Non è la lezione a essere inadeguata, ma è lo sguardo di chi la fraintende

Ma davvero i cambiamenti sono sempre da accogliere come miglioramenti, soprattutto in un’istituzione come la scuola, preposta a conservare il patrimonio culturale di una civiltà? Un dirigente scolastico risponde ad un collega.


Mi è stato chiesto di esprimere un parere circa l’articolo pubblicato su Orizzonte scuola, a firma di Bruno Lorenzo Castrovinci. Lo faccio volentieri, chiarendo fin da subito che le considerazioni che seguono rappresentano un punto di vista personale, aperto al confronto e formulate nel pieno rispetto di opinioni diverse.

L’articolo parte da un presupposto, a mio avviso, discutibile e non dimostrato: che la lezione frontale sia, per definizione, inadeguata. In realtà, ciò che può risultare inefficace non è la lezione in sé, ma il suo cattivo uso — il monologo privo di ascolto, la chiusura al dialogo, la mancanza di preparazione o di passione da parte di chi insegna, un eloquio povero o, peggio, noioso. Quando invece è condotta con competenza, partecipazione e chiarezza, la lezione resta uno strumento insostituibile di trasmissione ordinata del sapere, soprattutto in quelle discipline che richiedono una progressione logica e linguistica rigorosa. Liquidarla come residuo del passato è, a mio parere, un errore concettuale prima ancora che pedagogico. Le discipline non sono semplici repertori di contenuti, ma luoghi organici di costruzione del pensiero. E, in fondo, anche la lezione può essere “esperienziale” quando nasce da un incontro vivo tra chi insegna e chi apprende, come accade ogni giorno nelle aule migliori.

A questo si aggiunge, sempre secondo il mio punto di vista, un equivoco più marcato: l’idea che la “trasmissione di conoscenze” sia un modello da superare, se non addirittura un problema di natura etica. Trasmettere, però, non significa imporre: significa rendere accessibile un patrimonio che altri hanno faticosamente costruito. È la condizione stessa perché il pensiero critico possa esercitarsi, non il suo contrario. Senza eredità non c’è libertà, e senza contenuti non esiste alcuna riflessione autonoma. Considerare la trasmissione del sapere come un limite significa confondere l’autorità del sapere con l’autoritarismo, dimenticando che la libertà nasce sempre dal confronto con ciò che ci precede.

L’articolo esalta poi l’esperienza diretta, assumendo che essa sia di per sé educativa. Ma l’esperienza, senza interpretazione, senza una cornice teorica e senza il linguaggio che la illumina, insegna poco o nulla: resta semplice vissuto. È la conoscenza che trasforma l’esperienza in apprendimento. Pensare che si possa imparare solo “vivendo” rischia di confondere la vita con lo studio, riducendo la scuola a una sequenza di stimoli emotivi più che a un luogo di costruzione razionale. Non è un caso che, nei secoli passati, la mancanza di accesso all’istruzione formale abbia spesso condannato intere generazioni — e in particolare molte donne — all’invisibilità intellettuale: l’esperienza di vita, da sola, non basta a generare sapere.

Un’eccessiva semplificazione accompagna anche la celebrazione dell’interdisciplinarità, presentata come un’esperienza creativa in sé, dimenticando che essa può esistere soltanto a partire da solide competenze disciplinari. In assenza di conoscenze profonde e strutturate, l’interdisciplinarità si trasforma in un esercizio di connessioni superficiali, privo di reale valore conoscitivo: accostamenti occasionali, più appariscenti che significativi sotto il profilo formativo. È proprio la padronanza di un campo che consente di coglierne le relazioni con gli altri, non la sua dissoluzione.

Anche il richiamo a “educare alla vita” rischia di restare una formula suggestiva ma generica, quasi che lo studio del linguaggio, della storia o della matematica non fosse già, in sé, educazione alla vita. È proprio il rigore dello studio, con la sua fatica e la sua misura, che educa alla responsabilità del pensiero, alla cura delle parole, al rispetto delle regole e, in ultima analisi, alla libertà interiore. E lo dimostrano ogni giorno tante esperienze scolastiche che sanno unire la lezione rigorosa all’apertura verso il territorio, i laboratori o i progetti condivisi: segno che la tradizione e l’innovazione non sono nemiche, ma parti di un medesimo processo educativo.

In definitiva, pur nel pieno rispetto della legittimità di opinioni diverse, la proposta delineata sembra esprimere una retorica del nuovo che tende a identificare il cambiamento con il miglioramento — due concetti che non coincidono. Una scuola “immersiva” e “aperta al mondo” può certamente arricchire l’esperienza educativa, ma, se priva di fondamento, rischia di diventare un luogo in cui tutto è esperienza e nulla è sapere. Si nota, inoltre, un implicito eclissarsi della fatica e dell’impegno, come se ogni trasformazione autentica potesse avvenire senza la lenta e silenziosa disciplina che accompagna ogni maturazione interiore. L’illusione è quella di educare senza sforzo, pensare senza conoscenze e apprendere senza maestri. Ma chi rinuncia a “salire sulle spalle dei giganti” finisce inevitabilmente per guardare il mondo dal basso — e, in tempi difficili come questi, non è certo il destino che si possa augurare a un ragazzo che cresce.

2 Commenti

  1. Ringrazio sentitamente per questo nobile contributo alla verità. Dopo 42 anni di insegnamento, intercalato da lunghi periodi nella ricerca pedagogica, mi sento di sottoscrivere ogni parola! La lezione frontale, se condotta con competenza e professionalità, dà come incontrovertibile risultato giovani più forti moralmente, culturalmente e anche psicologicamente. Tutto il resto è prezioso tempo perso, utile solo ai “pedagogisti” che aspirano alla visibilità e a genitori che decidono di delegare la crescita dei propri figli alla scuola. L’educazione ai sentimenti, alla legalità, al rispetto passa necessariamente dalla conoscenza dei contenuti, nonché dall’esempio e dalla dedizione dei maestri (quelli veri). Un sentito grazie, quindi, al Sig. Cortese, e al “Gessetto” che promuove un dialogo costruttivo fra insegnanti. Prof. M. Sartor

  2. Tutto vero. Basterebbe l’esempio arcinoto del successo di Alessandro Barbero per sbugiardare i nemici della lezione ‘frontale’ e dimostrare che essi parlano solo per un astratto e ideologico presupposto…

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