Contro la “neurodiversità”
“Il movimento [per la neurodiversità] ha buone intenzioni, ma privilegia le persone con autismo ad alto funzionamento e trascura coloro che lottano con forme gravi di autismo”.
«Il futuro sarà come sono le scuole di oggi»
“Il movimento [per la neurodiversità] ha buone intenzioni, ma privilegia le persone con autismo ad alto funzionamento e trascura coloro che lottano con forme gravi di autismo”.
Oggi riscontriamo lacune nella preparazione talmente gravi che i docenti devono insegnare di nuovo la matematica delle scuole medie.
Questo bellissimo intervento dell’illustre matematico insignito con la medaglia Fields mette a nudo le molte debolezze delle teorie pedagogiche che assediano la scuola francese; ma non solo quella francese… Un discorso di profondità rara, che ogni insegnante dovrebbe leggere con attenzione, meditare a lungo, fare conoscere ai propri colleghi e utilizzare come base per una consapevolezza professionale davvero nuova.
Il caso del grande matematico francese, che più di vent’anni fa denunciava le assurdità di un certo tipo di impostazione pedagogica destinata ad affossare la scuola, ci sembra rappresentativo di come la forza della ragione – col tempo – possa ricevere il giusto riconoscimento. Ma è necessario che la politica si scrolli di dosso tanti anni di ideologia votata al declino.
La battaglia culturale del Gessetto per il salvataggio di una scuola che istruisca non è un unicum, un’anomalia partorita dall’incapacità di alcuni di accettare il cambiamento dei tempi; semmai è parte di un movimento di portata internazionale che annovera tra le proprie fila anche figure di spicco. In Olanda è notevole l’iniziativa di un gruppo di esperti (che comprende anche lo psicologo di fama internazionale Paul Kirschner, la pedagogista Anna Bosman, il matematico Sezgin Cihangir) i quali hanno steso un manifesto in difesa della scuola che merita di essere esaminato per intero, e dunque vi proponiamo nella nostra traduzione.
Finalmente un’intervista distesa ed accurata in cui è possibile esporre con agio il punto di vista di coloro che vedono nel pedagogismo montante un vero rischio per la democrazia e per il futuro.
Ci sono scuole costose, e di specializzazione metodologica avanzata, che dovrebbero mettere la museruola a tutti coloro che insorgono al sol pensiero di “percorsi speciali” per individui con profili di disabilità e neuro-divergenza. Ma in Italia siamo campioni nelle accuse, più che nelle distinzioni logiche.
La scuola Svedese è spesso portata ad esempio da molti commentatori. Ma è tutto oro quello che luccica? Dobbiamo sempre emulare in modo acritico o possiamo permetterci di analizzare?
Non è che i progetti o le attività non insegnino nulla, ma non insegnano quello che è prioritario: cioè le conoscenze fondamentali su cui costruire tutto il resto
Non ha fine la lista delle educazioni a valori e principi cui, secondo alcuni, bisognerebbe educare gli alunni per migliorare la società: sempre sottraendo risorse al sapere.
Katharine Birbalsingh è una preside britannica nota per le sue posizioni sull’educazione tradizionale e la disciplina scolastica. Fondatrice della Michaela Community School, promuove rigore teorico, rispetto e ordine, sfidando le idee progressiste sull’insegnamento e sull’inclusione educativa.
Come i college usino le certificazioni di misure di supporto allo studio per coccolare gli studenti.
Se amiamo veramente i nostri figli perché stiamo costruendo sistemi e pratiche che minano fattivamente le loro possibilità di successo?
L’occidente (e la scuola) è in preda ad una furia patologizzante, che crea etichette emotive e psicologiche là dove solo pochi decenni fa c’erano le ineluttabili difficoltà della vita. Tutto ciò però non ha reso le persone più forti e capaci di affrontare il quotidiano.
Fa sempre bene collocare quel che accade nella nostra scuola all’interno di un orizzonte più ampio, altrimenti non si uscirà mai dal provincialismo più passivo.
Non c’è realmente modo di sostituire con profitto i molti effetti benefici dello studio disciplinare, e della curiosità per il sapere. Ogni tentativo di creare negli allievi le condizioni psicologiche ideali e propedeutiche agli apprendimenti apre nuove falle nel processo di formazione della personalità in preparazione alla vita.
Il sociologo inglese Furedi non gira attorno al problema: proteggere troppo i bambini e i ragazzi pregiudica la possibilità che essi raggiungano i traguardi ambiziosi. La pedagogia attuale ha messo al centro questa protezione smodata.
Siamo davvero così sicuri che gli studenti apprezzino le “nuove” metodologie didattiche? Secondo la testimonianza del prof. Mathias Tistelgren, insegnante di filosofia e inglese in una scuola superiore di Göteborg (Svezia), le cose non stanno affatto così, anzi, stanno esattamente al contrario: gli studenti apprezzano molto le lezioni frontali, le regole chiare e lo studio tradizionale che comprende esercizi e voti.
Un confronto su cui riflettere: un’italo-spagnola ora insegnante nella scuola svedese ricorda il proprio percorso di studi nel paese dove è cresciuta.
Sovente la psicologia si è fatta psicologismo, ovvero disconoscimento dei giovani in quanto soggetti morali
Negli Stati Uniti degli anni Sessanta si affermò la tendenza a superare il principio dell’uguaglianza delle opportunità in direzione dell’uguaglianza dei risultati. La tendenza ebbe come risultato il riaffermarsi della pedagogia progressista nelle scuole dopo la sua grave crisi negli anni Cinquanta.
È oggi dominante l’idea che l’attenzione degli insegnanti debba essere primariamente centrata sulla vita emotiva ed affettiva degli scolari e degli studenti. Ma è una vera necessità?
Hirsch illustra il disastro della scuola americana e lo spiega con l’errore pedagogico di volere che gli alunni acquisiscano le abilità teoriche senza conoscenze e attraverso modalità naturali e spontanee di apprendimento. Lo stesso errore ha investito la scuola europea e ne sta determinando la decadenza.
C’è chi si espresse con parole nette sulla pedagogia di stampo romantico che attribuisce al bambino capacità che ancora non possiede
Da anni gli insegnanti della scuola italiana sono invitati a prendere atto dell’esistenza di diversi stili cognitivi per mettere in discussione la loro didattica.
Si susseguono però gli studi accademici che dimostrano che può essere un errore
La reazione d’oltralpe non è di chiusura al nuovo in quanto tale, ma semmai una indisponibilità a un nuovismo acritico, senza limiti e senza distinzioni
Che ne pensa il prof. Sven Glietenberg della scuola di oggi?
Che ne pensa la prof.ssa Kate Cook della scuola di oggi?