La cantonata, la cultura dello stupro e altre regole della casa

Perché ci sono molti modi di palesare il proprio dissenso, e perché c’è un modo sicuramente sbagliato.


I nostri meme, a quanto pare, godono di un pubblico assai più assiduo di quanto le evidenze lascerebbero supporre: quello dei nostri detrattori.
Una piccola comunità di lettori in incognito, prevenuti, pervicaci e talvolta persino compulsivi. Attingono alle nostre pagine, osservano, archiviano, interpretano; poi tornano nei propri recinti digitali e lì, al riparo dal rischio di un contraddittorio diretto, ritrovano improvvisamente la baldanza dei leoni da tastiera. Il tratto che li accomuna sembra essere una curiosa concezione del confronto: celebrarlo in astratto e renderlo assai meno praticabile in concreto. Del resto, quando si è abituati a platee prevalentemente plaudenti, la contraddizione può apparire come una fastidiosa anomalia del sistema.
Gli espedienti sono noti.
Il primo consiste nel bandire il dissenso dai propri profili, sterilizzando preventivamente l’ambiente dal rischio che qualcuno possa replicare.
Il secondo è l’antico e sempre affidabile argumentum ad hominem: anziché confutare una tesi, si sposta la controversia sulle intenzioni, sul carattere o sulla rispettabilità di chi l’ha formulata.
L’episodio dei giorni scorsi è, da questo punto di vista, quasi un caso di scuola.

Dalla vignetta allo stupro

Una sequenza satirica assai nota in rete non viene riconosciuta.
Il codice satirico sfugge, il contesto evapora e, con quella gravitas che soltanto il fraintendimento riesce talvolta a conferire a se stesso, parte l’anatema: è cultura dello stupro!
Fin qui, nulla di memorabile. A tutti può capitare di non riconoscere una citazione, di equivocare una battuta o, più semplicemente, di prendere una cantonata. La cosa diventa interessante quando l’interpretazione non rimane isolata. Viene raccolta, rilanciata, corroborata. Entra in funzione una sorta di manovra a tenaglia: soggetti ideologicamente affini convergono sulla medesima lettura e finiscono per accreditarla reciprocamente, con uno straordinario sincronismo!
Uno formula l’accusa, un altro la rilancia, un’altra ancora le conferisce una parvenza di credibilità mediatica.
Sì: sarebbe proprio e convergentemente «cultura dello stupro». Nessun dubbio di sorta, da non credere.
Poi, però, accade qualcosa che probabilmente nessuna raffinata ermeneutica aveva previsto. Arriva il fuoco amico. E arriva copioso. Persino persone tutt’altro che sospettabili di simpatizzare con noi fanno notare l’enormità dell’esegesi e contestano apertis verbis il richiamo alla cultura dello stupro.
A quel punto esisterebbe una via d’uscita sorprendentemente semplice:
«Forse abbiamo equivocato. Era una citazione satirica. Abbiamo preso una cantonata».

Occorrerebbe soltanto quella modesta virtù epistemica che consiste nella disponibilità a correggersi. Ma sarebbe chiedere troppo.

