Se davvero tenete agli studenti, come dite, lasciateli nelle classi

Ripubblichiamo, da “l’interferenza” (www.linterferenza.info), un intervento di Pier Paolo Caserta che mette a nudo modalità e cause di un punto centrale nella crisi della scuola: l’erosione delle ore di lezione.

La scuola si è da tempo aperta a un largo spettro di attori e soggetti del privato e dell’associazionismo, spesso sponsorizzati dalle istituzioni locali. A loro le scuole si affidano in misura crescente per “arricchire l’offerta formativa” con iniziative di ogni genere, finendo però in questo modo per esternalizzare la propria funzione pedagogica, mentre la grande proliferazione di “giornate dedicate” fornisce ad associazioni e privati una ghiotta occasione per proporsi. Le iniziative si moltiplicano: dalle svariate, nobili cause alle quali corre sempre strettissima necessità di sensibilizzare i giovani, fino a eventi più direttamente legati agli ambiti disciplinari.

La motivazione ufficiale addotta, quella di completare l’offerta formativa, potrebbe sembrare a qualcuno ragionevole o innocua. Ma la realtà è che il profluvio di iniziative sortisce l’effetto diametralmente opposto: amputare e interrompere la didattica. La capacità delle scuole di filtrare, infatti, è stata scientificamente indebolita, perché ad essere costantemente incoraggiata è proprio la subordinazione della scuola all’iniziativa privata. Questo risultato è stato ottenuto in molti modi e sfruttando varie strategie, tra loro interconnesse.

Per esempio, il Ministero dell’Istruzione e del Merito richiede alle scuole specifici obblighi di rendicontazione (con annessi oneri di compilazione su piattaforme dedicate) delle attività svolte per le ricorrenze istituzionali come la Giornata della Memoria, il Giorno del Ricordo, la Giornata della Legalità, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la Giornata Mondiale dei diritti umani e via discorrendo. Le scuole, anche per trarsi d’impaccio, tendono ad affidarsi al privato, rivolgendosi a quello che è divenuto un vero e proprio mercato. Ma la stretta burocratica che grava sulle scuole le opprime con innumerevoli altre incombenze. Queste modalità palesano l’attacco da tempo in corso nei confronti della scuola che un tempo fu realmente pubblica, e che oggi lo è rimasta di nome, prostrata com’è davanti alle esigenze e alle richieste del mercato. Come osservò lo storico Giovanni De Luna, persino la ritualizzazione della memoria incentrata sulla data del 27 gennaio risponde a una logica globalista di mercato.

E la scuola, ovviamente, ci mette spesso del suo. Ad essere maltrattati, si sa, ci si abitua e qualcuno ci prende persino gusto, finendo per appaltare esternamente anche le cose che potrebbe benissimo, e anzi dovrebbe, fare da solo. Che la Divina Commedia sia una straordinaria avventura della conoscenza, devono dirlo e farlo sentire ai discenti i loro insegnanti, non il primo ‘esperto esterno’ che si propone, logicamente con un proprio vantaggio in termini di immagine.

Stando così le cose, si capisce come molti attori di questo vasto mercato creato ad hoc sulla pelle della scuola siano perfettamente convinti di contribuire alla formazione culturale degli studenti, mentre stanno in effetti contribuendo alla distruzione della scuola pubblica. E per la verità stiamo parlando di un paziente ormai moribondo, ridotto in fin di vita con la somministrazione di prolungate e massicce dosi di neoliberismo.

I privati si avventano sulla preda sempre animati (a sentir loro) di buone intenzioni. Ognuno ha la sua causa che presenta come giusta e indifferibile, con la convinzione che le scolaresche non possano fare a meno di condividerla. Tutti garantiscono che agiscono per il bene degli alunni perché hanno a cuore il loro futuro. 

Io sono invece convinto che, se davvero si volesse bene ai ragazzi come si dice, ci si preoccuperebbe di lasciarli molto di più nelle classi. Là dove si apprende. Là dove, nella tranquilla continuità della didattica, si può accendere la connessione sentimentale con i saperi. E penso che prima di portarli fuori dalle classi ci si dovrebbe chiedere se la contropartita valga con certezza la perdita di ore di lezione. Perché, se questa certezza non c’è, meglio sarebbe non far nulla: cioè fare lezione, che poi è fare tutto.

Una volta una formatrice, venuta in classe nella mia ora non ricordo per quale progetto, pensò bene di esordire affermando che quella che i ragazzi stavano per fare con lei non era “la solita lezione noiosa”. Disse proprio così, nello spazio che occupava perché la scuola glielo aveva concesso, nell’ora che io avevo ceduto per obbligo di servizio. In quell’occasione la mia replica fu tutto sommato contenuta; oggi, ad anni di distanza e avendo più chiaro in che modo la scuola è stata distrutta, reagirei peggio. Logicamente quelle che seguirono in alternativa alla “solita lezione noiosa” furono le consuete modalità creative estemporanee, utili al massimo ad accalappiare l’attenzione dei ragazzi per un’ora o due. Le cose che può permettersi di fare chi da scuola passa e se ne va, non chi vi rimane e la coltiva ogni giorno.

