Testamento didascalico contro la gnoseo-fuffa
Un j’accuse contro la pedagogia della dissoluzione: quella che ha scambiato la conoscenza per oppressione, la fatica per trauma, e l’insegnante per animatore emotivo. Dedicato a chi, tra i pochi superstiti, volesse ancora credere nel valore della verità e nella dignità dell’apprendere.
Ossia: postilla pro redentione agli eredi della pedagogia dei miracoli
Ci fu un’epoca in cui ogni incompetente era persuaso d’essere un riformatore.
I nuovi profeti dell’educazione scoprirono che la conoscenza è “opprimente”, che la fatica “deprime la creatività”, e che la libertà consiste nel non sapere dove andare.
Sostituirono il metodo con il metaverso, la cura della parola con il protocollo comunicativo, la coscienza critica con la compilazione automatica di certi moduli pre-formattati.
E per attribuire dignità teoretica al disastro, s’inventarono una genealogia: Dewey, Montessori, Don Milani – tutti ruminati e risputati come santini laici di una fede senza pensiero.
La chiamarono “scuola nuova”, ma fu solo un triste ritorno alla tribù… e senza più saggi né fuochi.
In verità quell’epoca fu preceduta da un vetusto patriarcato del sapere. Ma non seppero o non vollero comprendere che pur con tutti i suoi limiti e arroganze — quella ebbe almeno un difetto luminoso: credeva nella verità.
La scuola che riedificarono invece non credette più in nulla, se non nell’autoreferenziale diritto all’emozionarsi sollazzandosi penosamente.
E così, mentre i ragazzi disimpararono a leggere, i maestri impararono – alcuni con fatica – a “facilitare processi”.
Il risultato fu perfetto: nessuno insegnava più nulla a nessuno, ma tutti si sentivano finalmente inclusi.
