Educare alla letteratura, educare alla vita
Le discipline sono davvero meri contenitori di nozioni incapaci di dare al discente profondi insegnamenti di vita? Non invitano forse alla riflessione, alla interiorizzazione di valide chiavi di lettura per l’esistenza? Parliamo, per esempio, della letteratura autobiografica…
In una scuola che ha quasi completamente abiurato al compito di insegnare discipline e conoscenze per formare la persona e la sua capacità di leggere la complessità del mondo, in nome di un successo formativo indistinto, di un’inclusività ridotta a slogan, di una concezione dell’istruzione come preparazione al mondo del lavoro, l’essenza stessa della scuola pare essersi dissolta. Gli insegnanti vedono smarrita la propria centralità, giacché secondo l’attivismo pedagogico (privo di reali radici nella nostra cultura) dovrebbero eclissarsi e trasformarsi in facilitatori, mentre gli studenti grazie alle proprie preconoscenze, alla didattica “laboratoriale” e all’apprendimento “cooperativo” diventerebbero protagonisti assoluti e quasi solitari del proprio processo di apprendimento. Questa convinzione dimentica come sia difficile costruire una conoscenza se alle spalle non ci sono solide fondamenta da cui partire.
Partendo da tali premesse, è lecito domandarsi quale possa essere il ruolo della letteratura nella scuola odierna. Anche il suo insegnamento è destinato ad essere subordinato all’attivazione di pratiche didattiche costruttiviste, o invece il testo letterario e il suo messaggio devono continuare a essere il cuore della lezione e il fine della disciplina?
Poiché la scuola è il luogo dove ci si forma come persone, secondo noi il testo letterario rimane lo strumento privilegiato per indagare la natura umana, capire le sue passioni, le sue contraddizioni e i suoi desideri. Inoltre, se si considera che gli alunni appaiono spesso svogliati, poco partecipi, e che tali atteggiamenti non solo non vengono corretti ma anzi giustificati e addirittura medicalizzati, proprio la letteratura può restituire agli studenti la consapevolezza che ogni conquista autentica nasce dal lavoro, dalla fatica e dalla volontà. In particolare il genere autobiografico può rappresentare quel luogo ideale dove ritrovare un vasto campionario di esperienze che siano in grado di stimolare la comprensione e la consapevolezza di sé. Sono numerosi gli autori – alcuni anche distanti dalla sensibilità di chi scrive – che possono essere funzionali a questo discorso.
Daniel Pennac in Diario di scuola racconta la sua parabola di un ex “somaro” diventato scrittore di successo. Il giovane Pennac manifesta, come diremmo oggi, disturbi specifici dell’apprendimento, ha difficoltà in tutte le discipline, non riesce a memorizzarne i contenuti e non è nemmeno capace di orientarsi su una carta geografica. Gli stessi familiari lo considerano un buono a nulla. Ma nel suo percorso di formazione ha la fortuna di incontrare un insegnante capace di intuire le doti narrative del ragazzo. L’insegnante lo esonera dallo svolgimento dei compiti tradizionali, ma gli commissiona la scrittura di un romanzo. Quel compito difficile che gli viene assegnato è come lo sprizzare di una scintilla. Per la prima volta il ragazzo si sente riconosciuto e valorizzato, capace di raccontare e di raccontarsi.
Qualcuno potrebbe sottolineare che l’insuccesso scolastico di Pennac poté essere evitato grazie all’utilizzo di “misure dispensative” e “strumenti compensativi”, e a una didattica individualizzata. A noi piace invece sottolineare da un lato l’umanità del docente e il suo fiuto, dall’altro la determinazione e la forza di volontà del ragazzo che, lungi dal crogiolarsi dietro le sue difficoltà, accetta la sfida che gli viene proposta e svolge il compito che gli viene richiesto.
Se l’insegnante di Pennac rappresenta la scuola che sa riconoscere e valorizzare i propri alunni, l’esperienza di Malcolm X mostra invece il volto di una scuola che tradisce la sua missione educativa. Quando un suo docente gli chiese quali fossero i suoi sogni e le sue aspirazioni, il giovane Malcolm rispose di voler diventare avvocato. La risposta lasciò l’insegnante interdetto: secondo lui, un ragazzo nero avrebbe dovuto accontentarsi di un lavoro manuale. L’affermazione, che rispecchiava il pensiero comune di un’America ancora intrisa di razzismo, colpì profondamente Malcolm, consapevole del proprio valore e indignato nel vedere come i suoi compagni bianchi venissero invece incoraggiati nei loro progetti, anche quando questi apparivano ben oltre le loro capacità. Da quel momento, Malcolm inizia a provare rancore verso i bianchi. Da lì la decisione di lasciare la sua città di provincia, per recarsi a Boston e provare a realizzare il sogno di diventare avvocato. Malcolm X non diventò mai un avvocato, ma si affermò come uno dei principali leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani.
