra l’altro, come da prassi, su specifiche griglie valutative). È il punto di arrivo di un processo valutativo, non il suo surrogato. L’idea che “mentre ci perdiamo nei calcoli smettiamo di guardare l’apprendimento” è una frase ad effetto, ma rovescia la realtà, perché senza misurazione l’apprendimento non lo vediamo proprio. Lo intuiamo, lo raccontiamo, lo immaginiamo. Ma non lo documentiamo. E una scuola che non documenta è una scuola che non risponde di ciò che fa.
Nel mio saggio contro la retorica della “scuola senza voti”, pubblicato su questa pagina de Il Gessetto lo scorso 6 ottobre 2025, ho mostrato come la demonizzazione del numero sia sempre accompagnata da una rimozione sistematica del dato comparativo: nei sistemi scolastici che funzionano, i voti ci sono, sono strutturati, sono centrali. Giappone, Corea del Sud, Germania, Francia, Regno Unito, Canada, Stati Uniti: nessuno di questi Paesi ha mai pensato di sostituire il voto con un eterno commento narrativo. Dove la scuola è forte, la valutazione è chiara. Dove la valutazione diventa pura narrazione, la scuola si indebolisce.
3. Personalizzazione: “non sei un numero” e l’illusione della scuola senza misura
Nel post, il D.s. elenca parole chiave oggi onnipresenti: personalizzazione, DSA, alto potenziale cognitivo, dispersione. Poi oppone a queste complessità lo “0,25 da togliere”, come se la misurazione fosse incompatibile con l’attenzione alla persona. È una falsa dicotomia. La personalizzazione seria non è l’abolizione della misura, bensì la capacità di leggere i dati in modo fine, contestualizzato, responsabile. Senza dati, la personalizzazione diventa puro paternalismo: “ti capisco, ti accolgo, ti comprendo”, ma non ti dico mai con chiarezza dove sei, cosa sai, cosa non sai.
La retorica del “non sei un numero” è lo slogan perfetto per questa pedagogia emotiva. Ma è logicamente vuota. Nessun docente serio ha mai pensato che uno studente “sia” un numero. Il voto non definisce la persona, bensì descrive una prestazione in un contesto delimitato. Confondere identità e valutazione è un errore concettuale prima ancora che educativo. Nella vita reale, i numeri contano: nei concorsi, negli esami, nelle selezioni, nelle diagnosi mediche. Fingere che la scuola possa essere l’unico luogo al mondo dove nulla si misura significa preparare i ragazzi a un mondo che non esiste.
Quando il D.s. di cui parliamo scrive, nello stesso post, che i suoi figli “non possono essere ingabbiati dentro logiche da ragionieri”, sposta il discorso dal piano professionale a quello emotivo familiare. Ma un D.s. non è chiamato a parlare da genitore, bensì da responsabile di un’istituzione che deve garantire equità, trasparenza, responsabilità. E l’equità, senza criteri misurabili, è una parola vuota. Senza voti chiari, gli studenti non sono meno “ingabbiati”: sono più esposti all’arbitrio, alla simpatia, alla soggettività non dichiarata.
4. La scuola senza voti non è più giusta: è più cieca
Nel mio testo citato ho mostrato come il mito della “scuola senza voti” sia alimentato da fraintendimenti clamorosi, come quello sulla Finlandia “senza valutazione numerica”: in realtà lì i voti ci sono, eccome, e la selezione pure. E ho ricordato come nei Paesi dove la scuola funziona la valutazione numerica sia considerata uno strumento di trasparenza e di orientamento, non un atto di violenza simbolica. Chi continua a ripetere che il voto “celebra l’errore” o “ingabbia le persone” non descrive la realtà: descrive la propria costruzione ideologica.
Conclusione: contro il pedagogismo emotivo, per una valutazione adulta
La verità è che l’ampio post Fb di cui trattiamo non si è rivelato essere un contributo alla riflessione sulla valutazione, bensì l’ennesima riproposizione del pedagogismo emotivo che da anni tenta di disarmare la scuola, togliendole gli strumenti di misura in nome di una presunta umanità che si traduce, nei fatti, in opacità e deresponsabilizzazione. Si parte da un 7,62 per attaccare il voto numerico; si usa l’aneddoto del collega “1,6 periodico” per ridicolizzare ogni uso dei numeri; si invoca la personalizzazione per giustificare la rinuncia alla chiarezza; si tirano in ballo i figli per trasformare una questione professionale in un racconto sentimentale.
Tralasciando i casi caricaturali di cui parla il menzionato D.s., occorre dirlo con chiarezza: le medie numeriche con i decimali non sono affatto un errore, bensì, all’opposto, costituiscono una garanzia di equità. Offrono una base oggettiva, fine e proporzionata, che permette poi al docente di operare la sintesi professionale trasformando il decimale in numero intero. Eliminare i decimali non rende la valutazione più umana: la rende solo più arbitraria.
Il voto, se ben costruito, non è un atto di crudeltà, ma un atto di rispetto: dice allo studente la verità sul suo livello, gli dà una bussola, lo colloca in un percorso. Non è l’unico strumento, ma è uno strumento indispensabile. Chi lo demonizza non sta difendendo i ragazzi: sta togliendo loro la possibilità di sapere davvero dove sono.La scuola non è un foglio Excel, certo. Ma non è neppure un salotto terapeutico, dove si raccontano percorsi senza mai assumersi la responsabilità di una misura.
Continuare a diffondere baggianate anti-valutative significa contribuire alla regressione culturale della scuola. Opporsi, con fermezza e con argomenti, non è polemica sterile: è difesa dell’idea stessa di istruzione come luogo di conoscenza, rigore, verità.
