Cristiano Corsini e la pedagogia della nebbia
Ci sono tesi pedagogiche che non solo non aiutano a sviluppare una visione della scuola che sia lucida, ma la confondono e la minano.
Introduzione: la ripetizione come ideologia
L’ultima intervista di Cristiano Corsini apparsa recentemente sulle pagine online del profilo Fb del blog “Be for Education Foundation” ripropone, con una coerenza che ha ormai del rituale, la stessa costruzione teorica che da anni costui tenta di imporre come verità scientifica: il voto sarebbe un dispositivo oppressivo, la valutazione descrittiva una panacea; in sostanza, la scuola un luogo da proteggere da ogni forma di misurazione. Basta leggere ciò che dice — testualmente — per constatare che le tesi menzionate, lungi dall’essere “travisamenti”, sono la sostanza stessa del suo discorso. La sua pedagogia non illumina; piuttosto, annebbia.
La premessa falsa: il voto come colpa originaria
Corsini afferma che il voto “nasce per classificare e selezionare” e che, per questo, sarebbe intrinsecamente dannoso. Ma questa non è una descrizione: è un dogma. Il voto non nasce per classificare, bensì per misurare. È uno strumento, non un giudizio morale. Dire che il voto “genera classifiche” equivale a sostenere che il termometro “genera la febbre”: confonde lo strumento con il fenomeno. Quando poi conclude che “con la valutazione descrittiva senza voto si apprende di più e si sta meglio a scuola”, egli palesa un ingeneroso disprezzo verso le pratiche didattiche consolidate dall’esperienza, e si affida agli articoli d’ambito pedagogico, sulla cui scientificità e trasferibilità Il Gessetto ha formulato critiche che è difficile trascurare. La teoria di Corsini sembra reggere solo se il voto viene demonizzato in quanto tale. Senza tale espediente retorico, l’intero edificio argomentativo crolla.
La dicotomia ideologica: bene contro male
L’intervista è costruita su una contrapposizione binaria che nessuna ricerca seria sostiene: voto come male, descrittivo come bene. Le ricerche che evoca sono decontestualizzate, riferite a sistemi scolastici anglosassoni, focalizzate sul feedback in itinere e non sulla valutazione sommativa, e soprattutto non trasferibili automaticamente alla scuola italiana. La sua pedagogia funziona solo se il mondo viene ridotto a due colori: il voto come oppressione, il descrittivo come liberazione. Ma la scuola reale non è un manifesto ideologico, bensì un’istituzione che deve distinguere, orientare, certificare. Senza criteri non c’è equità: c’è arbitrio. La sua “scuola senza voti” non è più giusta: è solo più cieca.
La pedagogia emotiva come sostituto della responsabilità
Corsini insiste sul fatto che secondo lui il voto indebolisce la motivazione intrinseca, come se la scuola dovesse fondarsi su ciò che è psicologicamente volatile. La motivazione intrinseca non è un diritto, né un prerequisito, né un dovere della scuola. È piuttosto un fenomeno individuale, non un fondamento istituzionale. La scuola non è un centro benessere, bensì un luogo di fatica cognitiva, di confronto con il limite, di crescita attraverso lo sforzo. Quando egli afferma che “nessun Collegio può imporre i voti in itinere”, ignora la natura stessa della valutazione, che è un atto collegiale, non individuale. La libertà d’insegnamento non è anarchia metodologica: è esercizio professionale dentro un quadro condiviso. La sua idea di scuola è un luogo emotivo, non un’istituzione culturale.
Conclusione: la regressione travestita da innovazione
L’intervista conferma, senza eccezioni, ciò che avevo già scritto in un mio precedente saggio: la retorica del “non sei un numero”, la demonizzazione del voto, la sacralizzazione del descrittivo, la mistificazione della motivazione intrinseca, la fuga dalla responsabilità educativa. Non c’è nulla da rettificare: c’è solo da prendere atto della coerenza — ideologica, non pedagogica — del suo impianto. La scuola senza voti non è una scuola più giusta: è una scuola più fragile, più dipendente dal giudizio soggettivo, più esposta all’arbitrio, meno capace di orientare, distinguere, certificare. Corsini non propone una scuola migliore: propone una scuola disarmata. E una scuola disarmata non educa: abdica.
