Dalla “emergenza” educativa alla “catastrofe” educativa: appunti per una comprensione polidimensionale del fenomeno

Una ventina di anni fa si diffuse, riguardo i problemi dell’educazione delle giovani generazioni, l’espressione “emergenza educativa”.
Oggi possiamo affermare che essa può essere aggiornata con un’altra espressione ben più corposa e drammatica: quella di “catastrofe educativa”.
Quali siano le cause di questa situazione è problema complesso e articolato: vi hanno concorso negli ultimi decenni parecchi elementi che cerchiamo di evidenziare.


Una ventina di anni fa si diffuse, riguardo i problemi dell’educazione delle giovani generazioni, l’espressione “emergenza educativa”: fu il Cardinal Caffarra[1] a usare per primo questa formula che ebbe poi notevole successo, in quanto definiva con termine sintetico e calzante una realtà che cominciava ad apparire sempre più diffusa e problematica.

Oggi, a distanza di anni, possiamo affermare che essa può essere aggiornata con un’altra espressione ben più corposa e drammatica: quella di “catastrofe educativa”, che investe la condizione di adolescenti e giovani in termini preoccupanti, coinvolgendo una serie di situazioni e di istituzioni interagenti in modo complesso in una sinergia distruttiva del processo educativo nella società. Il problema è emerso soprattutto dopo l’epidemia di Covid del 2019 e le sciagurate politiche di lockdown (unico esempio adottato da governi nella storia), la cui traduzione dovrebbe essere usata più appropriatamente in “imprigionamento”, “confinamento”, “isolamento” e che ebbe soprattutto per le giovani generazioni effetti negativamente dirompenti: non è necessaria una laurea in psicologia dell’età evolutiva per capire che chiudere e isolare in casa bambini e adolescenti per quasi due anni comporta delle conseguenze disastrose sulla formazione della personalità.

La definizione di “catastrofe educativa” è palesemente illustrata non solo dalle cronache che vedono sempre più in primo piano atti criminosi o di teppismo ad opera di giovani disorientati, quasi abbandonati a sé stessi, privi di riferimenti etici, spesso sradicati dalla loro cultura d’origine, ma anche e soprattutto dalle varie inchieste sull’ azione della scuola, dai test Invalsi ai rapporti Ocse Pisa[2] etc.: ne esce un quadro di studenti che escono dalla scuola superiore caratterizzato da carenze linguistiche e conoscitive impressionanti: indagini che  ci rivelano che poco meno della metà dei diplomati non è in grado di comprendere un testo scritto di media difficoltà e nemmeno di elaborarne uno in modo corretto, chiaro ed appropriato; non parliamo poi delle lacune nelle conoscenze e abilità matematiche o del vuoto conoscitivo riguardante le vicende storiche e geografiche: una situazione non solo desolante, ma drammatica per le possibilità di un individuo di orientarsi in un mondo e in una società sempre più articolata, complessa e insidiosa, come ben sanno i docenti che operano in prima linea e a quotidiano contatto coi discenti, al di là delle fredde statistiche delle inchieste.

Quali siano le cause di questa situazione è problema complesso e articolato: vi hanno concorso negli ultimi decenni parecchi elementi la cui miscela ha generato una situazione devastante, e fra questi si devono anche considerare, nell’ambito della seconda agenzia educativa della società, le mode pedagogiche che hanno dominato nella scuola negli ultimi decenni in un nevrotico inseguimento di innovazioni ad ogni costo, le continue, parziali e frammentarie miniriforme e controriforme introdotte dai vari ministri dell’istruzione, sovrappostesi spesso a infoltire la rete burocratica e di attività prolisse che ingorgano la scuola attuale in Italia.

Un evento socialmente dirompente fu sicuramente il fenomeno del ’68, momento di rottura in questo ambito che, abbattendo lo sciocco autoritarismo di una società ancora agricolo-patriarcale fino a pochi anni prima, demolì non solo strutture antiquate di comunicazione e rapporti sociali, ma diede un colpo mortale anche al concetto stesso di autorità. Demolito giustamente l’autoritarismo, esso tuttavia non venne sostituito da un recupero dell’autorevolezza, che è cosa ben diversa: il “potere” in quanto tale, dalla famiglia al padre, ai docenti, ai “padroni” d’impresa, venne demonizzato in ogni caso e visto come una struttura da combattere tout court[3]. Le vecchie generazioni non seppero affrontare adeguatamente la situazione, si arresero quasi impaurite a un’ondata disordinatamente libertaria e distruttiva, anche perché incapaci di leggere la realtà sociale in evoluzione, adeguandovisi e guidandola in modo razionale e programmato.

