Quando gli insegnanti hanno paura degli studenti
Una serie televisiva coreana riassume nella fiction i problemi della violenza a Scuola e le risposte possibili per una sua non facile soluzione.
Lezioni vere: scuola, violenza e il problema dell’autorità educativa
«Istruzione, una parola con un significato preciso: il miglioramento dell’individuo attraverso la conoscenza. Questo è il ruolo di un educatore. Buoni istituti, un buon impiego, tutto ciò conta. Ma a contare ancora di più dovrebbe essere la tempra morale e l’integrità dei nostri alunni. È questo il reale obiettivo di un istituto scolastico. Tuttavia, il sistema educativo del nostro paese si è ormai allontanato da questo nobile proposito ed è marcio e corrotto. Eppure, a dispetto di tutto ciò, la maggior parte dei docenti continua a seguire la propria vocazione, istruendo ed educando i nostri giovani verso la retta via».
Queste parole non appartengono a un esponente politico della Repubblica italiana, ma a Choi Gang-seok, il fittizio Ministro dell’Istruzione della Repubblica di Corea protagonista della serie tv Netflix Lezioni vere, adattamento del webtoon Get Schooled / True Education, diretto da Hong Jong-chan. Eppure i problemi che la serie mette a fuoco, le dinamiche che porta alla luce, le difficoltà che emergono sono straordinariamente reali e riconoscibili all’interno di qualunque sistema educativo occidentale.
Anarchia e bullismo nelle scuole
In molte scuole sembra regnare l’anarchia. Bullismo, violenza e progressiva perdita di autorità degli insegnanti costituiscono problemi di scottante attualità. La serie dipinge un quadro impietoso delle scuole coreane: i bulli dominano la vita scolastica con il pugno di ferro, i docenti subiscono percosse e intimidazioni da parte degli studenti (non diversamente dall’Italia: è di poche settimane fa la notizia di due insegnanti aggrediti dai propri alunni a Parma) e i genitori impongono la propria volontà in nome di una protezione che finisce per danneggiare i figli stessi. «È più facile avere a che fare con i delinquenti che con certi genitori», osserverà il protagonista Na Hwa-jin, con un cinismo che nasconde una lucidità amara.
È in questo caos che il ministro Choi Gang-seok — segnato dall’uccisione della figlia, insegnante, per mano di un suo studente — decide di istituire il Bureau per il Diritto all’Istruzione, una divisione speciale del Ministero dell’Educazione con il mandato di ripristinare l’ordine nelle scuole più problematiche. A guidare gli interventi sul campo vengono chiamati Na Hwa-jin (marito della figlia uccisa) e Im Han-rim, due ex militari, affiancati da Bong Geun-dae.
L’azione del Bureau
Agli ispettori viene delegato il potere di ricorrere a qualsiasi mezzo per ristabilire l’ordine e la disciplina. Allo spettatore occidentale che potrebbe storcere il naso davanti a parole come “ordine” e “disciplina” — considerate troppo spesso retaggio di un’epoca superata — la serie ricorda con forza che queste non sono categorie repressive, ma condizioni necessarie affinché il diritto allo studio possa essere garantito a tutti. Tale diritto viene di fatto negato nel momento in cui una minoranza di studenti esercita violenza e sopraffazione sugli altri, impedisce il regolare svolgimento delle lezioni o aggredisce i propri insegnanti. La serie è abile nel mostrare la varietà di queste aggressioni — fisiche e psicologiche, ad opera di alunni e genitori — restituendo una realtà che, tornando all’Italia, trova riscontro anche nei dati: secondo alcuni studi condotti da università italiane, oltre l’80% dei docenti soffre di stress cronico e di burnout1.
Il nodo etico centrale della serie si impone alla riflessione dello spettatore: è giustificabile usare la forza per fermare chi abusa degli altri, quando le istituzioni ordinarie sembrano incapaci di farlo? Il Bureau nasce precisamente perché le normali procedure scolastiche e legali vengono rappresentate come inefficaci. In Lezioni vere, molti studenti violenti agiscono nella convinzione di essere sostanzialmente intoccabili: la minore età li protegge da sanzioni severe e la scuola appare incapace di intervenire efficacemente. La serie costruisce così un contesto in cui la percezione dell’impunità diventa parte integrante del problema e costituisce la principale giustificazione narrativa dell’esistenza del Bureau.