Arriva il regolamento

Ed eccoci così al secondo atto, forse ancora più istruttivo del primo.
Dopo l’attacco al Gessetto, un personaggio ben noto nel dibattito pedagogico sente il bisogno di rendere pubbliche alcune «banalissime regole» della propria pagina.
Apprendiamo che «il confronto tra idee diverse è benvenuto»; che le idee possono essere criticate, anche «ironicamente e satiricamente»; che bisogna però rispettare le persone; che la cosiddetta character assassination va nel modo più assoluto evitata; che affermazioni abiliste, classiste, razziste e sessiste non sono tollerate; e che chi viola le regole viene bannato.
Per chi volesse successivamente tornare a confrontarsi è prevista persino una procedura di rientro:
«Prima le scuse, poi il resto». Magnifico.
Una piccola costituzione del dibattito pubblico nella quale, per una provvidenziale semplificazione istituzionale, legislatore, interprete e giudice coincidono.
Il confronto è dunque liberissimo, purché rimanga entro il perimetro stabilito da chi ospita il confronto.
La satira è consentita, purché il destinatario la riconosca come satira.
La critica è ammessa, purché non venga classificata come character assassination.
Sono vietate le affermazioni abiliste, sessiste, classiste e razziste.
Principi che, presi astrattamente, sono persino condivisibili.
Rimane soltanto un dettaglio, piccolo ma decisivo: chi decide che cosa rientri in quelle categorie?
Chi stabilisce quando una critica severa diventi “assassinio della reputazione”?
Chi decide se un meme sia satira oppure sessismo?
Chi determina se una frase polemica sia legittimo dissenso oppure abilismo?
Il regolamento, curiosamente, non contempla una “Corte costituzionale”(!).
Decide chi ha scritto il regolamento. Ne risulta un dispositivo dialettico di notevole eleganza: si proclama solennemente che il dissenso è benvenuto e, contemporaneamente, ci si riserva la facoltà di stabilire quali manifestazioni del dissenso siano moralmente ammissibili.
Chi oltrepassa il confine viene espulso.
E se desidera tornare? Prima le scuse, poi il confronto.
Una concezione del pluralismo quantomeno creativa.
Pare sia adottata anche in Corea del Nord sui siti istituzionali.

“Character assassination”

Qui arriviamo però al punto più interessante. Noi contestiamo radicalmente alcune impostazioni pedagogiche. Non possiamo farlo limitandoci a osservare che una virgola è fuori posto. Contestiamo presupposti teorici, categorie interpretative, argomentazioni, validazioni, scientificità e conseguenze sulla scuola e quindi, inevitabilmente, anche la pretesa autorevolezza intellettuale costruita intorno a quelle elaborazioni. Questo non è un incidente collaterale della critica. È precisamente l’oggetto della critica.
Se riteniamo che determinate posizioni poggino su equivoci concettuali o filosofici, dobbiamo poterlo scrivere. Se riteniamo inconsistenti determinate argomentazioni, dobbiamo poterle definire inconsistenti. Se pensiamo che certe soluzioni abbiano contribuito a produrre conseguenze negative nella scuola, dobbiamo poter contestare anche l’autorevolezza di chi quelle ricette ha sostenuto. Altrimenti il confronto diventa impossibile per definizione.
Ed è in questo tornante che “le regole” stabilite rischiano di diventare prodigiose. Perché nel loro dominio è legittimo descrivere la categoria degli insegnanti come passatisti, refrattari al cambiamento, incapaci di comprendere l’innovazione, autoritari, inadatti, arbitrari o inadeguati rispetto alla scuola che dovrebbe essere. Adulti noiosi, incel, poco empatici, incapaci di valutare.
Questa, evidentemente, sarebbe critica delle idee, dei comportamenti o delle culture professionali. Dunque legittima.
Se però si mettono in discussione la consistenza teorica di chi formula quelle diagnosi, la fondatezza delle sue categorie o l’autorevolezza intellettuale che pretende di ricavarne, ecco profilarsi all’orizzonte la temibile character assassination.
È una partita curiosa: una squadra gioca e l’altra, oltre a giocare, tiene anche il fischietto.
Naturalmente il confine tra critica radicale e attacco personale esiste e va rispettato. Ma proprio per questo non può coincidere semplicemente con il grado di fastidio che una critica procura al suo destinatario. Altrimenti la tutela della persona diventa uno scudo retorico attraverso il quale sottrarre alla discussione proprio le pretese intellettuali che dovrebbero essere maggiormente sottoposte a verifica.

“Tutti ce l’hanno con me”