Il fenomeno sessantottino fu contemporaneo – ed anzi funzionale – ad un altro fattore fondamentale, e cioè lo sviluppo nella società italiana del consumismo, esito del boom economico, del tardo capitalismo affermatosi in Europa proprio dalla fine anni ’60. Come è noto, esso presuppone un completo permissivismo – concetto che va ben al di là della tradizionale “tolleranza” liberale – a tutti i livelli della società, nella quale persino i bambini diventano soggetti consumatori, in cui diventa “vietato proibire” con tutte le nefaste conseguenze sui processi educativi: nella scuola di ogni ordine e grado si diffusero pedagogie e metodologie antiautoritarie e innovative[4] che, pur inducendo agli esperimenti pedagogici più avanzati, spesso però supportati da legislazioni scolastiche “permissive” in modo confuso e asistematico, condusse comunque ad una effettiva svalutazione e avvilimento dello stesso ruolo docente, declassato a funzionario “facilitatore” del processo di apprendimento e depauperato della autorevolezza che può provenire dall’essere depositario di saperi da trasmettere.

Conseguenza basilare della trasformazione della società dagli anni ’60 in  poi, fu la crisi della famiglia tradizionale, prima agenzia educativa per eccellenza: ne sono aspetti costitutivi innanzitutto la crisi del padre, aggravatasi sino al fenomeno che è stato definito della sua “evaporazione” sociale[5]: crisi dovuta alla caduta del concetto di autorità, facendo venire meno il referente familiare di un super io assiologico e rassicurante, (purtroppo in passato anche oppressivo e grevemente incombente sulla realtà  fisica e psichica della prole), garante comunque di solidità emotiva, di stabilità psicologica, fino a giungere alla vera e propria criminalizzazione della figura maschile, alla sua costante delegittimazione attraverso i media e ormai diffusa nella mentalità di massa: fenomeno determinato anche dalla perdita e scambio di ruoli lavorativi nella società, che permisero di realizzare l’emancipazione economica e psicologica della donna attraverso il lavoro: alla donna figura quasi esclusiva di madre per eccellenza, attiva nella rassicurante cerchia familiare, “angelo del focolare”, si è sostituita l’immagine della donna emancipata, libera, disinvolta e sempre meno confinata nel ruolo esclusivamente materno.

Forse l’esempio più attuale dello sgretolamento del concetto tradizionale di famiglia è il fatto di essere giunti alla legittimazione della famiglia senza padre e madre, ma costituita da coppie monosessuali, introducendo anche nelle scuole opinabili diciture come “genitore 1 e genitore 2”.

È un discorso che si spiega con il concetto generale sempre più diffuso della liquidità, cioè della perdita di una specifica identità degli individui, apparentemente espressione di una liberazione da tabù ideologici, ma negli effetti perfettamente funzionale al potere che in questo modo può controllare meglio le masse deprivate di identità e certezze[6].

Un’ altra ragione della crisi del nucleo familiare è il dato di fatto che la famiglia non è più luogo di ascolto e dialogo e insegnamento per i figli, soprattutto per la mancanza di tempo a disposizione da parte di entrambi i genitori: ormai, al rientro dal lavoro, stanchezza, preoccupazioni, necessità di svago limitano fortemente la voglia e la disponibilità ad ascoltare, parlare, discutere con i figli: ecco allora le sere in cui ognuno si chiude in stanze a chattare con colleghi, amichette, amichetti, oppure preferisce uscire con amici/e.

Ma è anche la mancanza dell’esempio dei genitori, ormai integrati nella mentalità consumista, sicché difficoltà e problematiche interne alla famiglia non vengono risolte con il dialogo e la reciproca ricerca di comprensione, ma deragliano entro una  logica anch’essa consumistica, con la sostituzione tout court del coniuge, così come si sostituiscono oggetti domestici o macchinari obsoleti, e quindi con la separazione o il divorzio.  

