Pedagogia: una scienza senza verifica può essere scienza?
Finalmente uno studio rigoroso smaschera la narrazione dominante della ricerca pedagogica e rivela un quadro scientifico avvilente.
La ricerca educativa contemporanea tende sempre più spesso a rivendicare lo status di “scienza dell’evidenza”, in grado di orientare politiche pubbliche e pratiche didattiche sulla base di risultati empiricamente fondati. Tale pretesa entra tuttavia in forte tensione con un dato strutturale, messo in luce in modo sistematico dall’importante studio di Perry, Morris e Lea (2022): la replicazione nella ricerca educativa risulta estremamente rara e, quando presente, frequentemente metodologicamente molto debole. In altri termini, la verifica delle tesi pedagogiche appare, di fatto, pressoché assente.
Colpisce che gli esiti di questo studio abbiano ricevuto una attenzione limitata nel dibattito scientifico. Si tratta infatti di un lavoro di ampia portata, che ha analizzato oltre 226.000 articoli scientifici pubblicati tra il 2011 e il 2020. Gli autori hanno individuato 442 studi di replicazione, pari a circa lo 0,20% della produzione scientifica in ambito pedagogico, ovvero una replica ogni cinquecento studi. Ancora più critica è la quota di repliche dirette, che scende allo 0,06%, indicando come la maggior parte delle cosiddette “repliche” introduca modifiche sostanziali a campioni, definizioni operative, strumenti e procedure. Ne deriva un corpus di conoscenze che solo raramente viene sottoposto a verifica rigorosa nelle medesime condizioni in cui è stato originariamente prodotto.
In una disciplina che aspiri a uno statuto scientifico pienamente maturo, la replicabilità diretta dovrebbe idealmente costituire una pratica diffusa. Nel caso della ricerca educativa, invece, la quota si attesta allo 0,06%, corrispondente a circa 6 studi replicati direttamente ogni 10.000. Considerando il numero complessivo di articoli analizzati, ciò implica che solo una frazione minima delle ricerche venga sottoposta a un controllo empirico volto a verificarne la capacità predittiva.
Questo dato non rappresenta un semplice limite quantitativo, ma segnala una fragilità epistemica di ampia portata. In assenza di una replicazione sistematica, la ricerca educativa dispone di strumenti limitati per distinguere risultati solidi da effetti contingenti, artefatti statistici o interpretazioni ex post. C’è di più. Lo studio evidenzia che le replicazioni condotte dagli stessi autori degli studi originali presentano tassi di “successo” significativamente più elevati rispetto alle replicazioni indipendenti, mentre quelle realizzate da gruppi di ricerca diversi e pubblicate in sedi editoriali differenti mostrano tassi di fallimento molto superiori. Tale asimmetria solleva interrogativi rilevanti sulla validità delle previsioni prodotte dal settore e sul funzionamento delle comunità scientifiche di riferimento, che sembrano privilegiare la legittimazione interna rispetto alla rendicontazione critica dei risultati, come vorrebbe una disciplina che si dica scientifica.
Un ulteriore elemento problematico riguarda la definizione stessa di replicazione. Perry, Morris e Lea mostrano come numerosi studi vengano classificati retrospettivamente come “repliche”, in assenza di preregistrazione, di una chiara specificazione dell’ipotesi oggetto di verifica e facendo spesso riferimento esclusivo alla significatività statistica o alla direzione degli effetti osservati. In questo contesto, la replicazione rischia di configurarsi più come una strategia retorica di legittimazione che come una pratica epistemicamente vincolante e attendibile.
Nel complesso, l’articolo mette in evidenza una contraddizione centrale della pedagogia contemporanea: l’espansione del discorso sull’evidenza non è accompagnata da un’adeguata affidabilità delle pratiche di verifica. La ricerca educativa appare fortemente orientata alla produzione di risultati nuovi e originali, ma scarsamente impegnata nel controllo critico e sistematico delle conoscenze che dichiara di possedere. A tale carenza si aggiunge la mancanza di una verifica sistematica in contesti di aula da parte dei docenti.
In assenza di una revisione strutturale degli incentivi accademici e delle politiche editoriali, la pedagogia rischia di rimanere una scienza cumulativa solo in senso apparente, fondata più sulla proliferazione degli studi che sulla solidità delle conoscenze prodotte. Tale situazione appare particolarmente problematica se si considerano le potenziali ricadute negative che previsioni prive di adeguato fondamento empirico possono avere sulla comunità.
Riferimento dello studio asseverato
Perry, T., Morris, R., & Lea, R. (2022). A decade of replication study in education? A mapping review (2011–2020), Educational Research and Evaluation, 27(1–2), 12–34

Ho letto sia questo che gli altri articoli sulla “scientificità” della ricerca educativa. I problemi indicati sono reali e importanti ma sono anche oggetto di studio all’interno della ricerca stessa, quella seria, che si impegna per il loro superamento graduale, Mi permetto di rimandare a questo mio lavoro per chi fosse interessato..
Antonio Calvani
L’educazione basata su evidenza. Avanzamenti e potenzialità per la prassi e la ricerca educativa.
https://sapie.it/wp/wp-content/uploads/2025/07/Calvani-L%E2%80%99educazione-basata-su-evidenza.-Luglio-2025.pdf
Il Suo lavoro sull’educazione basata su evidenze offre uno stimolo importante per il dibattito sulla ricerca pedagogica, tema che ci sta particolarmente a cuore. Colpisce il dato che Lei richiama — e che da tempo segnaliamo — secondo cui meno del 3% degli studi utilizza dispositivi sperimentali realmente probanti per verificare l’efficacia delle innovazioni didattiche che vengono proposte.
È apprezzabile la Sua onestà nel riconoscere i limiti evidenti della ricerca pedagogica. Un atteggiamento purtroppo non frequente in un ambito in cui nuovi modelli didattici vengono spesso presentati con sicurezza “scientifica”, senza adeguate verifiche empiriche e senza un reale ascolto delle critiche motivate dei docenti, talvolta liquidate come semplici provocazioni.
Restano quindi aperte alcune questioni cruciali che il Suo lavoro opportunamente richiama: l’ascolto degli insegnanti, la replicabilità degli interventi e la valutazione dei loro effetti nel lungo periodo. Per questo La ringraziamo per il contributo e per aver riaperto un confronto necessario che contiamo possa continuare.
PS: alcuni Suoi colleghi social invece che replicare civilmente come ha fatto Lei (e con argomenti fondati) preferiscono ricorrere all’insulto, salvo fondare le proprie determinazioni teoriche su disarmati argomenti del tipo: “ … alcuni docenti hanno provato a cambiare la prassi consolidata X in questo modo Y ed hanno notato che funziona! “
Pressapochismo sconsolante. Se questo è lo statuto scientifico seguito, siamo freschi!