Lo stato dell’arte – episodio 6 – Studio versus Spontaneismo

La vera creatività artistica nasce dalla spontaneità (ed è dunque innata) oppure dallo studio (ed è dunque acquisita)?

Nel terzo articolo di questa rubrica – Genio versus Impegno – prendevo in esame il mito romantico del Genio e il modo con cui questa idea sia ancora molto radicata ancora oggi, portando a distinguere “persone portate” e “persone non portate” per l’Arte, finendo così per eliminare completamente il senso dell’esercizio e della pratica (l’Impegno) come unico modo per allenare la manualità e migliorare nel disegno, nella pittura, nel modellato e così via.

C’è però un altro discorso da fare, che discende sempre dallo stesso luogo comune: quello dello spontaneismo. Lo vedo molto diffuso tra maestri e maestre della scuola primaria, ma anche tra i colleghi della mia disciplina nella secondaria di primo grado. L’alunno – bambino o ragazzo che sia – porta un elaborato terribile, fatto senza la minima concezione di accostamento di colori, di utilizzo sensato di regole compositive, con una tecnica imprecisa… e viene lo stesso premiato e lodato perché il prodotto è spontaneo, è nato dalle sue vere emozioni.

Eppure, subito, ecco le mie due obiezioni: ciò che è spontaneo è necessariamente lodevole? Anche un peto è spontaneo, ma non lo elogiamo quando avviene in società. Anche un rutto è spontaneo, ma nella maggior parte dei contesti è, anzi, rimproverato. Anche un urlo improvviso è spontaneo, ma lo sono pure gli sguardi stupiti o accigliati di chi lo sente. L’altra obiezione: ciò che nasce dalle emozioni è necessariamente lodevole? Anche il gesto distruttivo di chi distrugge gli oggetti attorno a sé o picchia il primo malcapitato è legato ad un’emozione vera e spontanea (la rabbia), ma ci sentiremmo di elogiarlo? Anche il panico e la fuga davanti ad un piccolo insetto che ci disgusta sono emozioni spontanee (e ve lo dice chi scrive, che è terrorizzato irrazionalmente da locuste e cavallette), ma sono per questo meritevoli di lode?

Non è necessario invalidare l’alunno: lo si può comunque gratificare perché ha voluto fare un prodotto anziché non fare nulla; gli si può dire verbalmente «vedo che hai voluto esprimere le tue emozioni con prodotto artistico e che ci hai messo un tot di impegno…» Però subito dopo bisognerebbe aggiungere: «…però guarda qui… se avessi usato il blu accostato a quel rosso, avresti potuto creare un contrasto maggiore! E qui, se avessi lasciato più spazio vuoto, avresti messo tutto in una posizione di dis-equilibrio che avrebbe trasmesso maggiormente il senso di confusione. Qui il disegno è ancora troppo incerto: prova ad esercitarti con la matita per avere un tratto preciso, non tremolante». E così via. Validare l’alunno, ma non premiarlo per qualcosa di imperfetto. Anzi, sfruttare l’occasione per fargli vedere come, usando gli strumenti della teoria dell’arte, sia possibile realizzare un elaborato ancora più significativo, ancora più originale, ancora più adeguato.

Un discorso ancora più ampio è quello che riguarda il rapporto tra lo studio della storia dell’arte e l’originalità della produzione artistica. In larga parte dell’arte contemporanea, infatti, si è ormai affermata l’idea anti-culturale dello spontaneismo nata con Jean-Jacques Rousseau. Il suo pensiero si può riassumere con questa frase: «L’uomo è buono per natura, è la società che lo corrompe» (lo possiamo desumere dalle sue affermazioni nel Discorso sulle scienze e sulle arti del 1750 e nel Contratto sociale del 1762). Insomma: Rousseau denuncia che la cultura, le arti e le scienze – cioè la storia e la teoria – corrompono la naturale originalità dell’uomo, la creatività pura e spontanea che egli avrebbe se non venisse mediata (e snaturata) dall’educazione e della tradizione. Da questa idea discendono due filoni tipici del Romanticismo: il primitivismo (cioè l’artista che cerca la “purezza prima della civiltà”, di un mondo edenico incontaminato) e l’infantilismo (cioè la ricerca del “puer æternus”, del fanciullino puro e incontaminato). E così abbiamo Gauguin che fugge in Polinesia per cercare la purezza perduta («Parto per essere tranquillo, per liberarmi della civiltà», Lettera a Émile Bernard del giugno 1980), abbiamo il naïf dell’autodidatta Henri Rousseau il Doganiere ad inizio Novecento, abbiamo lo spontaneismo di Picasso («Mi ci sono voluti anni per dipingere come Raffaello, ma una vita intera per dipingere come un bambino», riferita da Roland Penrose nella biografia sull’artista del 1958)… ma abbiamo anche l’odio profondo e distruttivo verso la tradizione, i musei, la storia dell’arte tutta: «Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie» (Marinetti, Manifesto del Futurismo, 1909); «Abolizione della memoria: DADA; abolizione dell’archeologia: DADA; … fede assoluta e indiscutibile in ogni Dio che sia il prodotto immediato della spontaneità» (Tristan Tzara, Manifesto Dada, 1918). Come sempre le idee finiscono per diventare luoghi comuni della nostra quotidiana e da Rousseau, Gauguin, Marinetti, Picasso e Tzara passiamo alla maestra elementare che dice «bellissimo!» di uno scarabocchio colorato solo perché è “spontaneo”.