E veniamo alla scuola, a cui la crisi famigliare ha demandato quasi tutti i ruoli: seconda agenzia educativa, che in realtà è stata distrutta da una serie di concause che si possono solo brevemente elencare[7], a partire dalla crisi dell’autorità spinta fino al paradosso: soprattutto nella scuola primaria comandano i genitori, e il docente – al 99 % di sesso femminile – perde sempre più il ruolo e il carisma di guida, organizzatore e promotore del processo formativo.

Altra concausa è certamente l’aziendalizzazione della scuola, istituzione intenzionalmente equiparata negli ultimi decenni ad un’azienda, sull’onda di un invaghimento generale della società nei confronti delle “virtù imprenditoriali” e quindi ispirata a criteri aziendali di efficienza, produttività, ma soprattutto alla grottesca considerazione degli alunni come utenti, quindi non più soggetti attivi dell’apprendimento, a cui si demandano impegno, volontà e sacrificio, ma oggetti di un servizio dovuto, latori quasi solo di diritti più che di doveri – del resto, l’utente di un servizio che doveri ha se non il pagamento del servizio stesso?

Di qui la iperburocratizzazione della funzione docente: tutto è sottoposto a norme, regole, tutto deve essere certificabile puntigliosamente come in una azienda (date compiti, date recuperi, carenze, entrate e uscite, annotazioni di ogni genere, responsabilità giuridica dei docenti verso i discenti elevata a livelli decisamente illogici etc.).

Ma è altrettanto perniciosa la considerazione della scuola quasi esclusivamente al servizio dell’impresa e del mercato produttivo contingente, altro concetto ormai entrato nella mentalità comune: essa non è più vista come luogo di apprendimento e formazione professionale e umana, culturale, ma eminentemente luogo di addestramento a un mestiere indotto dai “bisogni del territorio”, in grado di fornire “competenze” spendibili (si noti il termine aziendalistico) nel mondo del lavoro al quale la scuola deve preparare come proprio compito primario.

Ne deriva, però, che legislatori e pedagoghi, resisi conto del crollo della funzione formativa, e soprattutto dei fenomeni sociali che investono e coinvolgono adolescenti e giovani, svalutando i tradizionali curricola scolastici introducono surrettiziamente nuovi ambiti educativi elevati a livello di discipline autonome aggiuntive, come l’Educazione ambientale, l’Educazione affettiva, sessuale, persino alimentare etc.: ridicoli e anodini tentativi – peraltro aggiuntivi di ulteriori incombenze burocratiche –  di sostituire quelle che invece sono il risultato di una complessa e multiforme trama educativa che agisce attraverso l’intreccio e l’interazione di diverse discipline lungo tutto il percorso della vita scolastica di un giovane.

Dinanzi a un tale quadro sinottico della situazione in cui versa l’attività educativa e formativa oggi, ci si pone allora la domanda di come intervenire e di quali soluzioni potrebbero essere poste in essere per affrontarla e ridarle efficacia e dignità, salvando così la sorte di intere future generazioni, oggi allo sbando, disorientate, deprivate di guide e modelli per tutta la serie di ragioni brevemente analizzate.

Personalmente sostengo da tempo soluzioni che oggi sarebbero definite “scandalose” per una certa forma mentis pedagogica dominante – ma la più recente prassi legislativa sembra andare, almeno in minima parte e sebbene con fughe e deviazioni contraddittorie, in una direzione analoga,– in quanto volte a ripristinare pratiche formative abbandonate da tempo in nome di un’innovazione pervicacemente perseguita ad ogni costo, al di là dei suoi fallimenti: innanzitutto con il ritorno alla scuola fornitrice di conoscenze, nozioni, dati, senza i quali nessuna “competenza” vera è possibile, nessuna crescita critica autonoma è realizzabile, perché fondata sull’ignoranza dei contenuti[8]. Ciò significa innanzitutto una scuola “elementare”, cioè la primaria, solidamente finalizzata a fornire gli elementi appunto “basilari” di ogni sapere: esempi negativi di lacune o addirittura mancanza di tali conoscenze diventano davvero scandalosi nel loro protrarsi fino alle scuole superiori, come sa bene chi esercita la professione docente.