Riflettendo su questa storia, viene spontaneo soffermarsi sull’atteggiamento negativo e pregiudiziale di quell’insegnante. Un episodio del genere, al giorno d’oggi, avrebbe un clamore mediatico immediato: verrebbero aperti fascicoli, inviati gli ispettori, il ministro annuncerebbe pubblicamente i provvedimenti da prendere nei confronti del docente. Ironia a parte, non si vuole sminuire l’odiosità dell’affermazione, anche se i fatti e i pensieri del passato devono essere contestualizzati. Ma forse è più interessante sottolineare come lo stesso Malcolm fosse consapevole di quanto quell’episodio negativo abbia dato un impulso alla sua futura biografia. Se la scuola deve mostrarsi superiore rispetto alla società, è altrettanto importante ricordare che ogni individuo, nella propria esistenza, incontrerà ostacoli difficili da superare, i quali rischiano di trasformarsi in muri insormontabili se si cresce in un contesto iperprotettivo. La scuola, anche attraverso la letteratura, deve tornare a essere il luogo dove si impara a trasformare la difficoltà in possibilità, accettando la sfida e imparando ad affrontare e gestire ciò che ci è ostile o ci mette in crisi.
Randy Pausch è stato un informatico statunitense che, in seguito alla diagnosi di un tumore al pancreas destinato a condurlo alla morte nel giro di due anni, scrisse la sua biografia L’ultima lezione. Pausch si sofferma sull’importanza dello sport nel suo percorso di crescita e in particolare rievoca l’insegnamento di Graham Harry, il suo allenatore di football, un educatore “vecchio stampo” che nel contesto attuale incontrerebbe non poche difficoltà nel portare avanti il proprio magistero. Pausch ricorda quelli che ritiene gli insegnamenti più importanti trasmessi dal suo allenatore, validi non solo nello sport, ma nella vita. In particolare riflette sull’importanza dei fondamentali, senza i quali è preclusa la reale comprensione del gioco e la possibilità stessa di giocare bene. Viene subito in mente come la scuola di oggi si dimostri incapace di insegnare i fondamentali ai propri studenti: leggere, scrivere (soprattutto in corsivo), fare di conto sembrano abilità non più richieste e necessarie, ma opzionali.
Pausch ricorda alcuni momenti significativi. Quando lui e i suoi compagni avevano difficoltà nel compiere un esercizio, venivano messi sotto torchio da Harry. L’apparente accanimento e le critiche che l’allenatore rivolgeva ai suoi allievi erano in realtà un segno evidente della sua stima e mostravano quanto lui tenesse a loro. Pausch sottolinea come il rimprovero sia un buon segnale educativo, mentre l’assenza del rimprovero di fronte all’errore è il vero segnale d’allarme: significa che si è smesso di credere in chi lo commette. Pausch si sofferma poi sull’autostima. Se le attuali teorie sull’apprendimento impongono di non ledere assolutamente l’autostima dello studente, anche a costo di spianargli davanti la strada artificialmente, per Pausch invece l’autostima si costruisce assegnando all’allievo qualcosa che non è in grado di fare e costringendolo a farla finché non riesce. Tutto il contrario della scuola di oggi, che di fronte alle prime difficoltà degli studenti non solo non li sprona finché non le superano, ma addirittura le rimuove, illudendosi così di proteggerli.
Un ultimo esempio di come la volontà e la determinazione possano farsi strada anche nelle condizioni più avverse è rappresentato da Rita Levi Montalcini, che nel pieno delle leggi razziali e della seconda guerra mondiale riuscì a proseguire i suoi studi allestendo un laboratorio domestico.
Con questi rapidi accenni a testi autobiografici, abbiamo provato a mostrare come la la letteratura può aiutare la scuola a riprendere lena e fiducia: educare alla tenacia, alla capacità di conoscere la complessità del reale, fornire agli studenti gli strumenti che permettono di affrontare e superare le difficoltà scolastiche, ma soprattutto quelle della vita reale.
