Lo stato dell’arte – episodio 5 – Arte come “lavorettificio”
Quando Arte perde la propria autonomia e diventa l’ancella dei progetti scolastici
La scuola degli ultimi decenni è diventata sempre più la “scuola dei laboratori”, la “scuola dei progetti” e la “scuola della giornata…” (dei calzini spaiati, della Terra, contro il bullismo e il cyberbullismo, della sicurezza, della memoria, della lingua madre, della gentilezza – il lettore continui pure l’elenco a proprio piacere). La disciplina di Arte non solo non è da meno, ma è diventata proprio uno dei fulcri di questi laboratori, di questi progetti, di queste giornate-a-tema. Infatti, se tutto il “progettificio scuola” è una gigantesca vetrina per farsi conoscere, per sponsorizzare il proprio istituto e attirare la clientela (la quantità di studenti è ciò che importa, mica la qualità), volete forse che nella nostra società – così dominata dalle immagini – Arte e immagine non abbia un ruolo-chiave in queste pratiche pubblicitarie?
Ogni qualvolta viene discusso o approvato un progetto scolastico, la materia di Arte è sempre tirata in ballo. Si fanno degli incontri con “esperti esterni” su bullismo e cyberbullismo? Perché non far realizzare agli studenti un cartellone pubblicitario a tema? C’è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne? Facciamo un bel cartellone colorato nelle ore di Arte! Il collega di Inglese propone un teatro sulle emozioni?1 «Caro collega di Arte, ci pensi tu alle scenografie? Coinvolgiamo tutte le classi, prime-seconde-terze?». O ancora: «In questa scuola abbiamo la tradizione plurisecolare del mercatino (di Natale, del santo patrono, della festa dei popoli, della festa delle emozioni, della raccolta fondi per l’Unicef, per la Fao, per Emergency, per fate-voi), entro due mesi riuscite a produrre una serie di lavoretti da vendere per l’occasione?»
Accade così che una disciplina che dovrebbe essere autonoma, con una propria grammatica, un proprio linguaggio, la necessità di fare tanto esercizio per allenare manualità fine e tecnica, la necessità di studiare la storia dell’arte e la teoria artistica per accrescere la creatività e l’originalità – ecco, accade che questa disciplina venga ridotta a semplice “bassa manovalanza” dei progetti portati avanti dall’istituto. Gli alunni si ritrovano a disegnare cartoline, ritagliare bigliettini, decorare portapenne, appiccicare collage su cartelloni pieni di scritte colorate, quando non hanno mai imparato – e forse non impareranno mai – ad impugnare correttamente una matita, a variarne la pressione, a fare una sfumatura, a mescolare i colori a tempera, a capire la differenza di un pennello a punta piatta e uno a punta tonda, a stare nei bordi quando colorano… poiché il “lavorettificio” porta via ore indispensabili alla teoria e alla pratica di Arte e non sostituisce in nessun modo gli esercizi propedeutici che gli alunni dovrebbero svolgere in quelle ore.
Non c’è, però, solo il problema contingente della scuola come progettificio che si ripercuote sulle ore di Arte, come fa su tutte le discipline di qualunque ordine e grado della scuola. C’è anche un problema di fondo, più remoto e ideologico: quello di considerare Arte come l’ancella delle altre discipline. “Ancella” è forse un termine troppo gentile e dal sapore biblico: “serva” renderebbe ancora meglio, giacché chi la fa da padrone sono altre discipline. È un problema che vedo anche in alcune scuole primarie e che si ripercuote, talvolta, pure alla secondaria, quando i disegni sono usati solo come “illustrazione” di altre discipline: la cartina delle regioni di Geografia, la sezione del cono del vulcano o del pianeta Terra per Scienze, la planimetria del castello o del monastero medievale in Storia, le vignette da accompagnare al giornalino della scuola o al racconto letto in antologia, eccetera.