Fondamentale poi il ritorno alla cultura umanistica[9], unica creatrice di educazione psicologica, affettiva, sessuale, sociale… E con essa – ultimo ma non meno importante – allo studio del latino, base della nostra lingua e di tutte quelle romanze: lasciando da parte la retorica delle potenzialità formative dello studio di questa lingua, essa, pur costituendo il sostrato lessicale fondamentale del nostro sistema linguistico, è stata stoltamente considerata inutile, obsoleta, antiquata… infatti, sono palesi i risultati performativi del suo abbandono!

Altro provvedimento necessario sarebbe una reale deburocratizzazione della funzione docente, unita alla responsabilizzazione dei discenti dopo una certa età: assurdità legislative appaiono, infatti, le norme che attribuiscono ai docenti un carico insostenibile di responsabilità giuridiche afferenti la sorveglianza, il controllo dei comportamenti degli alunni in ogni situazione della prassi didattica. A tale aspetto dovrebbe fare da sponda la limitazione dell’influenza dei genitori nel processo educativo da parte della scuola, invasione di campo divenuta sempre più opprimente e deviante: alla famiglia, come abbiamo detto, devono spettare compiti educativi preliminari all’ingresso dei figli nell’istituzione scolastica: le stesse nuove funzioni attribuite ad essa, quali l’educazione alimentare, sessuale etc. dovrebbero essere nei loro fondamenti pedagogici di pertinenza primaria dei genitori.

Per concludere queste brevi note polemiche, ma dettate dall’esperienza e osservazione dei fenomeni giovanili, altrettanto necessaria, al fine di ridare una base concreta al recupero di autorevolezza al ceto docente, sarebbe la tanto auspicata, ma mai attuata in pratica, gratificazione economica della funzione docente, senza la quale egli non potrà vedere realizzata la propria effettiva promozione sociale ed esercitare il proprio ruolo con fiera consapevolezza.


[1] C. CAFFARRA, L’educazione. Una sfida urgente, EDB editore, Bologna, 2004.

[2] OCSE PISA 2022. I RISULTATI DEGLI STUDENTI ITALIANI IN MATEMATICA, LETTURA E SCIENZE. 

Rapporto nazionale OECD.

RAPPORTO NAZIONALE INVALSI 2025.

[3] Per una introduzione al tema cfr. AA.VV., Vietato vietare, a cura di M. GAZZOTTI, Corraini, Milano, 2019.

[4] JOEL SPRING, L’educazione libertaria, Elèuthera editrice, Milano, 2015.

F. TRASATTI, Lessico minimo di pedagogia libertaria, Elèuthera editrice, Milano, 2020.

G. FERRONI, La scuola impossibile, Salerno Editrice, Roma, 2015.

E. GALLI DELLA LOGGIA, L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la scuola, Marsilio, Venezia, 2019.

[5] L. ZOJA, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, Milano, 2000.

M. RECALCATI, Il complesso di Telemaco, Feltrinelli,  Milano, 2014.

[6] Ovviamente per il discorso della “liquidità” sociale si rimanda al corpus delle opere di Z. BAUMANN, a partire da Modernità liquida, Laterza, Bari, 2000.

[7] Cfr. a tal proposito D. FALSONI, I tre errori della scuola italiana, in “Professione docente”, a. XXIX, n.3,   maggio 2019, p.16. https://gildacentrostudi.it/news/dettaglio.php?id=97.

Vedi anche supra, n.4.

[8] «Una scuola degna di questo nome. dovrebbe convenire che qualunque sapere non può prescindere dalla conoscenza preliminare di un’intelaiatura di nozioni di base: che si tratti delle tabelline dell’aritmetica e di alcuni problemi in geometria, ovvero di “che cosa è avvenuto quando” e di “chi ha fatto che cosa” quando si tratta delle discipline di carattere storico. Senza possedere compiutamente queste nozioni (avendole memorizzate: e come altro, se no?)  è impossibile organizzare un qualunque ragionamento riguardante nel merito qualunque disciplina» in E. GALLI DELLA LOGGIA, op cit., p.59.

[9] U. GALIMBERTI, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano, 2008.

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