A tutto questo filone spontaneista, io oppongo anzitutto qualche contromisura fattuale. Non sono mai esistiti “primitivi puri”, nessun Eden ha attraversato il nostro mondo né tornando indietro nel tempo, né fuggendo agli antipodi geografici. Anzi, più retrocediamo con le lancette dalla storia (e della cultura e della scienza e della tecnologia e della civiltà), più possiamo vedere sia aumentare la miseria materiale dei popoli (più guerre, più carestie, più pestilenze, più povertà), sia le disparità sociali tra gli esseri umani (Sarà stato più maschilista il mondo greco-romano di quello attuale? Sarà stato più tribale e xenofobo il mondo preistorico?). E per quanto riguarda i “buoni e bravi bambini”, io penso al meraviglioso antidoto intellettuale fornitoci dagli studiosi di psicanalisi, da Freud in poi, i quali ci mostrano che la mente infantile è complessa, conflittuale e segnata da pulsioni distruttive. Sigmund Freud: «Il bambino è un perverso polimorfo»; «Il bambino non è un essere innocente, ma un essere pulsionale che si scontra con le esigenze del mondo esterno […] Non è un caso se la sessualità infantile contenga già in sé i germi di tutte le perversioni possibili» (Tre saggi sulla teoria sessuale, 1905). Donald Winnicott: «Non esiste “un bambino”: esiste “un bambino e qualcuno che si prende cura di lui”» (Il bambino, la famiglia e il mondo esterno, 1964) – in altre parole: nessun bambino “spontaneo” sopravvive senza la mediazione di un adulto. Sempre Winnicott, in Gioco e realtà (1971), sostiene appunto che il gioco e la creatività non sono una regressione ad una “spontaneità naturale”, ma al contrario la capacità di tollerare la transizione tra la realtà interna del bambino (le fantasie) e quella esterna (la realtà)… qualcosa per cui serve maturità, non ingenuità. Dunque: infantilismo e primitivismo sono due fantasie idealizzanti romantiche che vorrebbero tornare ad un “mondo originale perduto” che, però, non è mai esistito in nessuna forma.

A questa idea sciocca dello spontaneismo, oppongo invece la saggezza di chi ha voluto strettamente collegare lo studio teorico alla pratica artistica. A partire dal grande Aristotele, per il quale la pratica artistica priva di conoscenza (ἐμπειρία, empeiría) resta una ripetizione artigianale di modelli, non una vera τέχνη (téchne). L’abilità manuale è un sapere empirico, basato sull’esperienza sensibile e sulla pratica, ma senza la comprensione delle cause e lo studio non può trasformarsi in arte e creatività. Gli fa eco, milleottocento anni dopo, Leonardo da Vinci: «Colui che s’innamora di pratica senza la scienza è come il nocchiero che entra in un navilio senza timone né bussola, che mai ha certezza dove si vada» (Codice Trivulziano).

Ad ogni modo, anche tra molti degli artisti contemporanei che a parole snobbano la tradizione, rifiutano il passato e ricercano lo spontaneismo, possiamo invece vedere – nelle loro opere – come invece quella storia dell’arte la conoscano bene: basti pensare ai 58 dipinti che Picasso realizza nel 1957 ed ispirati a Las Meninas di Diego Velázquez; basti pensare alla Visione dopo il sermone di Gauguin (1888) che rielabora La lotta di Giacobbe con l’Angelo di Delacroix (1855); a Duchamp che parodizza la Gioconda di Leonardo con il ready-made L.H.O.O.Q. (1919), ma come avrebbe potuto farlo senza la fama storica della Monna Lisa?; persino La Lupa di Jackson Pollock del 1943 non potrebbe esistere senza la sua fonte d’ispirazione, cioè la bronzea Lupa custodita nei Musei Capitolini di Roma.

Concludendo (e tornando dall’arte agli elaborati artistici della scuola media): la strada maestra per l’originalità di un prodotto artistico è la consapevolezza delle possibilità (tecniche, iconografiche, espressive) del medium artistico che si sceglie di usare… e la strada maestra per tale consapevolezza è lo studio della storia dell’arte, cioè di tutti gli esempi più grandi e importanti di coloro che ci hanno preceduto e che quei medium li hanno usati.

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