Il suicidio della scuola
La scuola non è più semplicemente malata: si sta lentamente suicidando. Sta rinnegando sé stessa, smarrendo il senso del sapere e del merito, fino a far sentire sbagliati proprio coloro che ancora credono nell’insegnamento.
Da qualche tempo la scuola italiana vive una trasformazione profonda, quasi impercettibile ma radicale: un’inversione di carattere culturale.
Un tempo erano gli insegnanti preparati, competenti, appassionati a far emergere per contrasto la mediocrità di chi si improvvisava docente senza esserlo davvero.
Oggi è accaduto l’opposto: sono proprio gli impostori, divenuti maggioranza, ad aver ridefinito la norma al punto da far sentire fuori luogo, inadeguati e persino “sbagliati” gli insegnanti veri, quelli che insegnano davvero, che ancora credono nella conoscenza, nello studio e nel merito.
Come spiegare questo epocale rovesciamento?
Quando un sistema perde la capacità di riconoscere la competenza, inizia lentamente a normalizzare la mediocrità. Il risultato è che non è più l’insegnante bravo a fare scuola, ma chi meglio si adatta al linguaggio dominante: quello del conformismo, della superficialità, del “non disturbare”. Così, chi lavora con rigore viene bollato come “rigido”, “antiquato”, “non inclusivo”, mentre chi semplifica tutto, chi svuota la scuola di contenuti, chi trasforma la lezione in intrattenimento viene premiato perché “sa stare al passo coi tempi”.
È un meccanismo sociologico noto: quando la maggioranza si riconosce in un modello degradato, tende a difenderlo e a espellere chi lo mette in crisi. Si assiste allora al rovesciamento del prestigio simbolico: non è più il competente a essere rispettato, ma l’incompetente che, per sopravvivere, costruisce un contesto in cui la competenza stessa diventa sospetta.
Oggi, insomma, la scuola italiana sta dissipando lentamente secoli di cultura, di sapere, di conquiste intellettuali, con la leggerezza di chi crede di poter fare a meno del passato o con l’arroganza di chi pensa di aver finalmente capito ciò che per secoli nessuno aveva compreso. È una scuola che confonde la libertà con la superficialità, che smette di istruire per “formare”, ma finisce solo per “deformare“; una scuola sempre più ignorante e sempre più presuntuosa, che si illude di includere le nuove generazioni mentre esclude la conoscenza.
E se è vero che la scuola di oggi è il volto della società di domani, allora il volto che si profila all’orizzonte è inquietante: quello di una civiltà che ha smarrito il senso del limite, della fatica e del merito. Così la scuola, da luogo di emancipazione, rischia di diventare il laboratorio della mediocrità. Un luogo dove l’intelligenza è sospetta, la reale competenza è un fastidio e il rigore un peccato di superbia.
È questo, forse, il suo destino più tragico e paradossale: una scuola in cui i veri insegnanti sono costretti a sentirsi sbagliati, mentre i falsi, finalmente, si sentono a casa.

Meditate, amici, meditate…