L’irresponsabilità autocelebrante
L’articolo riflette sul rischio che, nella scuola contemporanea, principi come inclusione e innovazione perdano il legame con la responsabilità educativa, trasformandosi in rinuncia al rigore e alla valutazione. Educare, invece, significa anche porre limiti, assumersi il peso del giudizio e accompagnare gli studenti in una crescita reale, fondata su impegno, responsabilità e confronto con la realtà.
C’è un paradosso silenzioso che attraversa una parte della scuola contemporanea: la tendenza a trasformare in virtù ciò che, a uno sguardo più severo, appare come una fuga dalla responsabilità. Parole nobili come innovazione didattica, peer-to-peer, inclusione, benessere e valutazione formativa rischiano sempre più spesso di diventare formule autoassolutorie, dietro le quali si cela non di rado una rinuncia: quella di insegnare davvero, correggere davvero, valutare davvero.
Non si tratta, beninteso, di negare il valore autentico di questi principi. L’inclusione è una conquista civile; l’attenzione alla persona può favorire l’apprendimento; e la didattica cooperativa, in alcuni contesti, può presentare anche degli aspetti positivi. Ma ogni principio, quando si separa dalla responsabilità, si svuota e si rovescia nel suo contrario. L’inclusione scivola nell’abbassamento degli standard; la comprensione diventa indulgenza; la valutazione formativa si trasforma in rifiuto del giudizio; la promozione generalizzata diventa fuga dal conflitto educativo.
Educare, invece, è un atto esigente. Significa assumersi il peso dei no, indicare limiti, distinguere tra impegno e inerzia, tra crescita e stagnazione. Significa anche accettare l’impopolarità, il disagio, talvolta il conflitto con studenti e famiglie. Promuovere tutti è facile; insegnare a tutti è difficile. Non bocciare mai alleggerisce il presente, ma può impoverire il futuro: priva lo studente dell’esperienza della misura, della responsabilità, dell’impegno e del nesso tra azione e conseguenza.
Quando una comunità professionale comincia a celebrare come progresso ciò che in realtà è rinuncia (meno contenuti, meno rigore, meno giudizio) nasce una forma sottile di autocelebrazione: ci si proclama “più umani”, “più moderni”, “più inclusivi”, mentre si elude la parte più gravosa del proprio compito. Non è sempre cattiva fede; è, più spesso, una stanchezza culturale, una difficoltà a sostenere il ruolo adulto dell’educatore, che richiede fermezza, coerenza e responsabilità personale.
Il vero insegnante non è colui che semplifica tutto, ma colui che rende possibile la crescita. E la crescita implica fatica, verità, talvolta anche fallimento. Una scuola che non osa più valutare con serietà rischia di smarrire la propria funzione: non proteggere dall’insuccesso, ma preparare alla realtà.
Forse non si tratta di tornare indietro, sospinti dalla nostalgia di una scuola punitiva, ma di ritrovare un equilibrio più maturo: unire inclusione e rigore, comprensione e responsabilità, umanità e verità. Perché educare non è compiacere, ma formare. E formare significa, prima di tutto, assumersi fino in fondo il peso della responsabilità.