Anche qui bisognerebbe invece ribadire la dignità della disciplina artistica come una materia con i propri tempi, i propri linguaggi, i propri strumenti e le proprie metodologie e mettere alla porta quei colleghi che cercano di trasformarla in un satellite che orbita attorno ad astri di maggior magnitudo, quali possono essere le materie umanistico-letterarie o quelle di scienze naturali. Sfuggendo, da un lato, dalla sopravvalutazione neoromantica dei colleghi che li chiamano “opere” o “creazioni” e, dall’altro, dalla subalternità dello svilente termine “lavoretto” , mi permetto di usare la parola “elaborati” per i prodotti realizzati dagli studenti nelle ore di Arte: un termine più neutro, ma anche un termine dignitoso, che rimanda etimologicamente alla logica del lavoro, della coordinazione di diversi elementi di base, alla loro trasformazione in una forma più articolata e complessa.
Infine, una postilla sul profluvio di bandi di concorso che Ministero, regioni, province, comuni, enti territoriali, musei locali, organizzazioni no-profit, aziende commerciali e industrie cercano di proporre alle scuole e che quasi sempre finiscono per coinvolgere anche Arte e immagine: anche ammettendo che sia una buona cosa parteciparvi utilizzando le ore della disciplina in classe e quindi rubando tempo prezioso alla pratica artistica e allo studio della storia dell’arte (cosa su cui non concordo), i tempi di consegna di tali “lavoretti” sono genericamente ridicoli. Ad esempio, un concorso il cui bando perviene alle scuole a gennaio, la cui scadenza è a marzo e la cui finalità è la realizzazione di un cortometraggio non considera che il professore, in quei due mesi, vedrà gli alunni per un massimo di 12 ore e che in quelle dodici ore dovrebbe: spiegare l’elaborato, spiegare come funziona un cortometraggio, spiegare le inquadrature, spiegare il montaggio, gli effetti sonori, la colonna sonora, la recitazione, le luci… e produrre e montare l’elaborato! Tutto, ça va sans dire, abbandonando per tre mesi di scuola (su otto) tutto quello che sarebbe da svolgere del programma: farewell, Rinascimento maturo, Manierismo, Barocco; adios, prospettiva lineare centrale e accidentale. Un “lavoretto” degno di un risultato non mediocre richiederebbe, quantomeno, un laboratorio annuale! A meno che la maggior parte del lavoro non la faccia il docente al posto dei suoi studenti. In fondo, se la scuola è una vetrina e l’importante sono gli oggetti da esporre per attirare la clientela, cosa importa se quei prodotti sono per il 20% degli alunni e per l’80% dei docenti? Cosa importa se gli alunni hanno ricavato conoscenze e competenze utili realizzando quel “lavoretto” o meno? Se sono “stati bene” e si sono “divertiti” , non è comunque un gran successo?
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(1) Nelle ore mattutine, magari quelle dei colleghi, certo non in orario extra-scolastico.

Ottima analisi…che rievoca in me alcuni principi teoretici fondamentali: la predominanza dell’ apparire sull’essere, dell’ esteriorità sull’interiorità, della periferia sul centro, della forma sull’essenza… purtroppo è ciò che accade…senza dimenticare che non è solo l’arte ad essere “svuotata” di contenuto, ma anche altre discipline…e con la stessa logica…
Da collega di Arte e immagine sottoscrivo pure la punteggiatura!.
Io rifiuto categoricamente i lavoretti. Nemmeno a Natale. Ho ceduto una volta in ore extrascolastiche per una raccolta fondi ma mai nelle mie ore. Sono sempre molto felice di fare progetti interdisciplinari ma prima chiedo quali siano gli obiettivi per i colleghi e poi adatto il lavoro in modo tale da raggiungere precisi obiettivi disciplinari. Sapendo bene che non c’è tempo faccio in modo che tutto il materiale sia fatto da loro e se devo fare qualcosa è sempre solo per organizzarne la presentazione (a volte ciò è materimente possibile da fare a scuola) perché è importante che loro vedano cosa sono stati capaci di fare. Prima di iniziare sanno che dovranno sostenere il giudizio di gente esterna alla classe sul proprio lavoro, che poi è forse la cosa più interessante di queste attività.
Ciò detto i tempi sono sempre assolutamente ridicoli.