Questi ‘formatori’, che non solo sputano nel piatto dove mangiano, ma denigrano la scuola per dare risalto alla loro performance, sembrano sempre assumere che le “competenze” delle quali sono portatori siano più importanti di ciò che si apprende sui banchi di scuola ogni giorno. Non sono esplicitamente incoraggiati da qualcuno a fare questo, non ce n’è neppure bisogno: è un intero sistema che rende convenienti atteggiamenti di questo tipo. È ampiamente diffusa infatti una retorica che dipinge l’ora di lezione come grigia e monotona se non si ricorre agli ultimi ritrovati della “didattica innovativa”. La distruzione della scuola pubblica diventa così un mercato redditizio, dove la posta in gioco è semplicemente la visibilità, il protagonismo, l’espansione della propria iniziativa privata, il business.

Il problema è aggravato dal fatto che simili atteggiamenti sono costantemente incoraggiati dalle retorica delle life skills, l’abito buono di cui si ammantano, quelle competenze ‘per la vita’ che in realtà sembrano piuttosto concepite per preparare al mercato del lavoro (che poi, in concreto, significa mercato senza i diritti e la dignità del lavoro).

La scuola è stata ‘mercatizzata’, anche per questa via, facendovi entrare qualsiasi soggetto: formatori, esperti, manager, scrittori venuti in voga in qualche circuito editoriale ma lontanissimi dall’aver superato la prova del tempo, e ovviamente militari. I ragazzi, si capisce, sono ben felici di perdere un giorno di scuola, e così il gioco è fatto. Ma lo perdono sulla loro pelle. Gli insegnanti sono messi all’angolo, costretti a scegliere se conformarsi o combattere contro i mulini a vento. La maggior parte fa la prima scelta – per quieto vivere, per opportunismo, taluni anche per convinzione – e così rende la vita ancor più difficile a chi sceglie di resistere.

Sono, in fondo, le dinamiche di tutti i totalitarismi; e la crisi della scuola che sto descrivendo si inscrive appunto nel quadro del totalitarismo liberale. Totalitarismo che si accompagna a una buona dose di autolesionismo dei docenti, i quali eseguono con zelo “obblighi” veri ma anche presunti, generati a flusso continuo sul terreno dello svuotamento della funzione pedagogica dell’insegnamento.

Così gli appetiti della società civile sono stati stimolati non in vista di un’emancipazione, ma per essere messi al servizio del progetto di distruzione della didattica e quindi della scuola pubblica. Un progetto che  risponde – vale sempre la pena ribadirlo – a un’architettura di potere trasversale alla “destra” e alla “sinistra” di sistema, che opera con uno stratagemma scientifico e collaudatissimo. La politica offre una sponda, ponendo le condizioni per compromettere e frammentare continuamente la didattica; una volta costruita la sponda, si producono alcuni effetti quasi automatici che rinforzano il progetto; le pulsioni provenienti dalla società civile si infilano negli spazi offerti dalla politica, realizzando una oggettiva convergenza sull’obiettivo di fondo.

Il risultato è questo teatrino permanente di soggetti che si incaricano di collaborare attivamente a portare in profondità l’affondo alla scuola pubblica, e lo fanno con le pose edificanti che sono loro richieste, in una parata che mette insieme associazioni, privati e rappresentanti delle istituzioni, con la continua pretesa di “sensibilizzare” e di sviluppare “resilienza”. E dato che l’iperstimolazione ritualizzata produce un senso di sazietà e di saturazione, la parata richiede una dose sempre maggiore di retorica; feroce, addirittura, quando vengono trattati a senso unico temi etici e complessi (il che tecnicamente si chiama indottrinamento). Tranne poi, magari, sorprendersi perché i ragazzi non si mostrano abbastanza interessati.

Che la loro sia, almeno in questo, legittima difesa?

Pier Paolo Caserta
Insegnante liceale di Filosofia e Storia, è nato a Roma nel 1975 e vive da quasi vent’anni in Puglia. Collabora con la rivista L’Interferenza ed è redattore dei Quaderni di Risorgimento Socialista. Da ultimo ha curato, insieme a Vadim Bottoni, il volume “L’Intelligenza artificiale e noi” (Delta3 edizioni). Per i tipi dell’editore Mario Pascale ha pubblicato i saggi “Il mercato in cattedra” (2025) e “Distruttori di macchine. Il luddismo nel senso comune e il problema della tecnica” (2024). Cura per l’editore Anicia una collana dedicata alla logica.

2 Commenti

  1. La patologia metastatica che Caserta giustamente addita è esattamente quel fenomeno che io chiamo “Antiscuola”. Ma su questo versante bisogna dire che né insegnanti e nemmeno sindacati (campa cavallo…) si sono mai davvero attivati. Il paradosso è che quello che pochi di noi denunciano come il male più pernicioso della scuola attuale (specie alle superiori) viene ignorato dai più, anche – bisogna dirlo – per ragioni di spicciola convenienza.

  2. Ottima analisi, che fa capire come si sia arrivati a sottrarre tempo e spazio alla funzione principale della Scuola, quasi senza accorgersene e quasi senza una seria presa di coscienza della gravità della cosa…e così pian piano sono arrivati a delegittimare la “solita lezione noiosa”, e quindi lo studio normale e l’ apprendimento normale…spostando l’ attenzione su attività periferiche e marginali, facendole passare per importanti…e contribuendo a fare sentire inadeguato l’ insegnante normale e l’ insegnamento normale e la lezione normale…uno sconfinamento, una vera e propria occupazione indebita di spazio, un vero e proprio capovolgimento in atto. Questo vergognoso aspetto, unito ad altri, ha contribuito a far collassare la scuola. E il corpo docente non si è mai veramente ribellato a tutto ciò. Ne è quindi corresponsabile.

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