Il problema di Watson
Non c’è tessuto civile che possa reggere, senza riportare danni enormi, il progressivo abbandono dello scopo primario della scuola: trasmettere il sapere.
Nel corso di una delle loro indagini, Sherlock Holmes e Watson dovettero dormire in una tenda. A notte fonda Holmes svegliò Watson e puntando il dito in alto verso il cielo stellato gli chiese a bruciapelo: «che cosa ne deduci?». Watson rispose che, siccome la Via Lattea era visibile nel suo splendore, si poteva pacificamente dedurre che il cielo era sereno. Holmes osservò che quella deduzione era sì corretta, ma non coglieva l’essenziale: qualcuno aveva rubato la loro tenda. Chiameremo, pertanto, problema di Watson quello di dedurre qualcosa di sostanziale dalle nostre osservazioni, senza limitarci al contorno tautologico che le racchiude.
Le notizie presentate dai mass-media palesano con allarmante regolarità gravi errori di aritmetica elementare da parte dei giornalisti. Ad esempio, se il numero di studenti affetti da discalculia raddoppia, l’incremento percentuale sarebbe del «+50%», come si leggeva in un titolo del Corriere della Sera del 15 novembre 2018, poi corretto tre giorni dopo [1]. Purtroppo, questo vistosissimo errore non è un caso isolato, ma la punta di un iceberg.
Forse Watson direbbe che, poiché questi errori sono troppo numerosi per essere attribuiti a sporadiche sviste, dovremmo dedurre che molti giornalisti hanno difficoltà con le nozioni aritmetiche più elementari. Questa deduzione si limiterebbe però al contorno tautologico del fenomeno osservato. Una deduzione più sostanziale è che la scuola è divenuta incapace di insegnare l’aritmetica elementare — e, di fatto, molte altre cose [2].
La causa efficiente di questa incapacità della scuola si trova nel regime di riforma permanente che l’ha disarticolata negli ultimi decenni [3]. La causa formale si trova nelle idee che, a guisa di pozioni velenose, hanno avvelenato i pozzi che alimentano l’ideologia del pedagogismo, da cui quelle riforme sono state plasmate [4]. Giorgio Israel ha osservato che un risanamento della scuola si potrà ottenere prima di tutto ripudiando quelle idee. A tal fine, occorre esaminarle con pazienza e rigore filologico, per saperne riconoscere i principi attivi, ma sarebbe imprudente affidare tale compito proprio a coloro che hanno contribuito alla loro diffusione.
Un’altra deduzione è che, siccome il ruolo della scuola è stato rovesciato, ed essa non ha più lo scopo di «trasmettere cultura, conoscenze, sapere», cioè di «mettere a disposizione dei membri futuri della società tutto ciò che questa ha compiuto per sé stessa», a essere sprovvisto di conoscenze essenziali sarà, in prospettiva, tutto il tessuto civile, perché «gli studenti di oggi saranno i medici che ci cureranno domani, gli avvocati che ci difenderanno, gli architetti, i legislatori, gli operai»; ecco: i legislatori. La classe politica ha il compito di assumere decisioni vitali per la collettività, quali, ad esempio, legiferare sulle riforme scolastiche, e sorvegliarne gli effetti. Che essa non sia immune dal degrado si può ad esempio agevolmente verificare leggendo le discussioni parlamentari che hanno accompagnato l’iter di approvazione della Legge 19 febbraio 2025, n. 22, sulle competenze non cognitive, vero e proprio coronamento di quella opera di sovvertimento del ruolo della scuola che, come ha osservato Giuseppe Bailone, è stato perseguito da «tutte le riforme di tutti i governi, dalla fine del millennio» [5].
In una lettera a Charles Yancey del 6 gennaio 1816, Thomas Jefferson scrisse che
«If a nation expects to be ignorant & free, in a state of civilisation, it expects what never was & never will be. The functionaries of every government have propensities to command at will the liberty & property of their constituents. There is no safe deposit for these but with the people themselves; nor can they be safe with them without information. Where the press is free and every man able to read, all is safe.»
Queste parole di Jefferson sono oggi non meno valide di allora. Bisognerebbe forse aggiungere esplicitamente, accanto alla capacità di lettura da parte del «popolo», anche quella di far di conto, e dire in che senso si debba intendere la «libertà» della stampa, che non deve solo essere «libera» dai condizionamenti degli interessi costituiti, ma anche libera dal condizionamento al quale è soggetto chi non è in grado di maneggiare e comprendere i numeri. Tuttavia, ci sembra chiaro ed evidente che tutte queste cose per Jefferson fossero scontate.
Note
[1] https://www.ilpost.it/mauriziocodogno/2018/11/15/ah-la-discalculia/ e
https://www.infigures.it/2020/discalculia/2/. La notizia è stata ripresa il 15 novembre 2018 in https://www.soloformazione.it/news/discalculia-cose-e-come-affrontarla-a-scuola (senza che l’errore venisse successivamente corretto).
[2] Qui ci limitiamo a indicare una sezione del sito di Giorgio Israel https://pensareinmatematica.blogspot.com/p/formazione-primaria.html e i «documenti di malascienza» contenuti nel suo libro Chi sono i nemici della scienza? Riflessioni su un disastro educativo e culturale e documenti di malascienza, Lindau, 2008.
[3] Di Remigio, P., Di Biase, F., La riforma permanente della scuola in «Roars Review» VII/2021, 14 marzo 2021. www.roars.it/la-riforma-permanente-della-scuola.
[4] E.D. Hirsch, Jr. Le scuole di cui abbiamo bisogno. E perché non le abbiamo,trad. it. e cura di Paolo Di Remigio e Fausto Di Biase, Petite Plaisance, Pistoia 2024. G. Carosotti, Il nulla del pedagogismo. Il coraggio di affermarlo chiaramente, in “Nazione Indiana”, 7.12.2019,https://www.nazioneindiana.com/2019/12/07/il-nulla-del-pedagogismo-il-coraggio-di-affermarlo-chiaramente/.
[5] G. Bailone, Prefazione a La scuola rovesciata, di L. Varaldo. Edizioni ETS, 2016.
Fausto Di Biase è professore associato di Analisi Matematica presso il Dipartimento di Economia dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti e Pescara. Laurea in matematica all’Università “La Sapienza” di Roma, dottorato di ricerca alla Washington University in St. Louis (Stati Uniti d’America). È stato visiting research fellow presso il dipartimento di matematica dell’Università di Princeton, visiting scientist presso i dipartimenti di matematica delle Università di Gothenburg e di Lulea, in Svezia, borsista “senior” dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica. In collaborazione con Paolo Di Remigio ha tradotto il libro di E.D. Hirsch, Jr. Le scuole di cui abbiamo bisogno e perché non le abbiamo. Il suo Pedagogismo. Manuale essenziale di autodifesa per scuole e università è stato pubblicato da petite plaisance, con introduzione di Gregorio Luri e isagoge di Fernanda Mazzoli
Stefano Longagnani, laureato in ingegneria, diplomato in informatica, di ruolo dal 2014, insegna matematica presso I.I.S. “Fermo Corni – Liceo e Tecnici” di Modena. Ha svolto attività di formazione degli insegnanti nell’ambito del Piano Nazionale Scuola Digitale. Insieme ad amici e colleghi appassionati di insegnamento approfondisce da anni temi legati alla didattica efficace, alla prevenzione dei disturbi specifici di apprendimento e ai danni della tecnologia digitale in bambini e adolescenti.