A mali estremi, estremi rimedi
Gli ispettori intervengono con metodi estremi — e nei casi più gravi rispondono con la violenza alla violenza — ma la loro non è una violenza punitiva nel senso tradizionale del termine. È, almeno nelle intenzioni narrative, una violenza educativa. L’idea di fondo non è «punire perché hai sbagliato», ma «farti comprendere il danno che stai causando». Partendo dal presupposto che certi bulli non abbiano sviluppato empatia verso le proprie vittime, gli ispettori costruiscono situazioni in cui chi ha abusato degli altri si ritrova improvvisamente privato della posizione di forza da cui traeva il proprio potere, a sperimentare paura e isolamento analoghi a quelli inflitti, a confrontarsi con le conseguenze concrete delle proprie azioni.
Dal punto di vista filosofico, questo richiama alcune idee della giustizia restaurativa e dell’educazione morale basata sull’esperienza. John Dewey sosteneva che l’apprendimento autentico nasce dall’esperienza concreta, non dalla semplice predica: si interiorizza davvero una lezione morale quando se ne sperimentano le conseguenze. Dewey, tuttavia, non avrebbe approvato la coercizione o l’umiliazione come strumenti pedagogici.
Sintesi morale
La logica della serie potrebbe essere riassunta così: «Se non riesci a capire il dolore che provochi agli altri, ti metterò nella condizione di provarlo tu stesso». I sostenitori di questo approccio vi intravedono la possibilità di una presa di coscienza autentica; i critici segnalano il rischio di confondere educazione e vendetta — far soffrire qualcuno per insegnargli una lezione non garantisce che sviluppi empatia, potrebbe semplicemente insegnargli a temere chi ha più potere.
La serie gioca consapevolmente su questa ambiguità. Gli ispettori si percepiscono come educatori estremi, non come semplici punitori. Ma lo spettatore è costantemente invitato a chiedersi se il loro metodo stia davvero formando persone migliori, o se stia semplicemente sostituendo il potere del bullo con quello dell’ispettore. Molti spettatori interpretano Na Hwa-jin non come un giustiziere tradizionale, ma come qualcuno che cerca di costruire un’esperienza correttiva: il bullo messo davanti a uno specchio delle proprie azioni.
Assumersi il conflitto generazionale
Lezioni vere affronta anche il conflitto generazionale con una certa durezza. Le nuove generazioni si sentono autorizzate a fare a meno dei propri predecessori, a ignorarne — o calpestarne — l’autorità. «Il mondo crollerà se gli adulti avranno paura dei bambini», avverte il protagonista. Non si tratta però di un elogio acritico del ruolo docente: uno degli episodi più significativi della serie riguarda proprio gli abusi commessi da un insegnante nei confronti di un alunno, aggravati da palesi favoritismi verso altri studenti.
La serie ci ricorda che il vero educatore è colui che si impegna con tenacia affinché i propri studenti possano costruirsi un cammino, sottraendosi alla violenza, all’alcool, alle droghe, al gioco d’azzardo. È attraverso la trasmissione della conoscenza che si formano gli uomini. Ma quando questa trasmissione viene impedita, anche il diritto allo studio viene negato. Un educatore, ricorda Na Hwa-jin, non dovrebbe avere paura di esercitare il proprio ruolo: «Se un medico ha paura dei suoi pazienti, non può curarli. Se un avvocato ha paura dei suoi clienti, non può difenderli. E se un insegnante ha paura dei suoi studenti, non può educarli».
Domande aperte
La serie lascia aperte domande urgenti e irrisolte: come si restaura oggi l’autorità degli educatori? Quali strumenti di tutela esistono contro la violenza — fisica e psicologica — che proviene tanto dagli studenti quanto dalle famiglie? E nei contesti in cui la legge non riesce ad arrivare, in che modo può ancora essere garantito il diritto allo studio?Lezioni vere non offre risposte definitive. Ha però il merito, raro nella serialità contemporanea, di costringere lo spettatore a confrontarsi con problemi che troppo spesso vengono ignorati o liquidati con facili slogan.
1 Burnout dei docenti: l’emergenza silenziosa che la scuola italiana non può più ignorare. Reperibile online: https://www.spaggiari.eu/news/burnout-docenti-emergenza-silenziosa-scuola-italiana
Antonio Messina è dottore di ricerca in Scienze Politiche (Università di Catania) ed è stato Visiting PhD Fellow presso l’Università di Leiden (Paesi Bassi). Fa parte del comitato scientifico o redazionale delle riviste ‘Il Pensiero Storico’, ‘Nuova Storia Contemporanea’, ‘La Razón histórica’ e del comitato dei revisori del ‘Journal of Political Science and International Relations’. Ha pubblicato una serie di studi di storia del pensiero politico e di storia intellettuale delle ideologie radicali, europee ed extraeuropee, privilegiando l’analisi comparatistica.
Aree di ricerca: African Studies; Contemporary Intellectual History; Totalitarian Ideologies; Comparative Fascist Studies; Nationalism; Political Ideologies; Political Religion and Sacralization of Politics.

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