Quando il dissenso diventa analfabetismo: tecniche di fuga della pedagogia accademica dal confronto

La difficoltà di troppi insegnanti critici a trovare interlocutori realmente disponibili ad un confronto razionale nel merito delle molte questioni di natura pedagogica che interrogano la scuola, forse è già il segno del fatto che quelle questioni pedagogiche non hanno forza di ragione.

Nel dibattito pubblico sulla scuola sta emergendo con sempre maggiore evidenza una frattura profonda tra il discorso pedagogico dominante e accademico e l’esperienza concreta di migliaia e migliaia di docenti.
Si tratta di un dissenso ampio, a lungo rimasto silenzioso e oggi in crescita costante, che non può più essere liquidato con sufficienza come rumore di fondo, nostalgia reazionaria o resistenza residuale al cambiamento dei docenti.

Un primo segnale di questa distanza strutturale è il modo in cui vengono trattati, da parte di alcuni pedagogisti da social,  episodi simbolici e provocatori, come vignette satiriche, immagini volutamente ambigue o richiami alla storia. Invece di essere riconosciuti per ciò che sono — strumenti critici, ironici e dissacranti — tali materiali vengono sistematicamente sottoposti a letture forzate, caricati, con una violenza verbale che testimonia un nervosismo sistemico, di significati volgari, sessisti, violenti o abilisti che non risultano affatto univoci né intenzionali. L’accusa morale diventa così una scorciatoia argomentativa: un espediente per evitare il confronto sul merito delle critiche e per delegittimare l’interlocutore senza dover rispondere alle sue ragioni. In questi casi, il bias cognitivo non risiede nella satira, ma nello sguardo che la interpreta in modo tattico, malevolo e pregiudiziale.
Voler vedere una fellatio dove l’autore rappresentava un’investitura cavalleresca è forse il punto più basso di questo meccanismo di fuga.

La stessa logica governa, negli stessi personaggi, il trattamento del dissenso professionale. Migliaia e migliaia di insegnanti che esercitano il mestiere con serietà, studio e investimento continuo possono, senza alcun ritegno deontologico, essere liquidati sprezzantemente, come portatori di “analfabetismo pedagogico”.
Il paradosso è peraltro evidente: la stragrande maggioranza di questi docenti si è formata proprio all’interno dei percorsi metodologici ispirati a quel medesimo paradigma, elaborato da coloro che oggi lo difendono strenuamente come indiscutibile verità di fede. La critica dei docenti — che ogni giorno lavorano in classe — non nasce dunque dall’ignoranza, ma da anni di esperienza che hanno messo in luce i limiti di quel paradigma pedagogico e, in non pochi casi, i suoi effetti esiziali sulla didattica reale.

È intellettualmente disonesto continuare a leggere questo dissenso in chiave ideologica, di destra per alcuni e di sinistra per altri. Da almeno trent’anni infatti, al di là delle alternanze di governo, le politiche scolastiche mostrano un impressionante continuismo: cambia il colore politico, ma non cambia l’orizzonte pedagogico che la moltitudine, ormai divenuta onda imponente, contesta. L’impianto teorico, il lessico, le “innovazioni” presentate come salvifiche restano sostanzialmente gli stessi. Parlare di destra o di sinistra serve solo a evitare la questione centrale: l’esistenza di un’egemonia pedagogica trasversale che si presenta come neutra, scientifica e inevitabile, mentre di fatto si sottrae a ogni verifica critica autentica.

A ciò si aggiunge una pratica sempre più diffusa e difficilmente giustificabile: nelle pagine pubbliche di alcuni di questi “pedagogisti social”, i commenti critici — anche quando civili, argomentati e centrati sul merito — vengono sistematicamente oscurati, mentre chi insiste nel porre domande, a repliche piccate,  viene bannato. Restano visibili solo consensi, elogi, adesioni devote e approvazioni rituali, producendo l’illusione di un consenso unanime e diffuso che nella realtà non esiste affatto. Si invoca il pensiero critico come valore educativo, ma lo si espelle dallo spazio del confronto reale, perché oltre la retorica spesso manca la sostanza.

L’onda del dissenso docente, per quanto spesso silenziosa, è ormai troppo grande per essere repressa o ridicolizzata. Esiste una consapevolezza crescente dell’inconsistenza di molte di queste proposte pedagogiche dai toni messianici e dal lessico suasivo, ma dagli effetti socialmente e didatticamente devastanti. Continuare a delegittimare chi lavora ogni giorno in classe, censurarlo o disprezzarlo — giocando persino sulla mortificazione  economica  come ragione della scarsa attitudine ad applicare le magnifiche sorti e progressive dei “nuovi” paradigmi  — non rafforza più la pedagogia dominante: la espone, la isola, la mette in crisi e la rende invisa in gran parte delle scuole d’Italia.

È singolare — e rivelatore — che una ristretta élite accademica, socialmente protetta e professionalmente garantita e infiltratasi negli anni in certi meccanismi ministeriali, pretenda di educare al pensiero critico mentre pratica, nei propri spazi pubblici, la rimozione sistematica del dissenso. Quando una teoria sopravvive solo silenziando chi la contesta, ha smesso da tempo di essere scienza ed è diventata ideologia e burocrazia difensiva.
E quando migliaia di docenti iniziano a dirlo apertamente, il problema non è più il loro presunto analfabetismo, ma la paura di chi non riesce più a rispondere nel merito e ricorre all’espediente di rovesciare il tavolo e stracciarsi le vesti per fasulle questioni morali o di principio. Più che il principio occorrerebbe più propriamente evocare la fine. Il principio della fine.

2 Commenti

  1. L’incapacità di costoro (mi scuso per il termine sessista, ma costrici non suona troppo bene) di accettare una normale dialettica, incapacità che spesso assume il volto della protervia, si spiega dopo tanti, troppi anni di copertura politica e ministeriale dall’alto, di silenzio e servilismo dal basso. Ora sembrano sconvolti da ogni manifestazione di dissenso: più che atteggiamento scientifico, sembra sussiego nobiliare di fronte al mancato ossequio alla livrea del casato.

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