Alla character assassination si accompagna poi un singolare corollario: la postura vittimaria che sembra affiorare con notevole regolarità quando si parla del Gessetto.
Il copione è ben riconoscibile.
Non ci si limita a dire: «Quella pagina critica duramente le mie posizioni».
No. Compaiono immancabilmente i «linciaggi», le «versioni caricaturali vergognose», gli «attacchi violenti» e la distruzione della reputazione. In altre parole, la versione accademicamente paludata del sempreverde: «Tutti ce l’hanno con me».
Ed è qui che la vicenda assume contorni surreali. Perché questa sensibilità finissima nei confronti della character assassination sembra convivere con una soglia assai più elastica quando il bersaglio siamo noi. Nei commenti ai post che ci riguardano (sulle pagine dei nostri detrattori giurati) abbiamo potuto leggere un lessico decisamente meno sorvegliato: «fascisti», «merde», «frustrati», volgarità varie e persino pittoresche incursioni nell’anatomia maschile. Senza che il giudice della pagina abbia avvertito il bisogno di oscurarle.
Ora, sia chiaro: non pretendiamo che il titolare di una pagina risponda moralmente di ogni parola scritta da chiunque sotto un suo post. Sarebbe una pretesa assurda. Ma se ci si erge a legislatore delle regole e del rispetto della persona, se si evoca la character assassination, se si stabiliscono categorie morali del discorso e si prescrive agli altri persino il percorso penitenziale — «prima le scuse, poi il resto» — allora un minimo di simmetria nell’applicazione del codice non sarebbe disdicevole.
Perché altrimenti si produce un interessante esperimento di semantica applicata. Mettere radicalmente in discussione l’impianto teorico e l’autorevolezza intellettuale di qualcuno rischia di diventare character assassination.
«Sono solo dellemmerde» e altre amenità, invece, devono evidentemente appartenere a qualche forma particolarmente avanzata di confronto civile che ancora non abbiamo avuto modo di approfondire.
Forse è questo il vero prodigio del regolamento: la severità delle norme sembra cambiare sensibilmente a seconda della direzione nella quale viaggia l’offesa. Quando arriva, è violenza. Quando colpisce l’altro, semplice rumore di fondo.
Una geometria morale davvero interessante: ipersensibile verso l’Io, sorprendentemente elastica verso l’Altro.

L’ermeneutica a sportello unico

Ed eccoci nuovamente alla cantonata iniziale.
Perché il meccanismo sembra essere sempre lo stesso: prima si dispone della categoria interpretativa, poi si cerca nella realtà qualcosa che possa riempirla.
Se compare una vignetta, può diventare «cultura dello stupro».
Se compare una critica netta, può diventare character assassination.
Se compare una battuta, si potrà stabilire che sia abilista, sessista, classista o razzista.
È il trionfo dell’ermeneutica a sportello unico: l’accusa, l’interpretazione dell’accusa e il giudizio sulla fondatezza dell’accusa vengono comodamente erogati dal medesimo ufficio che evidentemente possiede la verità. La vera verità.
Il procedimento ricorda da vicino certe pratiche autoreferenziali di quella parte della pedagogia che ama definirsi innovativa: tesi fragili corroborate attraverso citazioni reciproche, autori che si richiamano l’un l’altro, conclusioni che acquistano consistenza non perché realmente dimostrate, ma perché sufficientemente ripetute. Uno cita l’altro, l’altro restituisce la citazione e, dopo qualche giro, la circolarità viene promossa a validazione scientifica.
Anche qui il verdetto precede l’istruttoria, gli interpreti si confermano reciprocamente e il dissenso rischia di essere riclassificato come problema morale o ignoranza.
Ideologismo e interesse di posizione si sorreggono così con ammirevole disciplina. E sotto l’apparato concettuale, sotto il lessico grave, sotto la posa tribunizia? Talvolta, semplicemente, una cantonata.

Quando la realtà deve confessare

Il meccanismo è ormai talmente prevedibile da essere diventato esso stesso materiale satirico: non si osserva più la realtà per ricavarne un giudizio; si possiede già il giudizio e si interroga la realtà finché non confessa. Di questo passo non stupirebbe vedere diagnosticata la pedofilia in un meme con Zio Paperone insieme a Qui, Quo e Qua: basterebbero un’inquadratura sospetta, una generosa dose di ermeneutica militante e, naturalmente, un esperto disposto a spiegarci ciò che «in realtà» staremmo guardando.
Quando la critica rinuncia al contesto, all’ironia e soprattutto all’onere dell’argomentazione, smette di essere critica e diventa liturgia: possiede i propri dogmi, i propri officianti, i propri fedeli e, adesso lo sappiamo, persino il proprio regolamento disciplinare.

Siamo alla frutta, come direbbe uno degli epigoni in incognito del nostro amico.

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